A Dark Euphony, Blackbriar: recensione

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A Dark Euphony è il secondo LP degli olandesi Blackbriar, dopo il grande successo di Reasons for Shipwreck, in uscita il 29 settembre 2023 per Nuclear Blast.

Il gothic metal è indubbiamente un genere un po’ incancrenito su se stesso. I grandi nomi del genere sono sempre gli stessi: Nightwish, Epica, Within Temptation, Lacuna Coil. Female fronted, spesso sfrutta il binomio Bella vs Bestia facendo amplissimo uso di topòi del romanticismo inglese e tedesco. Non nascondo che ogni tanto avvio su Spotify una playlist a caso riguardo le nuove uscite del genere: è così, che due anni fa, incontrai i Blackbriar.

Entrati rapidissimamente nell’Olimpo delle band metal female lead, per la qualità delle composizioni e degli arrangiamenti oltre che per la splendida voce di Zora Cock, i Blackbriar con “Reasons for Shipwreck” (2021) ottennero plauso di pubblico e critica, grazie, soprattutto, a brani come Selkie e il relativo videoclip.

Alcune ben evidenti caratteristiche differenziano il suono dei sopracitati dèi da quello dei Blackbriar. Innanzitutto, Reasons for Shipwreck prima e l’attuale A Dark Euphony poi, possiedono una costruzione, termini di composizione e orchestrazione, tutto sommato semplice, umile, elegante e minimale: similmente ai lavori di Tarja Turunen solista, i Blackbriar si affidano sia alla voce di Zora ma anche a riff atmosferici e melody-driven – non si potrebbe essere più lontani dai fasti baroccheggianti di Epica, Nigthwish e Within Temptation. Quasi tutti i brani finora rilasciati, EP compresi, dai Blackbriar, sono sostanzialmente delle potenziali hit, gradevoli, ben calibrati, ma, soprattutto, orecchiabili. Poiché essi ruotano attorno ad una singola idea centrale – un racconto, un ricordo, una ricca e sofisticata descrizione di un paesaggio inesistente – che viene sviluppata ed espressa in fase di composizione del supporto musicale, esclusivamente strumentale alla storia.

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La capacità narrativa è dunque il punto forte anche di A Dark Euphony. An Unwelcome Guest, gorgheggio iniziale ad aprire le danze, primo brano dell’album, evolve poi in una raffinata ma energica metal ballad in cui il dolce ondeggiare dalla voce di Zora disegna un’ottima linea vocale. Il suono di A Dark Euphony è, però, più pesante e molto più ricco: il passaggio alla Nuclear Blast si sente. Far Distant Land echeggia Mother Earth dei conterranei Within Temptation nell’intro, ma poi se ne distanzia nella costruzione del brano e soprattutto nel refrain – che sfrutta le armonie tipiche di una ballata rinascimentale del nord Europa. Passando per Spirit of Forgetfulness, che spero sarà un altro singolo, si approda alla splendida Bloody Footprints in the Snow: l’Olanda non vede neve molto spesso, ma i Blackbriar hanno saputo ottimamente descrivere l’atmosfera di una fiaba oscura dei Fratelli Grimm, ambientata in qualche remoto villaggio bavarese; fa ampio uso di scale armoniche nella linea vocale di Zora e di un ricchissimo tappeto sonoro. Al contrario, fra i migliori brani di A Dark Euphony c’è l’inquietante e conturbante The Evergreen and the Weeping Tree, una ballad pianoforte e voce: echi distanti di Theatre of Tragedy, per una struggente narrazione dell’arrivo dell’autunno prima, e dell’inverno poi; due alberi che si si conoscono, parlano, e, infine, innamorano, durante l’estate – galeotti gli innamorati umani che riposano sotto le loro fronde – ma uno, l’albero piangente, è condannato a morire nel gelido inverno. O forse no?

L’estate – e dunque, la rinascita del triste albero piangente – ritorna con Cicada: brano uptempo, soave ma grezza, che riprende quanto espresso nella prima parte dell’album, ma lo sublima e trasforma in hit – al 27 settembre, siamo già a mezzo milione di visualizzazioni su YouTube. My Soul’s Demise, echi dei primissimi Evanescence (quando Amy Lee aveva ancora cose da dire), la voce di Zora si fa amareggiata ma decisa: il binomio con la morte ritorna in A Dark Euphony, dopo Bloody Footprints in the Snow, sfruttando un notissimo topòs che di certi non deluderà i gothiconi più d’annata, ma che aggiunge svariate ciliegine candite (nere) con un eccellente riff notevolmente moderno e debitore, nel bridge, delle composizioni prog conterranee. La dolcissima ma ben poco originale Thumbelina (Pollicina, per i meno avvezzi all’inglese) continua sulla scia del fairytale oscuro – Dungeons and Dragons in musica -, risultando, però, estremamente simile a Cicada. Sebbene differente da The Evergreen and the Weeping Tree, We Make Mist è indubbiamente il brano migliore di A Dark Euphony: una fiaba abissale, di elfi oscuri e profondità labirintiche, possiede una struttura progeggiante dai frequenti cambi di ritmo ed accordo – dinamismo totale in una composizione trascinante che dal vivo potrà solo guadagnare.

A Dark Euphony, Blackbriar: recensione 1

Infine, il duo Forever and a Day e Crimson Faces chiude gloriosamente e degnamente A Dark Euphony: la prima, dal suono più oscuro ed aggressivo – una promessa di rancore, una maledizione – diventerà un grande singolo, mentre la seconda si fregia di un chorus trascinante ed impossibile da dimenticare: una storia di fantasmi che ancora aleggiano su questa terra, fra fuochi fatui e ombre danzanti.

A Dark Euphony è indubbiamente un album godibilissimo, ma meno vario e meno interessante, a livello di esperienza uditiva, di Reasons fo Shipwreck: i brani rientrano chiaramente all’interno del genere gothic metal, con tutta la pomposità spesso eccessiva che ne deriva, e raramente se ne distanziano a livello di sperimentazione (se non per episodi isolati, come in We Make Mist).

Infine, permettetemi di aggiungere una nota di demerito va indubbiamente alla label. I testi dei Blackbriar sono curatissimi e sfruttano in modo eccelso l’essenza sintetica della lingua inglese, e compongono una grossa fetta dell’esperienza d’ascolto: ometterli, nel digipack per noi della stampa, è stata una grossa mancanza. In ogni caso, i Blackbriar, grazie alla loro capacità narrativa ed espressiva eccellente, risultano una ventata d’aria fresca.

Giulia Della Pelle
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