E vissero feriti e contenti, Ghemon: recensione

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E vissero feriti e contenti arriva a meno di un anno dal precedente album di Ghemon, Scritto nelle stelle. Questo album significa un sacco di cose, principalmente per Ghemon ma anche per noi che siamo qui ad ascoltare, scrivere ed aspettare sempre musica nuova.

Si, perché in un ‘epoca discografica in cui ogni singolo album viene centellinato con la pubblicazione di singoli separati a distanza di tempo calcolato alla perfezione il rapper irpino butta a mare tutti i calcoli e sembra dirci che la vita è adesso, di prendere tutto il meglio che si ha e utilizzarlo prima che diventi stantio. Così ogni giorno sembra essere il momento perfetto per scrivere, per far scorrere dentro di sé l’r’n’b che ormai pervade tutta la produzione del nostro.

Ecco quindi il ritorno a Sanremo con un brano che non aveva probabilmente l’impatto di Rose Viola, ma che alla distanza sta regalando sempre maggiori soddisfazioni a Ghemon. Il singolo sanremese infatti era un ricco antipasto di quello che ci avrebbe riservato il disco. Non contento di un album come “scritto nelle stelle” Ghemon si ributta nella mischia per dare una risposta costruttiva alla pandemia che sta martorizzando il settore artistico in generale e tutto l’universo degli spettacoli dal vivo in particolare. Ecco che nasce E vissero feriti e contenti.

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Pronti, via, sembra di risentire un briciolo dell’album Orchidee in Piccoli Brividi, per poi proseguire con il solito menu ricchissimo di soul e funky, fino al reggae di Difficile. E vissero feriti e contenti, settimo album in studio di Gianluca da Avellino, è un disco che mette in chiaro quanto questo artista sia ormai un punto fermo all’interno del panorama musicale nazionale.

Un musicista capace di (ri)aprire le porte del sound italiano e mischiare il pop di Tanto per cambiare con il funk di Puoi fidarti di me, riprendendo un discorso in qualche modo lasciato in sospeso da Neffa per portarlo al suo definitivo compimento. All’interno brani come Infinito, Trompe L’oeil e Sparire dimostrano come questo disco non si costruisca su ragionamenti ed equilibri commerciali ma sia un vero e proprio fiume in piena in cui tutto il bene ed il male che si aveva tra le mani è stato inciso nei solchi del vinile che dovrebbe girare sui piatti di più persone possibili.

È come se, nonostante tutto il male che attraversiamo in questi anni, Ghemon avesse capito che lui per prima e noi in seconda battuta avessimo bisogno del secondo capitolo di “scritto nelle stelle” senza per questo lesinare su tutta la musica nuova che lui stesso aveva in testa. E quindi non ci resta che muoverci, cantare e strusciarci (appena sarà possibile) sulle note di “E vissero feriti e contenti” come se fossimo in una delle scene di Blues Brothers o in uno di quei locali fumosi e traboccanti che ora possiamo solo sognare ascoltando un album del genere, uno come E vissero feriti e contenti. Ghemon sarà lì, sul palco, dietro al microfono.

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