Blues Pills: Holy Moly! [Recensione]

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I Blues Pills li considero un po’ “la band che non ti aspetti”. Perchè una band che porta un rock molto influenzato dal rock anni ’70, guardando il mercato musicale odierno, è molto difficile da trovare, e se hanno anche del talento, beh, non te lo aspetti proprio.

I Blues Pills li ho conosciuti qualche anno fa, quando aprirono un concerto a Roma degli Alter Bridge. Mi sorpreso fin da subito, in primis per il genere: un rock anni ’70 puro, suonato ed interpretato alla perfezione. Dalle canzoni, al modo di tenere il palco della band, fino all’allestimento del palco. Fu tutto bellissimo, anche nel mio “star fermo” durante il loro live, ma dentro di me cominciavo ad adorare quella band.

La possibilità di recensire questo loro nuovo album, Holy Moly!, mi sento in dovere di “raccontarvi” i Blues Pills cercando di convincervi di cliccare il tasto play su un qualsiasi loro album, ma soprattutto su questo nuovo lavoro. Ovviamente non starò qui a costringervi, ma solo accendere la vostra curiosità, anche solo per un assaggio della loro musica, perchè si meritano anche 30 secondi di ascolto.

Quindi, cominciano a sentire questo Holy Moly! Nuovo album dei Blue Pills. Undici tracce che vi faranno, spero, sentire negli anni ’70. Pezzi senza troppe, “altre”, influenze e perfettamente interpretati per essere il più “puramente ’70” possibile.

Holy Moly! si apre con “Proud Woman” una canzone che ha tutto nel titolo, una canzone di protesta, che trova ancora più “forza” nel modo in cui viene cantata dalla vocalist Eline Larsson. Un testo cantato scandendo il più precisamente possibile le parole, quasi a voler far capire con tutta la forza possibile il messaggio della canzone. Segue “Low Road” che ci riporta a quando, negli anni ’70, si cominciava a scoprire quello che poi sarebbe diventato il metal. Un riff che possiamo definire “heavy anni ’70”, che va avanti per poco più di tre minuti, senza mai diventare TROPPO heavy.

Blues Pills

Dopo esser tornati al classico con “Dreaming My Life Away” si arriva al primo lento dell’album. L’atmosfera è quella giusta in “California”. Ora, in Holy Moly! Sono presenti altri lenti, ognuno con la sua particolarità. Per esempio, abbiamo appunto la traccia sopracitata che è caratterizzata dalla parte strumentale che presenta una chitarra che accompagna la linea vocale con una di quelle distorsioni “classiche” degli anni ’70 (in gergo “crunch”). Ma se da una parte abbiamo una distorsione “pesante”, dall’altra troviamo “Wish I’d Know”, completamente diversa dal tipo di composizione di “California”. Ancora più “differente” è l’ultima traccia, ovvero “Longest Lasting Friend”, completamente in clean (con una chitarra presente “il giusto”), con una linea vocale che rimane, giustamente, piatta, per tutta la durata della canzone.

Dopo aver parlato delle ballad presenti in Holy Moly! Torniamo alla canzoni più “spinte”. Tracce che i Blues Pills hanno voluto “limitare” per far spazio ai lenti.

Si riparte con le tracce più “spinte” con “Rhythm In My Blood” che sembra una canzone in cui la band tiene a ribadire il concetto di “avere ritmo”, a prescindere poi dal pensiero dell’ascoltatore. Di solito queste “prese di posizione” non le vedo di buon occhio, almeno per me sono una mancanza di rispetto verso chi ascolta, come a dire “ehi ascoltaci, siamo forti, se non lo fai non capisci nulla”. Ma nel caso dei Blues Pills lascio stare, diciamo che loro possono permetterselo, soprattutto nel modo in cui ti dicono di essere forti.

L’ultimo spazio lo lascio per “Bye Bye Birdie”, una traccia “sali e scendi”. Comincia piano, accelerando piano piano, fino ad arrivare al secondo minuto, in cui la traccia esplode, per poi tornare su un ritmo calmo, che finisce a chiusura della traccia quando, proprio durante il finale, per poco tempo, ritorna su un ritmo più pesante.

I Blues Pills quindi si dimostrano per essere una, delle poche band, che portano sempre più in alto “gli anni ’70”, rievocandoli in ogni dettaglio, che sia durante un live, o nella produzione dell’album (in cui si decide di usare “tecniche” di produzione puramente anni ’70). Unica nota negativa dell’album è appunto la presenza di troppi lenti, che anche se differenziati nel tipo di composizione risultando di troppo. Sarebbe stato più giusto lasciare spazio a pezzi “spinti”, sentendo anche come la band svedese si comporta con essi.

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Marco Mancinelli
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