Harvest, Nightwish: A,T,C,G

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Harvest è il secondo singolo, dopo Noise, da Human Nature, il nuovo album dei finlandesi Nightwish. Presentato, per il tema che porta, in un momento storico estremamente delicato.

I Nightwish sono una delle certezze della musica moderna. Che possano piacere o meno, essere ritenuti influenti o meno, la band di Tuomas Holopainen ha fatto un’epoca: dal classico Century Child, al rivoluzionario Dark Passion Play, infine alla svolta quasi pop di Endless Forms Most Beautiful. Ed è loro merito l’averci consegnato la voce di Tarja Turunen, l’aver scoperto quella di Anette Olzon – ed aver incorporato, portandola ad un altro livello, quella di Floor Jansen e Marko Hietala.

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Che in Harvest rinuncia al gracchiare, caratteristico, cui ci ha abituato anche in Pyre of the Black Heart (qui la nostra recensione), suo esordio solista; e rinuncia, anche, la band tutta, all’espressionismo e al barocchismo che ne hanno fatto marchio di fabbrica. E all’inquietante cinematografia sci-fi di Noise, il singolo di lancio.

Perché, dopo venticinque anni, Tuomas Holopainen sa ancora stupirci. Lo fa con Harvest, ed una scelta tematica coraggiosa – o di tremendo cattivo gusto – ossia la morte.

Perché tutti moriremo.

Chi, prima, chi dopo: la nostra coscienza si spegnerà, abbandonerà il nostro corpo, la cui funzioni vitali si interromperanno prima o poi. Respiro autonomo, battito del cuore, elettricità che si propaga nella sinapsi, motoneuroni che vibrano nel midollo spinale. E, più in profondità, nell’infinitamente piccolo delle cellule, i mitocondri – i servi dei servi, quei batteri che abbiamo ridotto in schiavitù miliardi e miliardi di anni or sono – inizieranno a decretare la morte dell’organismo tutti. Tale processo si chiama apoptosi, ed è iniziato dalla cosiddetta cascata della caspasi.

Ho sempre trovato incredibilmente poetico che fossero proprio i mitocondri, minuscole creature crestate, a siglare la parola “fine” sulla vita di una persona. Qualcosa che è altro da noi, che lo è dalla notte dei tempi: qualcosa che è, semplicemente, un relitto della vita che c’era prima sulla Terra: una Terra con pochissimo ossigeno, priva di piante, priva di verde, ricchissima di minerali e metalli da ridurre ed ossidare, mari caldissimi viscidi di tappeti microbici rossi e blu.

harvest nightwish
Rendering artistico di Hanomalocaris, un tipico componente della fauna del Cambriano. Fonte: The Cambrian Explosion: The Construction of Animal Biodiversity

Eppure, quello che non è mai cambiato, nella storia della vita sulla Terra – che ha attraversato l’esplosione del Cambriano, cicli su cicli di estinzioni di massa, le stramberie e i vicoli cieci della fauna ittica del Devoniano, assurdi animali inimmaginabili per i nostri canoni bilateriali – è stato il codice quaternario.

ATCG

Adenina, timina, citosina, guanina. Le basi azotate, molecole piatte e semplici: resistenti all’azione dei più comuni radicali liberi, reattive il giusto, in grado di formare legami idrogeno specifici a creare quella doppia elica, insieme al forzuto ortofosfato e al dolce deossiribosio, che è la base della vita sulla Terra. Assieme agli aminoacidi, certo. Ma i palestrati hanno forse tolto un po’ di poesia a quegli altrettanto semplici mattoncini.

Il compito che, a quanto pare, Holopainen & co si sono preposti, con Harvest, è ricordarci che siamo solo esseri viventi. Non siamo creature divine, non siamo basati su una chimica differente da quella di LUCA, l’ultimo antenato comune della vita su questo pianeta. Un giorno, anche noi, che ci crediamo Titani, faremo la fine di una spiga di grano. Di una foglia che cade. Di un uccellino che non canta più. Di un batterio che muore nell’atto del riprodursi, paralizzato dalla penicillina. Di un virus, anche un coronavirus, che non evaderà mai dal suo capside, prigione e armatura, e verrà distrutto dalle proteasi e dalle DNAsi.

Ma noi abbiamo memoria.

Abbiamo internet. Abbiamo la letteratura. Abbiamo la filosofia. Abbiamo una sorta di immortalità artificiale che nessuna specie su questo pianeta ha mai avuto, neppure le meduse immortali. Qualcosa che, rispetto ad imprinting ed epigenetica, è su un altro piano ontologico. Abbiamo trovato il modo non di sconfiggere, ma di domare la morte biologica.

La scelta di proporre tale tema, mentre il mondo è paralizzato di fronte all’idea della malattia – qualcosa che nel primo mondo, per fortuna, non concepiamo neppure più – è stata coraggiosa. Impopolare. Spaventosa.

Solo i Nightwish ne sarebbero stati capaci. Dunque, onore, dopo venticinque anni, ancora alla band che ha riformato il metal.

Testo di Harvest, Nigthwish

My harvest will come, tiny valorous straw
Among the millions facing to the sun
I will pause before a man whose path has just begun
Something unsung our way comes

The quarternary code gave mankind a rose
So we could see the beautiful die
Strange piece of storm hovers over crops
In a child’s face aglow before the scythe

Join the harvest of hundred fields, hearty and tame
All going back to one single grain
Offer light to the coming day, inspire a child

Water the field, surrender to the earth
Water the field, surrender to the earth
Water the field, surrender to the earth

They have beauty beyond the poetry but choose a silent misery
The deeper their sea, the less remains
They’ll find the pretty words and tame flocks to herd
There’s that or carousel of dare

Join the harvest of hundred fields, hearty and tame
All going back to one single grain
Offer light to the coming day, inspire a child

Water the field, surrender to the earth
Water the field, surrender to the earth

Join the harvest of hundred fields

Join the harvest of hundred fields, hearty and tame
All going back to one single grain
Offer light to the coming day, inspire a child
Water the field, surrender to the earth

Join the harvest of hundred fields, hearty and tame
All going back to one single grain
Offer light to the coming day, inspire a child
Water the field, surrender to the earth
Surrender to the earth

Arrive alive

Giulia Della Pelle
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