Pressure Machine dei The Killers: recensione

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L’ennesimo Covid album di cui ci accingiamo a parlare, con un certo affetto è Pressure Machine dei The Killers. Uscito in agosto 2021 per Island Records.

Sebbene rimanga all’interno della cornice dell’indie folk americano, Pressure Machine è un lavoro universale. Sebbene ambientato a Nephi, Utah, il racconto guizza dal particolare al comune, e ha, come filo conduttore, proprio la piccolezza: i minuscoli frammenti di vita che la pandemia ci ha costretto a guardare da vicino, a riscoprire, a sottoporre al microscopio e a costruirvi sopra un intero mondo – un modo di vivere, una nuova, piccola, atomica, società.

I The Killers sono sempre stati cantastorie. In Pressure Machine, album del 2021, si vive l’esperienza altrui, ma realistica e potente: quella di qualcun altro, sì, quella di Brandon, lontana nel passato, ma vivida come un’allucinazione. Un romanzo orrorifico.
the killers pressure machine recensione

Pressure Machine, a livello sonoro, si muove su uno stile già sentito, e dunque non prettamente originale – ma non è ciò che si richiede ad una band che sì, ha toccato attimi sperimentativi con Imploding the Mirage, ma non ne ha mai fatto manifesto della propria arte; siamo sul folk lo-fi di White Buffalo, di Bon Iver, di Phoebe Bridgers – effettivamente presente nell’album. Ma c’è di piu: ci sono trascinanti cavalcate, epiche, tipiche dei The Killers e che condividono con i White Lies, d’oltreoceano.

Ogni brano, a mo’ di Spoon River Antology, comincia, dopo il click di un registratore a cassetta, con un brevissimo racconto di vita di una persona qualsiasi: la storia di una ragazza di paese in West Hills, la cacciatrice di selvaggina in Sleepwalker, il treno assassino della cittadina nelle parole di un attempato uomo locale – c’è del pericolo, anche nel minuscolo mondo di Nephi. Nephi, rappresentata da Pressure Machine come un luogo grigio, bloccato in una dimensione temporale inesistente, nel suo minuscolo loop capace di ripetersi all’infinito senza variazioni degne di nota; un luogo in bianco e nero, in cui la globalizzazione non è giunta. Flowers lì è cresciuto: in un luogo in cui non le chiavi non girano nelle toppe di notte. Non c’è bisogno. Così dice Quiet Town, ballad folk a là Springsteen, ma resa delicata dall’espressività ben poco macho di Flowers – e questo è un bene; mentre la notevole West Hills chiude con accordi diminuiti l’incipit di un ipotetico road movie americano – Nomadland.

C’è tanta amarezza in Pressure Machine: mascherata dalla serenità di una chitarra pizzicata su un portico, in Terrible Thing, bluegrass funereo e narrativo. C’è la distante tragedia dei romanzi di Stephen King in Cody, dolente country folk vagamente Fleetwood Mac, che non gioca con partiture e strumenti, ma solamente sulla melodia e sulla voce tenorile di Flowers.

Da qualche parte lessi, una volta, che il livello di evoluzione di una società passa dalla condizione femminile: a Nephi, in Nevada, non c’è mai stata la rivoluzione sessuale, le politiche di pari opportunità non hanno mai colpito le menti delle giovani donne. Al pari di un cavallo da rodeo che viene sottoposto ad eutanasia perché ferito, le ragazze di Runaway Horses – con la partecipazione sentitissima di Phoebe Bridgers – si abbandonano al proprio destino:

Small-town girl, you put your dreams on ice, never thinking twice
Some you’ll surely forget and some that you never will

Si sposano: rinunciano all’autodeterminazione e al cognome. Non lo fanno per amore, ma perché non conoscono altra possibilità. Uomini che ignorano le donne, una metà del mondo non degna di essere considerata composta da persone a tutti gli effetti: In The Car Outside, uptempo radiofonica ballad rock, un uomo forzatamente ignora la moglie, e continua a blaterare con se stesso. Semplice sguattera. Mai felice di quell’uomo che le ha dato un tetto sopra la testa ed un figlio, dopotutto.

La mancanza d’amore è cronica, dunque, a Nephi, assieme all’assenza di ambizioni. In Another Life viene universalizzato un particolare comune a tutti i disperanti, e disperati, luoghi di frontiera e provincia: il paesino che, coi suoi muri invisibili ma invalicabili, ti costringe a cercare svago – droghe, alcol, eccessi. Che estrae dal tuo profondo mostri che non si sarebbero mai palesati altrove. Con la sua gravità, che tutto divora. Vita d’operaio di catena di montaggio, vita di moglie e madre di due figli, cose altre da sé.

I spent my best years laying rubber on a factory line
I wonder what I would’ve been in another life

Tanto cantautorato americano è poi presente in Desperate Things – un poliziotto che si innamora di una donna abusata dal marito, uccidendolo infine, mentre Pressure Machine, title track, è un country blues che si trascina lento come una balla di erba secca, rotolando su una strada spazzata dal vento arido. Crescere in America equivale, dunque, ad essere sottoposti continuamente a degli stress test, via via piu difficili; dal razzolare su Main Street al completare il college, sposarsi, ricordare gli Happy Meal al McDonald.

Si è soggetti ad una gravità specifica se si cresce in una piccola città, o, meglio, in una piccola comunità. Non importa quanto sparsa sia; il senso di appartenenza è potente come la forza che tiene incollati i quark. Si cade, cade, cade, cade, spiraleggiando, verso quel nucleo che ti attrae, mano a mano che si cresce, ma che non ci si ribella; si rimane incastrati in un universo infinitamente piccolo, brulicante di tardigradi, dotato delle proprie regole familiari – regole non vere nella realtà, troppo enorme, aliene a chi viene da fuori; ciò che viene interpretato come mancanza d’educazione è in realtà profondo senso d’appartenenza, così come la cultura è solo accessorio, non è stile di vita. Un borioso orpello. Perché quella gravità abitudinaria ti trascina a fondo, in una mescolanza di corpi, pensieri, dinamiche, tutte uguali, infinitamente ripetute in un loop di appiattimento sociale. Ecco, chi non è nato e cresciuto in una piccola città, quello che Brandon Flowers vuole comunicare con la finale 9 non lo può capire. Dondolare sul proprio portico a sera, ammirare emozionati, col cuore colmo, le operazioni identiche compiute dal vicino di casa, tutti i giorni. Guardare la neve cadere, sciogliersi, primavera, estate, inverno, e ancora primavera.

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A che serve uscire dalla mia comunità? Ho tutto qui. Questo paese è il mio tesoro. Non mi interessa vedere l’oceano. Non voglio provare altri cibi. Non mi interessa guidare altre auto. Non voglio toccare rocce di altre montagne. Non voglio che i miei figli respirino altra aria se non quella di Nephi, non bevano altra acqua. Non voglio che Dio mi trascini per altre vie piu misteriose di questa. Non voglio scegliere, mai.

Maybe it’s the getting by that gets right underneath you
It’d swallow up your every step, boy, if it could
But maybe it’s the stuff it takes to get up
In the morning and put another day in, son
That keeps you standing where you should
So put another day in, son, and hold on ‘til the getting’s good

Pressure Machine non è del tutto un album dei The Killers: è un album di Brandon Flowers, con qualche spuria apparizione. È un album da consigliare a qualunque amante dello storytelling, non solo della musica. È fresco, gentile, come la mattina nel cul-de-sac del vicinato, come il latte appena munto al mattino, come una carezza di una mamma. Una grandissima prova cantautoriale. A che serve, del resto, ribellarsi?

Giulia Della Pelle
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