Comfort in the silence è il nuovo lavoro dei Pinhdar. L’album esce per Duskey/The Orchard e conferma lo spessore internazionale del duo milanese.
Anticipato dai singoli “RED” e “Mute“, il nuovo album “Comfort in the Silence” conferma i Pinhdar come il progetto che ha definito il linguaggio del trip-hop/dark in Italia. Con questo lavoro il duo milanese consolida una cifra sonora unica nel panorama nazionale: un’identità stratificata, cinematografica e di respiro internazionale, costruita nel tempo con visione.
Bastano pochi secondi di ascolto per immergersi completamente in questo abisso musicale fatto di mondi e strati successivi. Ogni atmosfera rimanda ad una successione di immagini e di sensazioni che cambiano continuamente come un essere umano che si inoltra fino al punto di più profondo di un oceano, anche il buio di un fondale marino ai nostri occhi con la dovuta attenzione riesce a rivelare le mille sfumature di cui è composta quella parete apparentemente uniforme.
Così la musica e le parole di Cecilia Miradoli e Max Tarenzi ci portano in atmosfere tanto care alla Bristol della metà degli anni 90, alla sperimentazione elettronica nordeuropea ma non solo. L’album rappresenta un’evoluzione naturale del percorso iniziato con i lavori precedenti e affonda le radici nel trip-hop di matrice inglese, rielaborato attraverso una declinazione darkwave. Un’estetica che dall’Italia guarda a un orizzonte europeo e britannico: non a caso ha richiamato l’attenzione della critica UK, aprendo la strada a numerosi concerti in Inghilterra ed Europa, a collaborazioni con produttori inglesi autorevoli e alla firma con l’etichetta di culto Fruits de Mer Records.

Sono gli stessi Pinhdar a raccontarci da quali sentimenti nasce questo album: “Viviamo un tempo in cui la violenza è diventata un linguaggio ordinario. È nella politica, nelle relazioni, nel modo in cui consumiamo il pianeta e le persone, in una società che celebra il vuoto, l’individualismo e la sopraffazione. È un rumore costante a cui ci abituiamo fino a subirlo senza reagire. Chi rifiuta questa condizione sviluppa un malessere.
C’è chi risponde con la stessa aggressività. C’è chi prova ad opporsi e c’è chi si ritira, incapace di modificare lo stato delle cose ma ancora desideroso di restare umano. Il silenzio può essere una soglia. A volte diventa resilienza: la costruzione di una vita interiore come forma minima ma radicale di resistenza. Un modo per non replicare la violenza che ci circonda, nel rispetto del pianeta e dei suoi esseri viventi. Ma il silenzio non è una soluzione definitiva, né un rifugio ideale. È una risposta possibile, non l’unica“
Alcuni album servono a chi li ascolta ma soprattutto a chi li scrive, questo disco ricorda agli ascoltatori ma anche agli autori la tensione fortissima tra la tentazione di proteggersi e chiudersi a riccio di fronte alla violenza del mondo circostante e la consapevolezza che per stare al mondo, per provare a influenzarlo secondo il nostro modo di vedere le cose, bisogna provare a lasciare un sengo, ad agire, a dire “Io ci sono”. Comfort in the silence rappresenta questo pendolo tra difesa e attacco, tra autoconservazione e attestazione della propria esistenza. I brai scandagliano i fondali dell’anima, le zone più oscure, quelle dove si sedimentano i pensieri più dolorosi ma anche le idee più incendiarie.
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