Il Diavolo Veste Prada 2, una satira lucida sullo stato agonizzante del giornalismo – Recensione in anteprima

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Il Diavolo Veste Prada 2 diverte, graffia, seduce, mette a disagio e, soprattutto, ci riguarda più di quanto vorremmo ammettere. La recensione in anteprima.

A vent’anni dall’uscita del primo Il Diavolo Veste Prada, l’annuncio del sequel l’ho vissuto con un misto di attesa spasmodica e timore di delusione. E invece eccoci di fronte a un film incredibilmente ben riuscito. Non è un tentativo di riciclare un’idea originariamente rivoluzionaria, ma un’operazione che rinnova un’icona cinematografica senza tradirne l’essenza. 

Diretto nuovamente da David Frankel e scritto da Aline Brosh McKenna, Il Diavolo Veste Prada 2 – nelle sale cinematografiche italiane il 29 aprile – si inserisce in un panorama mediatico e sociale radicalmente mutato, caratterizzato dalla crisi del giornalismo cartaceo, dall’onnipresenza dei social media e da un sistema editoriale in costante ridefinizione. Non si limita a riproporre i protagonisti del primo film, ma li colloca in un contesto attuale, offrendo uno spaccato critico e, a tratti, inquietante della realtà. 

Il Diavolo Veste Prada 2, una satira lucida sullo stato agonizzante del giornalismo - Recensione in anteprima
Photo by Macall Polay. © 2026 20th Century Studios. All Rights Reserved.

Il film del 2006, ambientato in un’epoca di apparente stabilità economica e sociale, mostrava un mondo molto diverso da quello attuale: la Brexit non esisteva nemmeno come ipotesi, i social non avevano ancora invaso le nostre giornate, Donald Trump era solo un magnate eccentrico privo di incarichi politici, e sfogliare una copia di Vogue era un gesto quotidiano. La storia si chiudeva con l’addio di Andy Sachs (Anne Hathaway) alla redazione di Runway, dopo settimane interminabili di straordinari non pagati, compensi irrisori e umiliazioni quotidiane affrontate per soddisfare le richieste dei suoi superiori. La protagonista decideva di abbandonare quel mondo glam e spietato per tornare da un fidanzato spocchioso e insicuro, con il sogno di inseguire la sua vera ambizione: diventare una giornalista affermata.

Il nuovo capitolo si apre con Andy, ormai affermata editor, che vive una quotidianità segnata dalla precarietà economica e professionale, ma almeno si è lasciata alle spalle quella relazione con un fidanzato irrisolto, bisognoso di attenzioni e intrappolato nella routine di coppia, con un evidente senso di inferiorità. Riceve un premio giornalistico immediatamente dopo il licenziamento, un episodio che racchiude in sé la contraddizione del mondo dell’informazione odierno: la visibilità non si traduce necessariamente in stabilità lavorativa. Dall’altra parte di New York c’è sempre lei, l’iconica e temutissima Miranda Priestly (Meryl Streep), ispirata ad Anna Wintour, direttrice di Vogue America, che affronta suo malgrado il declino di Runway, simbolo di un’editoria incapace di stare al passo con i tempi. 

Il Diavolo Veste Prada 2, una satira lucida sullo stato agonizzante del giornalismo - Recensione in anteprima
Photo by Macall Polay. © 2026 20th Century Studios. All Rights Reserved.

In questa nuova evoluzione della storia, Andy sorprende tutti dimostrando quanto sia cambiata la sua vita dopo l’esperienza a Runway. Ora è lei a muoversi con sicurezza, pronta a chiedere aiuto al fidatissimo Nigel (Stanley Tucci) e persino alla sua vecchia “rivale” Emily (Emily Blunt), che nel frattempo è diventata una figura di spicco nel mondo del lusso. L’obiettivo è ritrovare un senso alla rivista che la modernità ha consumato. Vedere Miranda, la leggendaria direttrice, costretta a farsi aiutare dalla sua ex assistente è un momento divertente e insieme significativo: un piccolo ribaltamento di ruoli che racconta con ironia tagliente come il potere e le gerarchie possano trasformarsi con il tempo.

Il Diavolo Veste Prada 2 ha un fascino tutto suo, perché alterna momenti di leggerezza a una riflessione sottile: non si tratta più solo di moda, ma dei cambiamenti nell’industria tech e dei media. Anche se tutti nel film appaiono favolosi, risultano meno appetibili a causa della realtà che stanno (e stiamo) affrontando oggi: l’ansia dei licenziamenti e il problema della precarietà. In fondo, il messaggio è chiaro: nel mondo della moda – e nella vita – le vecchie strutture di potere non sono eterne, e a volte collaborare è la vera chiave per restare a galla.

Dal punto di vista stilistico, la pellicola mantiene la brillantezza e il pungente umorismo dell’originale, arricchendoli di un tono più maturo e critico. La sequenza dei cambi d’abito nei palazzi milanesi si configura come un esempio di continuità estetica, una sorta di auto-citazione della famosa trasformazione di Andy tra le strade newyorkesi sulle note di Vogue, pur inserendosi in un contesto di maggiore consapevolezza narrativa. Chiaro, anche questa volta è pieno zeppo di promozioni, battute iconiche e product placement, su tutti la presenza di Donatella Versace e della città di Milano, che diventa protagonista come New York, dove praticamente è stato girato mezzo film, con scene estatiche davvero gustose.

Il Diavolo Veste Prada 2, una satira lucida sullo stato agonizzante del giornalismo - Recensione in anteprima
Photo by Macall Polay. © 2026 20th Century Studios. All Rights Reserved.

La colonna sonora di Theodore Shapiro è impeccabile e il cameo di Lady Gaga, presenza breve e incandescente, si inserisce con perfetta coerenza nella narrazione. La sceneggiatura riesce ad alternare momenti di ironia raffinata a dialoghi crudi e incisivi, offrendo un racconto capace di superare ogni aspettativa e mantenere intatta l’anima frizzante e sarcastica del film originale. Qualche inciampo nel ritmo, soprattutto all’inizio, si avverte, ma il viaggio rimane delizioso. Quando tutto accelera, la storia prende una traiettoria interessante, fino a un epilogo che lascia una soddisfacente quiete. 

Meryl Streep, nei panni di Miranda, conferma la sua straordinaria presenza scenica: magnetica, inquieta, sempre in movimento. Algida al punto giusto, ironica, capace di allargare lo spazio emotivo. Un sorriso a mezza bocca, uno sguardo glaciale, una sfumatura di voce bastano per ricordarci perché è una delle poche attrici al mondo capaci di far sparire la propria fama dentro un personaggio. Accanto a lei, Anne Hathaway, Stanley Tucci ed Emily Blunt riprendono i ruoli di Andy, Nigel ed Emily con una freschezza che sorprende, ma riuscendo ad emozionare a più riprese. Raccontano i loro personaggi nella maturità, senza snaturarli, donando al film la stessa energia che aveva reso iconico il primo film. Sono incredibilmente vivi grazie a interpretazioni solidissime.

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Photo by Macall Polay. © 2026 20th Century Studios. All Rights Reserved.

Il Diavolo Veste Prada 2 si distingue come un sequel che, pur giocando con la nostalgia, riesce a riflettere criticamente il presente. È meno interessato al glamour e allo sfarzo, ma fa un’analisi acuta della crisi dei media, intercettando il cambiamento dei rapporti di potere nel mondo del lavoro creativo. Sotto quella superficie raffinata e patinata, c’è costantemente una sensazione di familiarità, perché sottolinea le esperienze e le difficoltà che viviamo quotidianamente.

Per concludere, se il primo film era un piatto estatico ed elegante da degustare, questo è più crudo, scomodo: meno cesello, più duro, ma altrettanto coinvolgente. Si rivela una satira lucidissima sullo stato agonizzante del giornalismo e del mondo del lavoro in generale, fatto di piccoli ricatti, favoritismi e illusioni condivise. La sua capacità di dialogare con il passato senza rimanerne prigioniera lo consacra come un’opera capace di soddisfare sia i fan della prima ora sia un pubblico nuovo, dimostrando che un sequel, se scritto, diretto e recitato con intelligenza, può eguagliare l’originale.

Isabella Insolia
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