Utgard, Enslaved: recensione

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Utgard è il nuovo album degli Enslaved, storica formazione black, virata poi al prog, che ha contribuito a reinventare l’extreme metal. E’ uscito il 24 ottobre per Nuclear Blast.

Poche cose causano una gioia profonda come la buona musica. Forse del buon sesso. Forse la visione di paesaggi incontaminati e sconfinati, oppure degli skyline mastodontici di metropoli cyber.

Nel mio caso, basta il foliage autunnale di un bosco, un thè bollente sul portico, e nuova – ottima – musica in sottofondo. In questo caso, parliamo di Utgard degli Enslaved.

Sebbene una certezza da vent’anni, è che con gli ultimissimi lavori che gli Enslaved (il cui nome, ormai, col concept espresso, c’entra come i cavoli a merenda) hanno definitivamente consacrato il proprio nome nella musica metal moderna: da Axioma Ethica Odini del 2010, in poi, la band ha raggiunta una maturità compositiva di assoluto spessore, un grande equilibrio stilistico, ed uno status di classico moderno.

Utgard non fa eccezione. Necessaria è una doverosa premessa, per chi non conosce la band: gli Enslaved sono orgogliosamente discendenti dei vichinghi, rifiutano la danesizzazione della Norvegia avvenuta nell’arco di circa trecento anni (1530/1800, per chi volesse approfondire consiglio la lettura di un qualunque trattato di storia). Dunque, nei loro lavori, hanno sempre trattato tematiche tipicamente norrene: la mitologia preesistente alla germanizzazione, le leggende antediluviane, gli antichi dei pre-cristiani. In tale contesto, dunque, appare naturale come il titolo Utgard sia collegato al contraltare di Midgard, la terra da noi abitata, in quanto, storicamente, è così chiamato il regno del gigante Skrymir: in un famoso mito, Thor e Loki decidono di intraprendere un viaggio ad Utgard, situato al di là del mare di Midgard, dunque nel territorio di Jotunheim. Tale mondo è abitato da creature mostruose: demoni, giganti crudeli – non tanto per la stazza fisica, ma per le capacità intellettuali, che surclassano quelle dei semi-dei di Asgard; il Male, dunque, non è rappresentato dall’orrore fisico, ma da quello mentale. Dal sofismo, dalla sottigliezza.

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Utgard è dunque un album oscuro, che recupera la componente black metal degli Enslaved, declinandola dunque in ispirazioni ambient; l’oscura fortezza (una dimmu borgir…ahahaha…) è effettivamente rappresentata nella cover dell’album (realizzata da Truls Espedal), laddove il corvo in primo piano è sicuramente appartenente ad Odino ; volutamente ellisso è invece Thor, assieme agli altri due accompagnatori nel viaggio verso Utgard narrato da Snorri Sturllsson, e non porta la sua luce in quel mondo nebbioso. Un mondo che iniziamo ad esplorare con Fires in the Dark, cori virili neo-pagani che evolvono in riff acidissimi. Il vero punto di forza del “prog” degli Enslaved è sempre stato, però, la varietà sonora, pur rimanendo sempre fedeli a se stessi: abbiamo dunque aperture melodiche, le voci dei due cantanti (Grute Kjellson e Hakon Vinje) che si mescolano in perfetto dinamismo e accordo. Ipnotizzati dalla opening si va a Jettegrytta, che recupera molto dagli Emperor dei primissimi anni – quando ancora non ammazzavano nessuno – e della compattezza musicale dei Dimmu Borgir, aumentando dunque il sentire melodico ed accessibile, quindi, della musica di Utgard.  Frequentissimi anche qui i cambi di ritmo, che, però, portano ad una forma canzone più classica rispetto a Fires in The Dark, che si era andata a caratterizzare per sonorità decisamente più avant-garde.

Sequence, sorretta da un riff estremamente seventies, scorre poi senza particolari sussulti, se non per, appunto, il tema musicale – un po’ abusato – dell’alternanza fra voce pulita e scream; la successiva Homebound è così melodiosa, così prog, così Dream Theater, che, forse, se fosse stata composta dai nati al di là delle montagne e del confine – i molli svedesi – non avrebbe sfigurato. L’epico riffing – esaltato da un lavoro eccelso in fase di produzione, erano anni che non sentivo un mixing non così perfetto, ma così efficace – sostiene un brano dunque altrimenti scialbo.

Siamo nel core di Utgard: il viaggio verso la fortezza degli indovinelli, la Sfinge nordica, è quasi giunto al termine; è il tempo dell’ordalia.

Tale cuore nero è rappresentato con Utgardr e Urjotun, cui la prima è intro dell’altra; un’inquietante voce maschile, fuori dal tempo e dallo spazio, introduce alla seconda. Ecco, il sentimento artistico degli Enslaved, che li differenzia da tanti conterranei mai capaci di reinventarsi, di far evolvere il genere, e di suonare come se ci trovassimo ancora negli anni ’80 e vestirsi semi-satanici ai concerti facesse scalpore, ecco, quella bellezza è racchiusa tutta qui. Un brano eccelso, commistione fra elettronica acidissima e riffing bollenti; se c’è, sotto tortura, da trovare dei rimandi, essi sono nei Cure, nei Dead Can Dance, nei Bauhaus. E, ancora prima, nel kraut rock: i Kraftwerk fra tutti.

Gli eroi sono riusciti nell’impresa: sono sopravvissuti agli inganni di Útgarða-Loki che ha posto davanti loro nemici imbattibili come la vecchiaia, l’universo infinito – il serpente  Miðgarðsormr – e l’oceano stesso.

La, dunque, meno oscura Flight of Thought and Memory è un pre-commiato uptempo, rapidissimo, incredibilmente intenso, che contribuisce a scolpire il marchio di fabbrica di questo corso degli Enslaved. Utgard si conclude con Distant Seasons, placido contraltare al delirio cosmico narrato in voce pulita, fuori dal mondo delicato di Asgard esplorato in E, lowtempo, rilassata. Il canto di un bardo del ventunesimo secolo.

Con Utgard, dunque, gli Enslaved hanno osato sia stilisticamente che tematicamente.

Hanno declinato antiche leggende nel mondo moderno, caotico e privo di senso, che pone il suo abitante di fronte a prove impossibili, cui, in realtà, non è possibile avere successo, perché tali nemici sono invincibili per definizione – morte, vecchiaia, infinito – e l’unica vittoria raggiungibile è la sola, mera, sopravvivenza stessa.

È una vera speranza, questa?

Giulia Della Pelle
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