Su Famiglia nucleare di Adriano Cataldo

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Famiglia nucleare di Adriano Cataldo esce per DELTA 3 edizioni nel mese di dicembre 2021.

Inizio a leggerlo a febbraio, ma non ne scrivo nulla; lo riprendo in mano dopo due mesi, appunto delle cose, ne approfondisco altre, leggo gli articoli al riguardo. È giugno, e scriverne non è esattamente una passeggiata, soprattutto se si hanno dei limiti (spazio, battute, tempo; ma chi li legge sul web gli articoli-poema?) e il testo è denso di elementi su cui vale la pena di soffermarsi.

A dirla tutta, neanche servirebbero tante parole dopo la prefazione a cura di Sonia Caporossi e la conferma della qualità del libro nel nome di Eleonora Rimolo, direttrice della collana di poesia della casa editrice. Insomma, come sempre – se l’obiettivo rimane quello di consigliare la lettura di testi – farò come i gabbiani di Cardarelli: una panoramica generale e poi via ad acciuffare ciò che più è piaciuto.

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Copertina di Famiglia nucleare

Cataldo – di cui nulla si dirà sull’interessante bio-bibliografia facilmente googlabile – come al suo solito gioca, forse si diverte, sicuramente lo fa sul serio. Sceglie, utilizza, forza, slabbra le parole perché queste non si accontentino più del significato conosciuto e immediato ma ne veicolino altri, nascosti fino all’accostamento nuovo, a volte anche bizzarro.

In quest’ottica acquista un significato diverso dal solito anche l’espressione del titolo, Famiglia nucleare. Questo è sì il modo in cui vengono definite le famiglie moderne, composte da genitori e figli (sempre più spesso poi uno soltanto); famiglie dalle componenti essenziali, ridotte all’osso, famiglie minime (mutuando dalla grammatica). Unite, salde, abbracciate: ogni parte che risulta indispensabile. Ma nucleare ha in sé anche il rischio dell’esplosione.

Famiglia allora come insieme di atomi altamente instabili, produttori di radiazioni dannose in primo luogo per i membri stessi. Nucleo, noce, nido versus reazione, esplosione, disgregazione. Perché se ciò che resta – la struttura di base – non si rivela essere essenziale pilone ma fragile “esoscheletro”, come lo definisce Sonia Caporossi nella prefazione, allora crolla l’arco, crolla il ponte, ponendo fine a ogni certezza.

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Adriano Cataldo

Di formazione sociologica, Adriano Cataldo focalizza l’attenzione proprio su questa fine (nella prima sezione della raccolta dialogando con Ernesto De Martino e la sua Fine del mondo, in una sorta di botta e risposta testuale), sui contrasti, le divisioni, le crisi – sociali, politiche, religiose, culturali – che caratterizzano la contemporaneità.

Si direbbe una poesia civile, o meglio incivile, come spesso anche l’autore sottolinea in maniera divertita; e intanto marca seriamente una distanza da un aggettivo che rimanda a un tipo di poesia anacronistica e non più attuabile. Proprio questo affermare negando la rende civile, in senso attuale.

I temi, facilmente individuabili, sono: la perdita dell’identità, i conflitti e gli scontri di qualsiasi natura, il lavoro (mancante, precario, mal pagato), le migrazioni (contrastate, violente, coatte), l’ecologia. Spesso Cataldo parte da fatti di cronaca, o storici, per poi universalizzare, ché la famiglia nucleare del titolo ripete sé stessa e ovunque è uguale. La difficoltà di comprensione di alcuni testi, data dalla presenza di riferimenti di questo tipo, è ovviata dall’autore attraverso una serie di note ai testi alla fine del volume, grazie alle quali il lettore può contestualizzare ciò che legge.

La poesia di Adriano Cataldo procede per accostamenti, sia per quanto riguarda i contenuti che per quanto riguarda la forma. Nel primo caso, vengono inseriti nello stesso testo eventi lontani nel tempo (quello tra presente e passato è un dialogo costante nella raccolta), le cui connessioni, o anche contrasti, hanno come scopo la riflessione.

È spietato attraversare i binari, per chi arranca in monconi di malleoli, nodi di cravatte,
consuetudini, condizioni materiali deprivate. Ci sono esperienze passive che s’inscrivono
in risentimento, in attesa di braccia da tendere.
È stato rinvenuto un ordigno bellico alle porte di Bologna: gli alleati.
Una guerra in ritardo.
È stato rinvenuto un ordigno bellico alle porte di San Lorenzo: due clandestini.
Una guerra in arrivo.

Da Famiglia nucleale, pag. 17.

I due eventi citati nella poesia hanno in comune la guerra, che però assume due forme diverse e contrapposte: una è in ritardo, l’altra in arrivo. Ciò che li lega è la data, ottobre 2018. Il primo, si legge nelle note, riguarda il rinvenimento di ordigni inesplosi della seconda guerra mondiale presso la stazione di Bologna, l’altro l’uccisione della sedicenne Desirée Mariottini. Una vicenda quest’ultima che sconvolse l’opinione pubblica.

Le creazioni di questa natura partono quindi da un elemento comune casuale e contingente – nel caso specifico, la data dei due eventi – senza alcuna rilevanza. È Adriano Cataldo a pensare la coincidenza, a trovare l’elemento comune sottotraccia – la guerra – e a far sì che dall’insolita associazione nascano significati altri.

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Adriano Cataldo. Foto di Diletta Toti

Quanto più l’associazione è tra elementi distanti/contrastanti tanto più forte è lo straniamento, che sembra essere il principale obiettivo dell’autore e che anche la forma contribuisce ad attuare attraverso la citazione di versi che fanno parte del bagaglio poetico spesso scolastico (e che quindi tutti conoscono, o riconoscono) e la presenza di formule legislative e liturgiche notissime. Succede però che, decontestualizzati e privati di ogni automatismo, questi elementi vengano o risemantizzati o utilizzati come spie, come campanelli, col compito di rivelare un qualche intoppo.

Sicura da ogni turbamento, lasciare dovrebbe la stagione della paura lo strascico,
in fila alle poste e in armeria, prima gli italiani, meglio se in casa mia.
Basta una sigla per pagina, un “come si dice? Grazie” per coazione.
Io ero tra le due mani armate. Con quale turbamento grave siete fratelli?

Da Famiglia nucleale, pag. 19.

Qui il testo “crea un parallelismo tra l’embolismo della liturgia cristiana e la normativa sulla legittima difesa” (dalle note, pag. 55). Se il primo elemento rimane più facilmente afferrabile attraverso l’espressione “sicura da ogni turbamento”, all’altro si allude e la nota è necessaria per una corretta comprensione. Senza, si avverte comunque il conflitto, a partire dall’ormai slogan “prima gli italiani” fino alla seconda parte dell’ultimo verso, ungarettiana.

Anche la prima parte risuona (ché con la poesia di Cataldo il lettore finisce pure per voler trovare citazioni dove magari non ci sono) e ricorda il dantesco “io era tra color che son sospesi” (Inferno, canto II, v. 52) o, ancora Ungaretti, “sto con le quattro capriole” (Natale, vv. 19-21). La tecnica del collage con la quale l’autore costruisce molti testi diventa esercizio di decodifica e scomposizione per il lettore, che si vuole attivo e reattivo.

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Adriano Cataldo. Foto di Elisa Vettori

In altri testi le citazioni poetiche lasciano spazio a completi rifacimenti, che avvicinano Adriano Cataldo alla ludopoetica, genere affine all’autore che – soprattutto in altri scritti, dove il tono è più scanzonato – ha una predilezione per il gioco di parole. Come esempio, la poesia a pagina 22, che ha come base Ed è subito sera di Salvatore Quasimodo:

Qualcuno sta
con il suo doppio
con il suo opposto
con il suo dolo
con il suo rimedio
tra fitto e proprietà,
sul corpo del mondo.
Poco è preso ed è subìto.

Da Famiglia nucleale, pag. 22.

Il testo è – o potrebbe essere, ché le categorizzazioni sono sempre molto difficili da applicare – un esempio di riuso parodico, genere che consiste nell’agire su di un testo preesistente sostituendo le parole con altre simili, in questo caso per suono attraverso la paronomasia. Al verso 6 si trova una risegmentazione che va a dividere in modo diverso l’originale “trafitto” della poesia di Quasimodo (“Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera.”). Al settimo verso l’originale “sul cuor della terra” diventa “sul corpo del mondo”, con un cambiamento per sineddoche e sinonimia.

Il testo di Cataldo può essere accostato a Raggio, di Marco Ardemagni:

Ed è terra di ognuno: un trafitto cuor
sta subito da solo sul sole della sera.

Da Biancaneve e i settenari. Antologia di poesia giocosa, pag. 22.

Oppure a uno dei rovesciamenti di Duccio Battistrada:

Nessuno va insieme ai bordi del cielo
schivando un’eclissi di luna.
E non è mai mattina.

Ivi, pag. 45.

Nel primo testo, le parole di Quasimodo sono ricombinate secondo un ordine diverso; nel secondo il senso di ogni parola viene rovesciato mantenendo però inalterata la metrica originaria.

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AA.VV., Biancaneve e i settenari. Antologia di poesia giocosa, Bompiani 2022

Ad Adriano Cataldo va, però, riconosciuto il merito di non fermarsi al riuso, al collage, al gioco formale. Questi elementi, lo abbiamo visto sopra, servono da ami – da spie, campanelli – che attirino verso un contenuto ad alto valore politico. Al di là del tagliare, cucire, riadattare, riattualizzare, emerge quello che Adriano Cataldo vuole fare: non fregarsene, delle cose che gli accadono intorno, di quali dinamiche attraversano la contemporaneità.

Ed è proprio questo interesse per la società, passata, presente, futura, che rende Famiglia nucleare una “indagine poetica”, come Caporossi nella prefazione l’ha definita. Non una critica, disillusa e nichilista, ma una ricerca che ha come scopo – se proprio uno scopo deve avere – la presa di coscienza sullo stato delle cose. Anche le sue poesie, come quelle di tutti del resto, non cambieranno il mondo né credo ne abbiano la presunzione ma, almeno, non hanno timore di presentarlo così com’è: sull’orlo della rovina.

“Eppure, si nasce”, scrive in una delle ultime poesie, dedicata alla (al) nipote, alla cui nascita anche si deve la composizione della raccolta. In quella congiunzione avversativa sta tutta la speranza, sopita ma mai del tutto spenta:

A mia nipote

Eppure, si nasce. Qui, crollano i ponti e la base imponibile
eppure, si nasce.
Nei luoghi dei terremoti, nei terremoti dei luoghi
si alternano binari unici, danze di giunti nei passanti.
Si fanno cori, pogrom, redrum
“PRIMA GLI ITALIANI!”
Oh Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa
ma chiudi soltanto un porto e io sarò italiano.
Sulla tua pelle, una guerra di posizione, ti leggeranno i diritti, ti regaleranno bollini.
“L’uomo del Viminale ha detto sì”.

Sulla tua pelle, una guerra di distinguo, in accordo al tuo potenziale retributivo.

Eppure, si nasce. Avrai domeniche di parchi da
invadere, avrai un mare, unicamente balneare.

Eppure, si nasce. E tu che sei già voce, ci dici che si hanno più denti
nelle doglie, che mordendo i freni.

Da Famiglia nucleale, pag. 49.
Federica Gallotta
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