Rumble of Thunder, The Hu: recensione

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Rumble of Thunder è il secondo album dei The Hu, band mongola che si era già fatta conoscere con The Gereg, uscito in settembre 2022 per Better Noise Music.

The Hu.

Il nome della piu’ famosa band mongola è un intelligente rimando ai celebri inglesi, in un’operazione di marketing che già sa di qualità. Ma è anche la radice per “umanità” in lingua mongola. I The Hu stessi sono espressione di un paese in espansione, in crescita economica, dopo decenni che la propria cultura tradizionale è stata annichilita dalla dominazione russa; i The Hu, e il loro canto di gola, le tematiche tradizionali, l’orgoglioso sfoggio del proprio essere mongoli, si sono ritagliati uno spazio d’onore nel metal contemporaneo – sebbene, di metal, la loro musica abbia ben poco.

La grande scoperta della Better Noise Music è diventata famosa con The Legend of Mother Swan, e i suoni ipnotici, feroci, epici e virili dei The Hu hanno conquistato YouTube, facendo guadagnare loro una fama insperata. I The Hu sono ora al proprio secondo album, Rumble of Thunder, che segue il fortunatissimo The Gereg – incentrato su Gengis Khan – che ha valso alla band la piu’ alta onorificenza dello stato. Con nota a margine, l’esistenza stessa ed il successo dei The Hu ha dato il via ad un revival di musica tradizionale dell’intera zona siberiana: gli Otyken, dalla Jacuzia, sono realtà discografica grazie al successo dei The Hu. La band mongola ha poi contribuito, dal punto di vista tecnico, al recupero di strumenti parzialmente dimenticati: l’uso professionale dello scacciapensieri, presentissimo sia in The Gereg che nel nuovo Rumble of Thunder, il tovshuur – una sorta di chitarra – e il morin khuur, in italiano “violino a testa di cavallo”. Il tutto a creare un genere che loro stessi hanno definito Hunnu rock, andandosi ad unire dunque alla lunga scia di artisti, finora purtroppo quasi esclusivamente europei, che si interroga sulle proprie radici antropologico-artistiche, e che ne recupera le sonorità.

Rumble of Thunder, The Hu: recensione 1

The Gereg era un album, forse, lievemente acerbo, e, sebbene fruibile, mancava di unità compositiva; Rumble of Thunder, al contrario, vanta una produzione eccellente e la presenza di alcune vere e proprie hit potenziali, a partire dalla opening This is mongol. Un eccellente ed energetico sample di quanto espresso già dalla musica dei The Hu, ma comunque accessibile grazie alla struttura sostanzialmente hard rock del brano. Ci si riunisce nel campo di battaglia con la successiva YUT Hovende, nella quale si nota la pregevolissima produzione e mixing – c’è spazio per ogni strumento, in una mini orchestra. Triangle, poi, che per un orecchio italico assomiglia da morire ad una tarantella pugliese, è un gioioso intermezzo festivo, fra canto pulito e di gola. In Teach Me siamo di nuovo nel reame definito da This is Mongol: un’epica mescolanza di metal atlantico e ritmi sincopati da galoppo – questo caso non artificio retorico, ma vero e proprio metronomo della cultura mongola. E se Teach Me era un placido canto in formazione al piccolo trotto, Upright Destined Mongol è un canto di battaglia con un ritornello estremamente catchy che sembra rubato a band come i 16 Horsepower.

rumble of thunder the hu recensione

Interessante è poi come, in Rumble of Thunder, solo i titoli dei brani siano in inglese, mentre il testo è in lingua mongola: un piccolo suggerimento, per l’ascoltatore, ad approfondire quella cultura, senza snaturarsi, e, con l’utilizzo di strumenti tradizionali e canto di gola, cogliere il meglio di quelle sonorità rendendole, però, accessibili, a noi annoiati ascoltatori occidentali.

Sell The World scorre melodica e forse malinconica, mentre Black Thunder coglie la potenza dell’imprevedibile meteo della steppa: in una profusione di scacciapensieri e tovshuur, allineati ad una forse banale chitarra elettrica, una litania si dipana, aggressiva e decisa, cui segue un folle assolo di morin khuur: un eccellente singolo ne è tratto, ed è, al pari di This is Mongol e Yuve Yuve Yu, un ottimo campione di ciò che la band di Ulan Bator esprime. La dolce Mother Nature, semiacustica, segue poi, per un attimo di pausa contemplativa verso l’enormità dei monti Altaj che si innalzano dalla pianura. Bii Biyelgee, al pari di Triangle, è un omaggio al popolo nomade e alle sue danze tradizionali: un cantastorie che introduce il ritmo e fornisce l’atmosfera, ed una melodia semplice e ballabile che unisce l’intera tribù. Segee e Shihi Hutu sono poi, rispettivamente, una ballad rock che finora mancava, ed un’altra enorme cavalcata a là Black Thunder, ma più oscura e sperimentale, i cui la componente epica è maggiore – ed è capace di evocare nella mente immagini di enormi orde di invasori, a cavallo, come un’unica grande creatura che si dipana sull’erba gialla, infiniti corpi ma un’unica mente. Tatar Warrior, introdotta da nitriti di cavallo, chiude degnamente Rumble of Thunder, in un marziale coro virile di gola, ricca di cambi di ritmo – con rimandi all’interessante scena black metal odierna, ormai lontana dalle lagne sataniche degli anni ’90, e divenuta campo di sperimentazione.

Rumble of Thunder è un album nettamente superiore all’esordio The Gereg dei The Hu: è un lavoro complesso, dall’eccellente produzione, e ricco di hit. È un lavoro dei migliori tempi dei Finntroll, dei Korpiklaani, dei Moonsorrow, ma prodotto dall’altra parte del mondo e senza perderne l’identità. Che non vediamo l’ora di ascoltare dal vivo.

Nel caso dei The Hu, è affascinante peraltro notare le somiglianze di questa musica tradizionale, finora sconosciuta, con quanto sviluppato in Europa; armonie similari, che scuotono le stesse corde umane. Permettetemi poi di chiudere la recensione con una riflessione, che spero vi trovi concordi. Il poter, per noi noiosi occidentali, ascoltare con tale facilità musica tradizionale mongola, e che essa ci piaccia, è esclusivamente merito della tecnologia. Di internet. Un merito, quello dell’avanzamento tecnologico stesso dell’umanità, che viene fin troppo spesso disprezzato: esso però va accolto, e la bellezza, diversità, curiosità che può portarci – oltre all’indubbia, enorme, possibilità che fornisce ai musicisti stessi di farsi conoscere, di edocerci con la loro cultura finora sconosciuta – è esclusivamente un bene. Non essere concordi è un comportamento miope, stupido, fascista. Dunque, che ben venga la musica siberiana nel nostro YouTube; che i The Hu siano ancora orgogliosi ed impazienti di far conoscere un popolo ed una civiltà tanto distante alla nostra.

Giulia Della Pelle
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