Hamnet, un’epopea sul dolore e sull’arte come forma catartica – Recensione 

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Il dolore più brutale è quello che smette di distruggerti e inizia a strutturarti. Non urla, non rompe piatti, non fa crollare muri. Rimane sospeso nell’aria, come qualcosa che non puoi eliminare e non puoi ignorare. Lo senti nelle ossa, lo vivi come una prigione.

Nel suo quinto lungometraggio, Chloé Zhao torna con qualcosa di travolgente e intimo. Hamnet, tratto del romanzo bestseller del 2020 di Maggie O’Farrell, non è un tradizionale dramma in costume né un semplice adattamento letterario, ma una storia di come il dolore pervade l’anima, fa perdere la quiete interiore e domina la mente e il corpo.

Hamnet, un’epopea sul dolore e sull’immortalità dell’arte - Recensione 

O’Farrell ha unito le forze con Chloé Zhao (la seconda donna a vincere l’Oscar come miglior regista nel 2021 con Nomadland) adattando così il suo romanzo per il grande schermo. Sotto la regia di Zhao, la storia si trasforma in un viaggio emotivamente ricco e profondamente umano nel cuore di William Shakespeare. Hamnet è uno di quei rari film che si colloca a metà strada tra l’ammirazione e l’esaurimento emotivo. È un’opera spettacolare dal punto di vista visivo, splendidamente girata e interpretata con potenza, ma anche pesante, dolorosa, triste e deliberatamente lento. 

La struttura in tre atti segue un arco ben definito: l’amore, il dolore, la redenzione.

Paul Mescal interpreta il giovane Bardo, rappresentato con un’intelligenza grezza, a tratti irritante, soffocato dalla quiete e bucolica provincia e bramoso dell’oasi creativa della Londra cinquecentesca. Mescal offre un approccio non idealizzato a Shakespeare, mettendo in scena tutta la sua umanità. La sua arte lo allontana dai figli e dalla moglie, portando alla luce i suoi sacrifici e le sue mancanze. L’attore restituisce brillantemente le emozioni sottili e i sentimenti riservati del drammaturgo britannico: col tempo emergono la sua frustrazione, la sua fame artistica, il suo senso di colpa inespresso

Hamnet, un’epopea sul dolore e sull’immortalità dell’arte - Recensione 

Tuttavia, il film appartiene a Jessie Buckley, che offre una performance straordinaria nel ruolo della moglie di Shakespeare, Agnes, una donna passionale salda nei suoi legami familiari e con il mondo che la circonda. Buckley è letteralmente e metaforicamente una forza della natura. Interpreta Agnes in modo sorprendente e mutevole. Oscilla tra l’essere forte e combattiva a vulnerabile e delicata. Non ci si limita ad osservarla, ma la si abita. Il suo dolore diventa il nostro. È quel tipo di performance che non lascia altra scelta se non quella di piangere. 

È un tour de force di recitazione: emotivamente crudo ma trascendente. Zhao, spesso definita una regista umanista, dimostra questa qualità in Hamnet. Il film empatizza con i personaggi in ogni momento, riconoscendo la loro capacità di cambiamento e sostenendo la resilienza e la fragilità umana. Si percepisce il peso delle vite dei personaggi in ogni espressione, in ogni silenzio, in ogni respiro tremante.

Hamnet, un’epopea sul dolore e sull'arte come forma catartica - Recensione  1

Girato con un tocco pittorico, quasi etereo, la fotografia di Łukasz Żal è così bella che ogni sequenza sembra essere uscita da un’opera d’arte: campi immersi nella nebbia, interni illuminati da candele, riflessi screziati dall’acqua. Ogni immagine è estasiante, a volte troppo per una storia così cruda e lancinante.

Hamnet è devastante, straziante da togliere il fiato. Il cinema di Zhao è vivo, capace di alternare la bellezza dei paesaggi all’intimità della vita domestica. Sotto i costumi d’epoca e il linguaggio arcaico si cela una storia sul dolore. Un film profondamente riflessivo che esplora temi come la vita, la morte, la natura e i limiti dell’azione umana. È un lento e doloroso disfacimento di persone che cercano di sopravvivere a un dolore indicibile. Ma racconta anche di come il fuoco sacro del talento e della creatività possa nascere dalle notti più buie, dimostrando, nella sua forma più cruda, l’inevitabilità del dolore e il potere curativo che l’arte può offrire per sopravvivere ad esso. 
Isabella Insolia
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