“Lasciar Andare” è il nuovo album di Annibale: 11 tracce unite da un filo narrativo preciso e coerente. Un disco compatto, pensato come un percorso emotivo in cui il concetto di “lasciare” diventa chiave di lettura dell’intero progetto.
Un disco, quello di Annibale, che diventa come uno scatolo di medicinali con undici pillole. Si può guarire da un sentimento che è finito male, da una storia che non è andata come doveva andare, da una delusione che è arrivata tra capo e collo? Guarire forse no, ma con la musica probabilmente ci si può curare. Per questo lasciare andare non è facile ma nemmeno impossibile.
Annibale racconta i tormenti di un musicista trentenne sospeso tra dubbi e desideri: l’incertezza del futuro, un amore che svanisce, il bisogno di trovare un senso nel proprio percorso artistico. Eppure, in ogni traccia emerge una resilienza silenziosa, una spinta a continuare nonostante tutto. Nelle prime tracce si avverte la fine di un rapporto e il vuoto che ne deriva, ma è proprio lì che nasce la scrittura. La musica diventa spazio di trasformazione: un modo per dare forma alle emozioni e accettare i propri limiti, senza inseguire modelli, ma restando fedeli a sé stessi.

Se ci si astrae dal singolo album, molti cantautori della generazione di Annibale si ritrovano con i loro album, a costruire un quadro più ampio in cui il senso di smarrimento sembra emergere con prepotenza. Il segno di anni difficili, ma artisticamente gli anni migliori sono sempre stati quelli più complicati per il mondo in cui vivono i musicisti.
L’ultima traccia ribalta la prospettiva: Annibale mette a fuoco un senso di vuoto e immobilità — “non lascio traccia, sono sempre qui, sono fermo” — riconoscendo ciò che manca. Una chiusura malinconica che però legittima lo stato di sospensione, l’essere in bilico, nell’indecisione. Paradossalmente, è proprio questa accettazione a diventare un atto risolutivo: va bene così, anche senza lasciare traccia.
Vale ancora la pena di scrivere e suonare, vale ancora la pena provare a lasciare andare, a fare spazio a quello che ancora di buono può venire.
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