Shockwave: un neonato che nel 2020 ha dovuto imparare a parlare

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Com’è un pomeriggio d’autunno?

Sa di termosifoni tiepidi, di coperte, di divano. Di luce che se ne va troppo presto, di ore che scorrono veloci, di respiri lenti, di pigiama, di rumori ovattati dalla strada. Di gatti che si accoccolano in grembo, il pelo che odora di tepore e di ammorbidente dei panni appena lavati. Di thè, giusto per scongiurare la ritenzione idrica. Di ore e ore sui social, di libri letti con poca attenzione, di browsing su Netflix e Prime.

Quando ho fondato, assieme ai Fabiana, Isabella, Beatrice, Lorenzo S e Lorenzo N, Shockwave, era fine estate del 2019.

Una delle estati più caldi che io ricordi. Torrida, asfissiante, che sapeva di hit radiofoniche fradicie di sudore e gin tonic malfatti. Venivamo tutti da esperienze precedenti, tutti con un curriculum nel web piuttosto ricco: tutti incredibilmente emozionati per questa nuova avventura, cui avremmo dedicato corpo e anima, ci promettemmo. Un nome che venne spontaneo, in una casuale concomitanza con un brano del fratello buono, fra i Gallagher.

Poi venne il 2020. La gestazione seppur breve di Shockwave non diede origine ad un bebè prematuro, ma, anzi, piuttosto maturo e promettente in una precoce adolescenza, il progetto sul quale sto scrivendo ingranò senza problemi. Febbraio 2020: gli ultimi concerti, le ultime bevute, gli ultimi abbracci. Concerto degli Aristocrats, una bottiglia di vino condivisa fra editori, promesse, speranze, progetti.

Poi venne il virus dalla Cina. Sembrava uno scherzo. Una polmonite interstiziale, cellule fuse fra di loro, scambi di ossigeno annullati, nei polmoni. Una blogger, ex avvocato, che scoperchia la verità. Un medico, giovane, che racconta l’orrore che si consuma a Wuhan, all’oscuro degli occhi occidentali. Venne il 9 marzo e passò. E mai avrei potuto immaginare le carovane di morti, nel Nord Italia.

E di avvertire, io da editore, da scienziata, un tale senso di totale impotenza – di scollamento dalla realtà: cosa posso, io, di fronte ad un’intera città che muore in pochi giorni? Cosa possiamo fare?

Abbiamo deciso di andare, comunque, avanti. Prendiamo il meglio dai lavori che non possiamo più fare: scriviamo, ascoltiamo, informiamo, diffondiamo. Nonostante la paura, nonostante le difficoltà. E ora, un anno dopo, quei vaccini sembrano riportare un bagliore di luce in una sempiterna penombra.

Com’è, dunque, un pomeriggio d’autunno? È utile, a volte, per fermarsi a riposare e riflettere. Ma in medium stat virtus, diceva Orazio: l’eccesso porta al rifiuto della fatica. Dunque, cos’è un pomeriggio d’autunno se non una totale mancanza d’esperienza? Di colore, di odore, di tatto. Di chiacchiere, risate, condivisione. Di mostre visitate troppo di corsa, di concerti bagnati, di ore nel traffico, di pop corn bruciati al cinema; di discussioni accalorate a tarda sera in un pub del centro, di accordi e riff accennati ad una chitarra, di parole buttate su word, su un taccuino, sugli appunti del cellulare, appena lei, quella frase, la punchline, viene alla mente – l’idea delle idee, anche se, alla fine, poi, tanto geniale non è, la mattina dopo, sorseggiando il caffè. Un pomeriggio d’autunno non regala nulla di ciò. È avaro di presenti sentiti ma prodigo di inutili cianfrusaglie, è avaro di caldarroste marce a Via Del Corso, di neve fradicia sul Triplo Ponte di Lubiana. Non emoziona come le onde che si abbattono sul lungomare di Napoli. Non odora di sudore, non suona di caos e chiacchiericcio alcolico. Non di vinili appena registrati, non di release party fra pochi ristretti amanti di band sconosciute.

Allora abbiamo deciso di parlare dell’arte che veniva ancora fatta: abbiamo deciso di raccontarvi gli album della pandemia, i film, le serie tv, che ancora possono distrarre, intrattenere, scorrere, in quegli inutili, tirchi, pomeriggi.

Il 2020 è stato un lungo tramonto, freddo. Un tramonto è tiepido, si sa. Quei raggi sono gentili, accoglienti, arancioni di carotene. Il 2020 è stato, invece, un lento crepuscolo, un’eclissi su un mondo troppo vicino alla sua stella, senza stagioni, senza alba e tramonto; un festival musicale che non è mai iniziato, un sipario rosso che non si è mai dispiegato, scarpette a punta mai indossate, uno strumento mai accordato. Un tempo sospeso, ma biologicamente costretto a correre, a camminare, perché la civiltà umana no, non può fermarsi. L’arte, invece, si è potuta fermare? Forse sì, forse no. Per questo abbiamo iniziato a parlare, noi di Shockwave, con loro, quelli che il virus venuto dalla Cina ha costretto a casa, che ne ha bloccato la carriera, l’attività, e che ha costretto a reinventarsi, a trovare forze insperate nell’animo. Qui trovate tutto ciò che gli artisti ci hanno raccontato.

Nell’estate torrida del 2019, sdraiata sulla spiaggia, leggendo pigramente un romanzo, non avrei mai potuto immaginare che la mia creatura, Shockwave, si sarebbe trovata a fronteggiare un anno simile. Che avrebbe dovuto ingranare, lottare coi concorrenti agguerriti su Google, durante una pandemia. Che avrei dovuto utilizzare così, parossisticamente, la mail, la messaggistica istantanea. Che l’ascolto dei pochi, sparuti, album, e film, in anteprima, avrebbe potuto assurgere ad una funzione così catartica.

E che, probabilmente, questa creatura, Shockwave, ci ha salvati tutti. Ci ha dato un motivo per non lasciarci andare nello spleen degli infiniti tramonti senza un limite temporale, senza una siepe a delimitare lo spazio. Ha salvato me, dalla devastazione di quest’anno.

Questa lettera è a tutti voi: i lettori che giornalmente ci seguono, che credono nelle nostre opinioni e nel nostro metodo, che diffidano della critica veloce e disattenta. Che il 2021 porti a tutti un briciolo di serenità e che, finalmente, quel tramonto divenga una notte quieta, trapuntata di stelle. Che usciremo, ubriachi dopo un concerto rock, a vedere.

Giulia Della Pelle
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