The Darkest Skies are The Brightest, Anneke Van Giersbergen: recensione

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Quel vulcano di creatività quale è Anneke Van Giersbergen ha deciso di rallegrare l’n-esima ondata del covid19 con un nuovo album acustico, The Darkest Skies are The Brightest, fuori per Insideout/Century Media.

L’ultima sua apparizione pubblica risale alla partecipazione ad Empath di Devin Townsend, oltre ad una serie infinita di progetti personali: i VUUR, un album sinfonico, la collaborazione fruttuosa col genio della rock opera Arjen Lucassen, i primissimi progetti solisti di Agua de Annique…

I tempi erano dunque maturi per ascoltare di nuovo la splendida voce della cantautrice olandese. Che, stavolta, si accompagna ad un sound decisamente semplice – country, cantautorale, lontanissimo dal metal.

The DArkest Skies are Brightest è innanzitutto un album dalla dolcezza disarmante. La voce di Anneke è carezzevole sin da Agape, accompagnata da archi e chitarra, che scorre tenera e calda – una intro accogliente e ricolma di speranza. L’agapè: l’amore onesto e sincero, che nulla vuole in cambio; un abbraccio disinteressato, la caritas latina. Sulla condivisione e sulla tenerezza si basa questo album, che porta, dunque, un messaggio universale e potentissimo in questo momento storico. Ed un cuore risanato è simbolo di questo progetto, emblema sia della rinascita del matrimonio della Van Giersbergen che di ciò che sarà passato l’incubo in cui viviamo.

the darkest skies are the brightest anneke van giersbergen

Si passa dunque da brani onesti e folkeggianti come I Saw a Car (I’m 100% imperfect, 100% alone!) e Survive, guitar driven, a struggenti ballad come My Promise, singolo di lancio di The Darkest Skies are the Brightest, in cui la sua voce si fa piccola e quasi infantile – sebbene il coro sia da stadio. Il videoclip di My Promise è, poi, di una semplicità dichiarata quanto potente: persone, normali, tranquille – prive di quel fazzoletto davanti a naso e bocca cui siamo tanto ormai abituati – che pranzano in un ristorante; in cui, finalmente una band può esibirsi dal vivo.

La stessa formula di I Saw a Car è presente nell’altro singolo, Hurricane. Che non si concede momenti intimi e riflessivi come The Soul Knows, ottimo brano pop che non sfigurerebbe in uno dei migliori lavori degli anni ’90 di Lene Marlin, Keep it Simple (che sarà inno della mia vita da qui in poi) così come Lo and Behold – che vanta un mixing eccezionale di strumenti acustici ed elettrici, che, a loro volta, si intrecciano sul ramo sinuoso quale è la voce di Anneke. La lenta e struggente Losing You è uno dei migliori brani dell’album, sia vocalmente che a livello di songwriting: ammiriamo il vibrato della cantautrice, la delicatezza con cui afferra note lontane e si rassegna alla perdita dell’amato, o amata – perché, appunto, l’amore disinteressato quale l’agapè è, non ha connotazioni sessuali. Concetto che viene ribadito nell’ultimo brano dell’album, Love me Like I Love you, un’accorata dichiarazione d’amore al marito:

Our bond is stronger

Than anything

You have always been

My bright and sacred love

Ecco, la riscoperta della semplicità: della musica semplice – fatta di pochi strumenti ottimamente suonati, percussioni, una chitarra acustica, pochi archi pizzicati –, delle piccole gioie della vita, un bicchiere di vino in mezzo alla gente, un concerto, ed, infine, la famiglia. E quell’amore che, raggiunta la pace interiore, infetta chiunque e guarisce, dentro, chiunque. Anneke Van Gierbsergen ci aveva abituato a stupirci, ma mai con una tale sincerità e tenerezza: in The Darkest Skies are The Brightest si scopre, infatti, una donna emotiva, colma di orgoglio e conscia delle sue contraddizioni, adulta e matura, che è un essere umano reale, tangibile, che ama, odia, soffre, come tutti. E ci vuole tanto coraggio per esporsi così. Dunque, plauso ad Annele Van Giersbergen per il suo nuovissimo The Darkest Skies are The Brightest.

Giulia Della Pelle
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