Lowinsky, la recensione del primo album “Oggetti smarriti”

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“Oggetti smarriti” è il titolo del debut album della band indie rock lombarda Lowinsky, distribuito da Artist First per l’etichetta Moquette Records.

Dopo quasi tre anni dall’uscita del loro omonimo EP d’esordio e in seguito a numerosi cambi di formazione, che però non hanno mai coinvolto il nucleo d’origine della band (ovvero Carlo Pinchetti alla voce e alla chitarra e Andrea Melesi alla batteria) i Lowinsky danno alla luce il loro primo LP “Oggetti smarriti”, pubblicato lo scorso sabato 22 febbraio 2020 per Moquette Records e distribuito da Artist First.

Le dieci tracce che lo compongono sono state scritte tutte da Carlo, il quale poi le ha arrangiate in compagnia di Andrea e del bassista Daniele Torri. Quest’ultimo, però, ha lasciato il suo posto a Davide Tassetti subito dopo le registrazioni. I circa quaranta minuti di disco presentano sonorità molto vicine alla scuola americana dell’indie rock/power pop anni ’90.

La produzione artistica è stata affidata all’abilità di Giacomo Corpino di Whale Audio, che si è preso cura del progetto al pari dei componenti del gruppo, fornendo una decisiva spinta alla realizzazione finale. La copertina, invece, è stata realizzata dall’artista inglese Barney Bodoano, che rappresenta una sua personale visione del lago di Lecco.

Neanche a farlo apposta, la tracklist si apre con “Coltelli”, brano tra i più energici dell’album e che strizza l’occhio al post punk. Questa prima traccia era già contenuta nell’EP d’esordio della band datato 2017 insieme a “Vertigine”, anche se entrambi i pezzi sono stati riarrangiati e reinterpretati al fine di adattarli al sound di questo LP.

Con “Seppuku”, secondo singolo ad anticipare l’uscita del disco, l’atmosfera diviene più cupa e se è vero che tra le dieci canzoni non è presente una vera e propria title track, è in questo brano che viene riportato il titolo del LP: “…vorrei solo i vestiti, sono al piano tra gli oggetti smarriti degli ospiti, parlo un poco con tutti, è come essere sempre pronto a morire o ad uccidere”.

Il testo si insinua tra i pensieri tragici di un aspirante suicida, nei giorni che precedono il gesto estremo. Il flusso di coscienza abbraccia diverse emozioni, dalla rassegnazione, alla rabbia, fino all’ammissione delle proprie colpe in un vortice di confusione e caos. La strumentazione è essenziale e fragorosa, sono le distorsioni infatti ad evidenziare i momenti più drammatici.

Bandiera“, invece, è la prima anteprima dell’album, una ballad semiacustica che si sviluppa morbida attorno all’accompagnamento della chitarra e della sezione ritmica che, se nelle strofe lascia spazio alle parole che si muovono sincopate e vellutate, prende invece il sopravvento nel ritornello, marcando la vera cifra pop della canzone: “…tra languide promesse io so che la tua passione è dirmi sempre no”.

Il testo racconta la fine di una storia, anzi racconta una storia già finita, a cui guardare con un sorriso amaro e una manciata di rimpianti. Le sensazioni e i ricordi di chi si volta indietro e prova a tirare le somme di una storia conclusa. Il singolo, dunque, fa emergere il lato più intimo di Lowinsky: “…ora non rimane nulla più di un foglio vuoto su cui scrivere a te e su una nave colata a picco, una bandiera”.

Anche se i loro riferimenti sono tutti stranieri, (Ash, Nada Surf, Heatmiser e soprattutto l’Evan Dando solista e leader dei Lemonheads), i Lowinsky cantano in italiano, eccezion fatta per la penultima traccia del disco “L’ennemi”, il cui testo è costituito dall’omonima poesia di Baudelaire, dunque è cantata nella sua lingua originale, il francese. Il pezzo, inoltre, è arricchito dal violino di Daniela Fantoni.

I Lowinsky credono fermamente che il mondo abbia dato il suo meglio negli anni ’90 e dunque si sono mossi di conseguenza: in generale siamo di fronte a un album rock più che godibile, non soltanto ben scritto, ma anche ben suonato e di questi tempi non è cosa di poco conto.

Lorenzo Scuotto
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