Voivod – The End of Dormancy (Recensione)

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E’ arrivato il 10 luglio, a distanza di due anni dall’ultimo album, The End Of Dormancy, il nuovo EP dei Voivod. Registrato e mixato da Francis Perron, già collaboratore della band proprio per “The Wake” (2018), il complesso canadese torna sulle scene con un’esecuzione del tutto nuova della seconda traccia del loro ultimo lavoro in studio

I Voivod avevano già sorpreso tutti dopo aver presentato per la prima volta il nuovo lavoro salendo sul palco del Montreal Jazzfest (giugno 2019) accompagnati da un quintetto di ottoni.

Cosa ci fa una band metal ad un festival jazz? Sarebbe una domanda legittima in molti casi, ma non in quello dei Voivod, la band infatti ha sempre innovato il proprio sound. Partendo dal 1984 con “War and Pain” album pregno di una sonorità thrash metal estrema da far invidia agli Slayer, la band in 36 anni di carriera ha incorporato nel proprio stile aspetti del progressive, dello psych rock, dello stoner per infine arrivare alla sperimentazione “avanguardista”. I Voivod avevano già cementato la loro natura sperimentale con “Killing Technology” (1987) e, sebbene siamo molto lontani da quegli anni, la loro identità non è andata persa. È permeante il tema sci-fi distopico e catastrofico dei testi, ma soprattutto si percepisce quella voglia di divertirsi, di non prendersi troppo sul serio, il loro personale modo di vivere la passione per la musica.

Voivod - The End of Dormancy (Recensione) 1

L’EP è composto da tre pezzi, la title track versione in studio e la performance live al Jazzfest sia di “The End of Dormancy” che di “The Unknown Knows” (Nothingface 1989), quest’ultima quasi a dire “tranquilli siamo sempre noi”

Cosa aspettarsi da questo brano? Parlando del quintetto di ottoni, il chitarrista Daniel Chewy Mongrain ha dichiarato che nello scrivere le parti e condurre il quintetto la sua intenzione era di creare un’atmosfera alla “colonna sonora di Ben Hur (1959)”, dare quella sensazione di trovarsi su di una nave a remi, fatti schiavi dall’Impero Romano. Di certo non possiamo paragonare direttamente un quintetto d’archi all’imponente lavoro di Miklos Rozsa, ma devo dire che come esperimento è riuscito appieno. Sostituirei però I Romani con qualche mostruosità lovecraftiana. Il testo, di fatto, parla di un’invasione aliena scaturita da un portale apertosi in mezzo all’oceano.

Il pezzo apre in pompa magna con il quintetto di ottoni che suona il riff principale, aspettando l’ingresso della band. In questa prima parte Snake (il frontman Denis Bélanger) nei panni di un protagonista narratore ci spiega che i terrestri si stanno preparando ad affrontare questa minaccia che viene dal mare.  E’ percepibile una grande tensione e preoccupazione per questa razza aliena che si risveglia dopo milioni anni di dormienza.

La canzone ha un incedere lento e solenne, militare ed epico. Incredibile l’effetto finale dato dal contrasto tra band e quintetto d’archi. Fantastico il suono del basso di Theriault e la grande espressività nel cantare e raccontare di Snake. Nella seconda parte abbiamo un’enorme flotta terrestre pronta a combattere, la voce smette di narrare e diventa semplicemente degli ordini militari, con tanto di distorsione da interfono (tutti gli uomini ai loro posti!). Non mancano tipiche rullate di tamburi con la band che lascia spazio al quintetto consentendogli la costruzione di una tensione sempre maggiore. La terza parte è l’apice del climax, tutta la preparazione dei terrestri va in fumo gli alieni sono troppo forti e trascinano tutto in un vortice di distruzione ed orrore.

Il nuovo riff naturalmente è in un bel 6/8 rapido e vorticoso, la band la fa da padrona, la voce di Snake si apre allo stile urlato tipico del thrash metal, il quintetto dà qualche accento tra un verso ed un altro della strofa. Non può mancare poi un bell’assolo dissonante dalla chitarra di Mongrain che ricorda tanto quelli di Piggy, il compianto ex storico chitarrista della band.

Dopo un breve momento di quiete inizia una quarta parte che parla di come il protagonista si sia svegliato dopo la missione fallita con degli scienziati militari a fare dei test su di lui, di come sia consapevole di essere l’unico sopravvissuto. Questa parte è un crescendo continuo che raggiunge il suo culmine solo alla fine quando il protagonista, conscio di sapere troppe cose, si renderà conto di essere destinato a morire.

Il pezzo, un’epopea di 8:15 minuti, saprà di sicuro accontentare i fan di vecchia data della band. Nella versione live è presente anche un bellissimo assolo di sa, posizionato direttamente in followup a quello di chitarra. Con The End of Dormancy ci ritroviamo di fronte ad un pezzo notevole che unisce due generi apparentemente distanti in un modo mai fatto prima.

Il metal non è nuovo a commistioni con altri generi ma i Voivod riescono comunque a dare la loro impronta. Riescono a mostrare cosa vuol dire avere tanti anni d’esperienza musicale innovando sempre la propria musica e non cementandosi su ciò che gli è più confortevole, seppur mantenendo un’identità inconfondibile.

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