“The Alchemy Project” è la maestria degli Epica [Recensione]

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Gli Epica sono una di quelle realtà imprescindibile nella storia del Metal degli ultimi vent’anni e il loro ultimo EP The Alchemy Project è pronto a confermarlo.

Dopo l’uscita di The Holographic Principle il sestetto sinfonico olandese guidato da Simone Simons e Mark Jansen aveva un po’ rallentato il ritmo di produzioni originali, solitamente sempre puntuali con una pubblicazione ogni 2-3 anni. Invece dopo il 2016 la band aveva realizzato alcune cover da Attack of Titans e varie rivisitazioni acustiche degli ultimi dischi e, complice il COVID, si è dovuto attendere fino al 2021 per ascoltare il nuovo album Omega.

Dopo circa un anno e mezzo la band rilascia quindi questo EP a spezzare un po’ le attese tra una pubblicazione e l’altra e concedendosi un percorso un po’ più sperimentale.

Sì, perché oltre alla durata ridotta (37 minuti contro una media che supera sempre i 60), gli Epica hanno impostato tutto The Alchemy Project nello sviluppo di brani un po’ meno nel loro stile e sempre costantemente affiancati da ospiti.

Ma vediamo la tracklist un pezzo alla volta.

The Great Tribulation, superata la classica introduzione sinfonica nel loro stile, ci porta in un brano cupamente Death Metal. Nulla di strano, se non fosse che accanto alla premiata ditta Simons&Jansen non ci fossero i nostrani Fleshgod Apocalypse, una delle realtà Death Metal più prolifiche e importanti della Penisola. L’incontro tra le due band contribuisce a ricreare una canzone molto sullo stile degli Epica più Deathsters, cupi, sull’onda di quello che era un po’ la loro forma tipica in Design Your Universe, in una sorta di parziale ritorno alle origini o comunque alle prime pubblicazioni della band.

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Già ci si sorprende di più all’ascolto la successiva Wake The World.

La prepotenza delle tastiere e in particolare dell’organo è un chiaro omaggio alle realtà Progressive Rock degli anni Settanta (non a caso c’è Phil Lanzon, tastierista di una delle grandi band rock britanniche dell’epoca: gli Uriah Heep), in particolare in quell’universo un po’ trascurato che era l’Olanda dei Focus e degli Ekseption. Una realtà che poi un certo Arjen Anthony Lucassen ha riportato in auge a partire dalla fine degli anni Novanta con i suoi vari progetti, in particolare con gli Ayreon e gli Star One.

In questo brano gli Epica si calano molto in un’atmosfera Rock insolita nella loro discografia, naturalmente condita qua e là con lo stile pomposo delle loro orchestre e dei loro cori e con la brutalità dei growl di Jansen, affiancato alla chitarra dal fido Isaac Delahaye. Ma ad aggiungere ingredienti nella pozione alchemica di questo brano ci pensa anche Tommy Karevik, straordinario cantante dei Kamelot e dei Seventh Wonder, probabilmente uno dei migliori interpreti nel panorama Prog/Power contemporaneo.

La ricerca e gli esperimenti della band in questo The Alchemy Project proseguono alacremente in The Final Lullaby, in compagnia della band svedese Shining.

Il connubio con gli Epica frutta un magnifico ritornello, un riff ancora settantiano molto trascinante, cori carismatici e violenti… ma la vera sorpresa è un assolo di sassofono! In un panorama come quello Metal le volte in cui questo strumento era presente si contano sulle dita di una mano (Another Day dei Dream Theater, Calabi-Yau dei TesseracT). E l’impiego che gli Epica ne fanno in questo brano è assolutamente straordinario: il brano acquisisce una vita ulteriore, incrementa il groove, la spinta che il brano già possedeva, nonché una notevole dose di originalità e freschezza.

Con Sirens – Of Blood And Water gli Epica si fanno affiancare dai danesi Myrkur e Charlotte Wessels, ex-vocalist dei Delain (in cui tra l’altro ha militato il bassista degli Epica stessi, Rob Van Der Loo). Questa formazione consente alla band di spaziare maggiormente in armonie Rock Sinfonico, vagamente sullo stile delle finlandesi Indica, realizzando la ballad di The Alchemy Project. Episodio che aiuta a spezzare un po’ il ritmo dell’EP che si stava facendo incalzante, è un brano che mantiene alto il livello dell’opera.

Per quanto riguarda Death Is Not The End, è uno di quei brani che ci riporta alla componente più Symphonic Death degli Epica, molto vicina alle sonorità del side-project di Mark Jansen, i MaYan. Guarda caso in questo brano c’è come ospite alla chitarra Frank Schiphorst, che affianca Jansen proprio in questa band. Invece alla voce c’è Bjorn Strid, poderosa voce dei Soilwork.

Si tratta del primo dei due brani più pesanti di The Alchemy Project.

L’altro è il successivo Human Devastation, breve esperimento prettamente Death, con una straordinaria prestazione del batterista Arien van Weesenbeek. Insieme ai God Dethroned e al cantante belga Sven de Caluwé, gli Epica realizzano un intero brano senza il benché minimo intervento di Simone Simons alla voce e Coen Janssen alle tastiere, producendo un risultato teorizzato in un’intervista da Mark Jansen stesso: togliendo la voce femminile e le orchestrazioni, il loro genere sarebbe prettamente questo, il Death Metal.

La conclusione è affidata a The Miner, brano in cui la band viene affiancata da Asim Searah, chitarrista dei Wintersun, Niilo Sevanen, voce degli Insomnium, e Roel van Helden, batterista dei Powerwolf. Il brano che scaturisce da questa interessante unione presenta molte delle sonorità del Metal contemporaneo, da sonorità di chitarra molto ariose (sullo stile di Fallujah e Meshuggah), un riff molto Djent, per poi passare a interpretazioni vocali che non mancano di presentare qualche vago accenno Folk (Wardruna in particolare).

In questo bel mix di generi, gli Epica ci salutano con un lento e inesorabile fade out di tutti gli strumenti, lasciando avanti la voce di Simone Simons e tutti i cori, per una conclusione maestosa. Degna del nome della band.

Con l’esperimento di The Alchemy Project, gli Epica hanno confermato di essere una delle realtà Metal più importanti e brillanti degli ultimi tempi.

La band si è mossa spesso e volentieri su dei registri che non le sono familiari, ha volontariamente spaziato verso altri mondi, saggiarne il terreno, respirarne l’aria, ed è riuscita a integrarli con quello che è il suo stile.

Questa integrazione è straordinariamente limpida, placida, non c’è nessun momento di conflitto tra realtà differenti: le orchestrazioni sinfoniche si incontrano con le atmosfere più estreme, come in The Great Tribulation e Death Is Not The End, ma anche con le atmosfere settantiane di Wake The World, permettendo a The Alchemy Project di essere veramente un lavoro aperto in tante direzioni, ricco di influenze ben amalgamate tra loro, sperimentale ed equilibrato allo stesso tempo.

L’inserimento di un sassofono all’interno del repertorio non pesa minimamente, anzi dà nuova linfa, arricchendo le sonorità della band. I generi e le atmosfere vengono miscelate, dal mondo fantasy di Sirens – Of Blood And Water a quello ancestrale e Folk di The Miner fino a quelle più distruttive di Human Devastation, senza che l’EP ne risente dal punto di vista della coerenza a livello di ascolto.

Sono gli Epica, sono una band straordinaria che è ben incamminata per diventare una delle leggende musicali contemporanee.

Tutto quello che toccano diventa oro e con The Alchemy Project realizzano un altro (l’ennesimo) capolavoro della loro discografia, con la consapevolezza che spaziare verso nuovi orizzonti è così facilmente a portata di mano. Magistrali!

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