Alda Merini: Proserpina che rinasce a ogni nuova primavera

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Sono nata il ventuno a primavera. Inizia così la più celebre poesia di Alda Merini, con un endecasillabo che è una dichiarazione d’intenti e di destino.

La poetessa più nota dell’ultimo Novecento nasce il 21 marzo del 1931, giorno in cui torna finalmente la bella stagione: giorno di vita – o meglio – di rinascita, e dal 1999 anche Giornata mondiale della poesia. Una data che non passa inosservata nella vita di un poeta, poiché porta con sé un futuro già scritto, una predestinazione, norme di comportamento già stabilite, aspettative che non vanno tradite.

Ce lo dice, Alda Merini, negli altri versi della sua poesia, che contiene – proprio come un manifesto di vita – tutti gli aspetti che ritroveremo nella sua produzione poetica: la vita, la follia, i riferimenti mitologici, l’elemento sacro:

“Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera”.

Alda Merini, Sono nata il ventuno a primavera, in Vuoto d’amore, Einaudi, 1991.

Così Proserpina lieve, scrive Merini, paragonandosi alla figura femminile di uno dei più commoventi racconti mitologici: il ratto di Persefone/Proserpina, che spiega il fenomeno naturale dell’alternarsi delle stagioni. Fare questo, applicare su di sé un archetipo (perché scelto o perché imposto) somiglia a un’investitura, la quale comporta sempre, inevitabilmente, la nascita di filtri con cui guardare il mondo.

Nel mito in questione, citato da Alda Merini, accade che un giorno Ade/Plutone, re degli Inferi, vedendo Persefone/Proserpina (chiamata anche Kore, o Core), se ne innamori e così decida di rapirla con l’inganno. Mentre infatti la fanciulla sta raccogliendo dei fiori, Plutone fa spuntare dal prato un meraviglioso narciso, alla cui bellezza Proserpina non resiste e, dopo essersi chinata per raccoglierlo, si apre nel terreno una voragine (aprire le zolle), da cui emerge il dio dei morti (che tra le altre cose è suo zio, essendo Proserpina figlia di Demetra/Cerere e Zeus/Giove).

Proserpina urla, si dispera, si dimena (avrete sicuramente visto, esposta nella Galleria Borghese di Roma, la scultura di Gian Lorenzo Bernini) ma inutilmente: Plutone la porta con sé negli Inferi per sposarla.

Alda Merini: Proserpina che rinasce a ogni nuova primavera 1
Ratto di Proserpina, Gian Lorenzo Bernini.

Dopo giorni di ricerche disperate, Cerere, venuta finalmente a sapere dove si trova la figlia, per la rabbia e l’immenso dolore che prova decide di ritirarsi in solitudine, di non svolgere più il lavoro di dea della terra e dei suoi raccolti: siccità, carestia e morte sono le conseguenze. A quel punto, Giove, preoccupato, ordina al fratello Plutone di restituire la fanciulla alla madre.

Certo, certo, giammai disobbedire al capo degli dei; peccato che la fanciulla – sempre con l’inganno – abbia mangiato sette chicchi di melagrana (frutto che poi diverrà simbolo di morte ma anche di rigenerazione, rinascita a nuova vita) perciò è costretta a rimanere per sempre nell’oscuro regno: Proserpina è ora a tutti gli effetti la regina dell’oltretomba.

Il padre, allora, per far sì che Cerere torni ai suoi doveri e la smetta di flagellare la terra, stabilisce che la figlia trascorra sei mesi con il marito negli Inferi e gli altri sei con la madre sulla terra. Nei mesi in cui Proserpina vive con il marito, sulla terra tutto muore, poiché Cerere dal dolore si rifiuta di pensare ai campi; quando invece la fanciulla torna sulla terra dalla madre, è grande festa, tutto rinasce: è la primavera.

Alda Merini e Proserpina: due figure, una storia simile

Cos’ha Alda Merini in comune con Proserpina? Per prima cosa, per entrambe la vita non è stata semplice e si è rivelata fin da subito in tutta la sua crudezza. Come Proserpina viene rapita da Plutone quando è ancora una fanciulla, Merini “incontrò le prime orme nella sua mente”, come scrive Maria Corti nell’introduzione a Vuoto d’amore, già nel 1947 – ha più o meno quindici anni –, quando per un mesetto viene internata a Villa Turro. Il 1947 è, inoltre, una data doppiamente importante poiché segna l’inizio della frequentazione dell’ambiente letterario milanese.

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Copertina di Vuoto d’amore, importante raccolta di Alda Merini.

Come Proserpina, poi, muore e rinasce, ogni anno, e lo confermano i ventiquattro ricoveri, con un’alternanza di internamenti e dimissioni, spalmati tra il 1965 e il 1972. Se la follia è mancanza, è vuoto d’amore (come la stessa Alda Merini scrive), le sue uscite coincidono spesso con una nascita, o con la sua preparazione. È la primavera del corpo: “Solo quando ero incinta mi dimettevano, e stavo bene, ed ero felice. Pregavo Dio perché la gravidanza durasse all’infinito: sarebbe stata la mia salvezza”, scrive Fabio Stassi nel suo Con in bocca il sapore del mondo all’interno del capitolo (Invettiva contro la luna) dedicato ad Alda Merini.

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E’ dedicato a dieci grandi poeti italiani del Novecento, il libro di Stassi, fra cui Alda Merini.

Ancora, così come Proserpina è stata ingannata e rapita, la poetessa ha vissuto come una violenza il suo primo internamento. Sempre dal volume di Stassi: “Io non sapevo nemmeno che esistessero, i manicomi. Fu solo quando mi ci trovai che credo di essere impazzita per davvero di terrore: oscuramente, capivo che ero appena entrata nel mio labirinto e che le impronte digitali che mi presero avrebbero perseguitato per sempre le mie mani. Ma non fu un ricovero spontaneo. Tutti gli altri sì, quello no: fu un’imposizione, uno sproposito crudele” (pagg. 140-141).
Recita così una poesia da La Terra Santa, raccolta il cui tema dominante è appunto il manicomio:

“Io ero un uccello
dal bianco ventre gentile,
qualcuno mi ha tagliato la gola
per riderci sopra,
non so.
Io ero un albatro grande
e volteggiavo sui mari.
Qualcuno ha fermato il mio viaggio,
senza nessuna carità di suono.
Ma anche distesa per terra
io canto ora per te
le mie canzoni d’amore”.

Alda Merini, La Terra Santa, Scheiwiller, 1984.

La trasformazione subita fa venire in mente un suo, altrettanto, noto aforisma: “Mi sveglio sempre in forma / e mi deformo attraverso gli altri” (Alda Merini, Fiore di poesia. 1951-1997, Einaudi, 1998). Ma al dolore, al buio, ci si abitua, e sia Proserpina che Alda lo hanno fatto: “Ma ci si abitua. Ci si ospedalizza. Il mondo esterno svanisce e tutto diventa estraneo, fuorché il manicomio” (Sempre Stassi, pag. 141).

Persefone negli Inferi e Alda in manicomio, ma questi luoghi bui, atroci, disumani, non impediscono a queste due donne di restare ferme. La prima diviene, perdendo un po’ della sua freschezza e ingenuità, un’ottima regina, e ce lo dimostra anche l’episodio mitico di Orfeo: è lei che, intenerita dall’amore che il cantore prova per la sua Euridice, gli concede di poter riavere l’amata. Merini, a sua volta, in manicomio non smette di essere poetessa: “Sono rimasta poeta anche nell’inferno” scrive nella poesia Canto di risposta, che continua:

“io sono poeta
e poeta rimasi tra le sbarre
solo che fuori, senza casa e persa
ho continuato mio malgrado il canto
della tristezza, e dentro ad ogni fiore
della mia casa è ancora la speranza
che nulla sia accaduto a devastare
il mio solco di luce ed abbia perso
la vera chiave che mi chiude al vero”.

Alda Merini, Canto di risposta, in Destinati a morire, Lalli, 1980.

È la follia che ha nascosto la chiave che fa aprire la porta della verità. La follia che non fa vedere, che acceca. Ed è un luogo comune quello che considera la follia, la pazzia, fonte di ispirazione poetica. Niente genio e sregolatezza, nessuna associazione arte-follia: “Alda Merini non ha mai tradito fin dalla prima giovinezza il destino di poeta”, scrive ancora Maria Corti nell’introduzione a Vuoto d’amore citata prima.

La distanza tra follia e poesia è rimarcata in più interviste da Merini stessa: “È finita tante volte. Al mio primo ricovero è cessata immediatamente, forse anche per il grosso spavento. La poesia è un’entità”, risponde alla domanda su quando finisca la poesia nella sua vita (Alda Merini, Elettroshock. Parole, poesie, racconti, aforismi, foto, Stampa Alternativa, 2010). E ancora: “Certamente non è stata la psichiatria ad insegnarmi a scrivere. Non è la poesia che fa impazzire, sono le circostanze della vita; non tutti i pazzi sono poeti”.

Alda Merini: Proserpina che rinasce a ogni nuova primavera 4
Copertina della raccolta Elettroshock.


Al contrario, è proprio la poesia, e l’amore (che la poesia di Merini riempie), che salvano dalla follia. Sono questi gli unici due antidoti e sono questi – non poesia-follia – ad essere elementi strettamente connessi tra loro nella vita e nell’opera dell’autrice. Tant’è vero che anche in manicomio Merini scriverà, anche in manicomio Merini amerà, sebbene provino ad impedirglielo. Ecco, quella amorosa è una follia positiva, salvifica; l’amore è il motore che muove le parole, e la vita:

Io sono folle, folle,
folle d’amore per te.
Io gemo di tenerezza
perché sono folle, folle,
perché ti ho perduto.
Stamane il mattino era sì caldo
che a me dettava quasi confusione,
ma io era malata di tormento
ero malata di tua perdizione.

Alda Merini, Folle, folle, folle di amore per te, Salani, 2002.

Oggi Alda Merini avrebbe spento novanta candeline e sicuramente avrebbe ribadito che sì, lei la vita l’ha goduta tutta.

Federica Gallotta
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