The White Buffalo, On The Widow’s Walk: il ritorno di Jake Smith

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On The Widow’s Walk è il settimo lavoro dei The White Buffalo, il progetto capitanato da Jake Smith e reso famoso dalla colonna sonora di Sons Of Anarchy.

Un tipico caso di sliding doors, quello del cantautore dell’Oregon – ma cresciuto in California – e dei The White Buffalo; senza il successo della serie TV sarebbe probabilmente rimasto uno dei tanti tesori accuratamente sepolti della discografia americana.
E il barbuto Jake avrebbe continuato la sua vita da country hobo, a percorrere in lungo e largo gli States come uno sghembo menestrello western.

Qui da noi sarebbe andata ancora peggio: The White Buffalo sarebbe rimasto confinato tra le ultime pagine di qualche rivista di settore, in entusiastiche recensioni che nessuno avrebbe letto. E invece eccoci ad avere tra le mani questo On The Widow’s Walk, un sincero e appassionato lavoro che mischia country, folk, blues – più nel tono che nei suoni – e qualche concessione mainstream. Quelli che scrivono bene la chiamano Americana.

Un disco dove, è bene dirlo subito, non c’è una nota che sia una che non sia già stata ampiamente suonata tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, l’epoca d’oro del country rock. Il tempo in cui, sulla scia dei pionieri Byrds, nascevano band come Flying Burrito Brothers e rinascevano i Grateful Dead dopo la sbornia psichedelica.

The White Buffalo è un moniker perfetto, ci si fossero messi i migliori esperti di marketing in un fumante brainstorming, non avrebbero fatto di meglio.

Intanto, senti “Buffalo” e già sei calato in pieno in polverose atmosfere western, con tanto di mustang selvaggi e chiassosi saloon; e le bande di motociclisti, ça va sans dire. Ma il bisonte bianco è anche un animale feticcio dei nativi americani, simbolo di purezza, unicità e con quel tanto di misterioso che non guasta. Alla creatura – che tanto mitologica non è, esiste davvero – fu dedicato il cult di Jack Lee Thompson del 1977, Sfida a White Buffalo, con un impassibile Charles Bronson.

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Jake Smith ha dichiarato che da ragazzo era un fervente appassionato del punk, Fugazi tra gli ascolti, ma che da quando imbracciò la chitarra le sue ispirazioni si fecero più consone; e allora, Bob Dylan, Leonard Cohen, Tom Waits e soprattutto Townes Van Zandt, l’insuperabile nume tutelare di ogni hobo che si trascina di villaggio in villaggio con la chitarra acustica a tracolla.

Il suono di questo ultimo disco dei The White Buffalo si è fatto però più stratificato, grazie alla produzione di Shooter Jennings.

Tra i pochi pezzi mossi e il filo di elettricità che irrora gli arrangiamenti – davvero bellissimi, in alcuni pezzi – ecco così spuntare altri nomi, come i dimenticati Bruce Cockburn e Chris Rea. Il vocione di Jake è sempre quello, una sorta di Eddie Vedder che non ha avuto bisogno di andare in Alaska per trovare una sincerità folk genuina. Il timbro basso e scuro di tanto in tanto si apre in urla dissennate e ululati da bluesman, dando a tratti quasi i brividi.

I pezzi – undici in tutto, ma forse una maggiore brevità avrebbe giovato – si dividono in ballate malinconiche, accelerazioni à la Springsteen e pezzi orecchiabili leggermente più ruffiani.

Tra le prime troviamo le cose migliori: la bella The Drifter, una splendida Cursive – ballata piano e chitarra davvero da pelle d’oca – e le altrettanto valide River Of Love And Loss e I Don’t Know A Thing About Love. Cursive è però il pezzo che da solo vale tutto l’ascolto, credete a me.
Le accelerazioni rock sono forse quelle dove The White Buffalo si trovano un po’ meno a proprio agio, Faster Than Fire valga come esempio.
Widow’s Walk fa invece parte di quei pezzi che in radio non sfigurerebbero per niente: un mezzo miracolo che riesce a tenersi in equilibrio tra un andamento semi pop (ricorda quasi Boulevards Of Broken Dreams) e addirittura un coretto orecchiabile. The Rapture è invece il primo singolo dell’album, un pezzo oscuro e sinistro al punto giusto, con un ritornello che frulla Warren Zevon, Mark Knopfler e gli Eels con atmosfere da True Detective e il temibile ululato di Smith.

Prima di concludere un cenno ai compagni di band di Jake Smith: Matt Lynott alla batteria e Christopher Hofee al basso, oltre al produttore Jennings che si cimenta al piano.

Insomma, che vi piaccia o no Sons Of Anarchy, tutti dovremmo essere grati alla serie per aver disvelato al mondo il talento dei The White Buffalo. Soprattutto di questi tempi, schiacciati tra le mura di casa, rese ancora più strette da fake news, ansie personali e brutture da social, il bisogno di qualcosa di bello – non forzatamente allegro – è prepotente.
Ascoltate la voce profonda di Jake in River Of Love And Loss, il sibilo del violino che sembra giungere da abissi dimenticati prima di assumere contorni più reali. L’arpeggio appena accennato e il fischio western e lasciate da parte – per un attimo – le difese.
Bellezza e dolore, a questo serve la musica.

Andrea La Rovere
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