Ermal Meta – Non abbiamo armi [Recensione]

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Quando un’esperienza la si vive nella maniera giusta, che sia essa un trionfo o uno sfacelo, sarà sempre un punto di partenza, mai di arrivo. Ed è questo che rappresenta l’ennesima parentesi sanremese per Ermal Meta, secondo podio consecutivo a distanza di un anno, ma questa volta il gradino è stato il più alto, seppur condiviso con l’amico Moro. Mentre la parentesi era ancora aperta, gli animi finalmente distesi dopo il rientro in gara del brano futuro vincitore, Non Abbiamo Armi, terzo album per il cantautore, ha visto la luce e ha raggiunto anche noi ascoltatori.

Facciamo un passo indietro, Ermal Meta non nasce artisticamente nel 2017 con “Vietato Morire”, autore di molti pezzi di successo per altri e per sè da molti anni, con un passo nel mainstream fatto però solo in questa occasione.

Perchè questa premessa? Perchè il disco di cui stiamo per parlare è un coarcevo di dodici tracce mature, con un lessico e delle sonorità tali di chi questo mestiere lo sa fare, non si appresta a farlo.

Dopo questo pistolone biografico veniamo all’album, sin dal primo ascolto quello che viene fuori è che Ermal Meta è lo psicologo di se stesso. I temi dei brani sono riassumibili in una storia finita e quel che resta, l’ansia superata dello scorrere del tempo e la volontà (o meglio l’esigenza) di rimettersi in carreggiata per il magnifico gioco della vita.

Se per gioco prima di premere play a questo album ascoltassimo “Voce del verbo”, brano che chiude “Vietato morire”, capiremmo subito quanto questo brano si differenzi dai precedenti della stessa produzione e somigli invece a questo nuovo progetto, a testimonianza delle idee chiare che Meta ha nel volersi imporre nel panorama nazionale con la sua musica e la costanza di chi sa guardare sempre al futuro, anche mentre sta annunciando il “presente”.

A questo punto siamo pronti, possiamo premere play e lasciarci stupire da questo nuovo capolavoro di cantautorato. E’ il rapporto con il tempo ed il peso che esso ha nelle nostre vite a rendere così interessante questo prodotto discografico. Brani quasi agostiniani in ritornelli come “Non abbiamo armi per comandare il tempo e i suoi miliardi di secondi” (“Non abbiamo armi”), e la voglia di vivere tutto a fondo, consapevole dell’incessante scorrere di esso, non modulabile.

“Il vento della vita” è il brano che i temi li riassume tutti in una strofa “Nella gara della vita dove correre non basta devi andare più veloce, e spesso c’è da perdere amicizia e falsi amori”. Già perché è il tempo a correrci dietro, la vita va vissuta a pieno e i  sentimenti misurati, e la misura che Meta fa è quasi il bilancio esistenziale di una fase sentimentale controversa, che va esorcizzata con la sua scrittura.

“Caro Antonello” (sì Antonello nazionale, Venditti), è quella chicca che ti ritrovi in un album così intimo, che ti confonde. Un dialogo, quasi un confronto, fra due artisti dalle linee tematiche così simili, da un sound talmente scanzonato che ti proietta in una dimensione di una grande presa in giro, mentre il contenuto è tutt’altro che un gioco. E’ quel brano buttato giù d’istinto in mezz’ora che va a chiudere un album già in post-produzione diventandone una pietra angolare del successo.

Con Antonello inizia anche a delinearsi uno sfondo geografico, Roma è il panorama su cui si affacciano i pensieri e le riflessioni più profonde dell’autore; “Le luci di Roma” sono quelle in cui si rispecchiano mille volti diversi ed Ermal si chiede  “ti ho cercato in ogni volto, fra tutti i cuori in giro, dimmi tu in quale ti nascondi”. “Io mi innamoro ancora” è un inno d’amore ai suoi beniamini, Totti e il suo pallone, casa sua nonostante non affacci  sul mare e la sua squadra nonostante non vinca mai, l’amore e le sue contraddizioni potremmo utilizzare come sottotitolo del brano.

In questa seduta psicoanalitica Ermal ha deciso di mettersi a nudo (e lo rende ben evidente sin dalla copertina) e lo fa fino in fondo in almeno due brani, “9 Primavere” – perla di rara bellezza – e “Quello che ci resta” (è una candela accesa fra me e te). In “Amore Alcolico” Meta conia un nuovo termine, “Innammazzato”, provando a tenere a bada l’egocentrismo dell’artista e ricordando un termine controverso utilizzato da Modugno in “Volare” (cielo “trapunto” di stelle), che riesce a descrivere con una immagine l’intera essenza della frase.

Interessantissima è la fine, l’album si  chiude con un brano molto lungo e caratterizzato da un deciso cambio di sonorità e di strumentazioni a metà canzone, una linea sonora netta che indica quasi la fusione di due brani diversi nello stesso. “Mi salvi chi può”, è il brano che anticipa quale direzione musicale Ermal Meta si lascia alle spalle (prima metà del brano) e quale linea sonora e stilistica ha in serbo per i prossimi progetti (seconda parte del brano), termina con la parola Fine, seguita da un sospiro.

Dei tre album, il migliore. Dodici brani maturi, attuali e concreti. L’incessante scorrere del tempo che passa e la paura di non riuscirne a cogliere appieno il senso e a riempirlo di pause insignificanti in una vita in cui bisogna “correre” non passeggiare incontro ai propri sogni. Ermal Meta ti perdoniamo anche la demagogia del brano che ti ha incoronato vincitore “Non mi avete fatto niente”, brano di pace e messaggio onorevolissimo, ma è facile andare a segno così, e il ritornello abbindolatore di “Dall’alba al tramonto”. L’amore e i suoi drammi fanno vendere, lo sappiamo, ma se abboccare all’amo dell’esca amorosa significa poi godere di ciò, siamo pesci finiti nella rete giusta.

Fabiana Criscuolo
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