Everyday Life, i Coldplay si danno al concept

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Everyday Life è l’ottavo album in studio dei Coldplay, in uscita il 22 novembre. Si tratta di un album doppio, impostato come un concept.

Sono passati quasi vent’anni dall’esordio di Parachutes (2000). Ne è passata d’acqua sotto i ponti da quando con Yellow i quattro londinesi si imposero all’attenzione generale. Il falsetto – quasi un Neil Young più educato – di Chris Martin, l’immagine dimessa (quasi un po’ sfigata) e sonorità che si rifacevano, con le dovute proporzioni, ai primi Radiohead e ai coevi – e più dotati – Travis.

Da allora molto è cambiato e i Coldplay sono diventati delle vere popstar, se non altro per manifesta mancanza di concorrenza.

L’innamoramento della critica dura lo spazio dei primi due album e già con X & Y inizia a spegnersi. Gli ultimi anni ci presentano Martin e soci in una irriconoscibile versione solare e pronta a sposare ogni nuova tendenza, in totale contrasto con l’uggioso combo degli esordi.

E, come sempre accade, Everyday Life si preannuncia un po’ come l’occasione per una superband di tornare alle atmosfere degli esordi. Ci riesce a metà e vediamo perché.

Everyday Life-cover

Innanzitutto i Coldplay cercano di occuparsi di questioni sociali, dopo lo stucchevole ottimismo degli ultimi lavori.

Ci sono riferimenti a guerra, razzismo, violenze delle forze dell’ordine e anche tanta – forse troppa – spiritualità. Alcuni intermezzi ambientali e la lunghezza doppia del disco hanno fatto azzardare ad alcuni paragoni con un altro celebre doppio, l’album bianco dei Beatles. Un puro sacrilegio, diciamolo subito.

E tuttavia Everyday Life suona meglio di quello che ci si potrebbe aspettare. Certo, depurato di intermezzi, riempitivi, divertissement e qualche pezzo onestamente debole, sarebbe potuto essere un album molto più compatto, non ottimo ma buono.

L’apertura è affidata a uno strumentale – Sunrise – che certo non fa nulla per accattivarsi l’attenzione. Quasi una captatio malevolentiae, per citare Eco. Meglio Church e, soprattutto Trouble In Town, ballata antirazzista con campionamenti di abusi della polizia, davvero ottima.

Trouble in town
Because they cut my brother down
Because my sister can’t wear her crown
There’s trouble,
there’strouble in town

Si prosegue con l’evitabile gospel di BrokEn, con Martin che invoca Oh the Lord shine a light on me manco fosse Leadbelly.

Daddy è l’immancabile ballata a là Coldplay.

Piano e voce, testo su un amore paterno non troppo felice, ma un cuore l’abbiamo anche noi e il pezzo funziona bene. Tra riempitivi vari la prima parte volge al termine con Arabesque, forse il pezzo forte del disco. Di nuovo un testo contro il razzismo e finalmente una commistione tra occidente e oriente, ma anche e soprattutto Africa, che suona più sperimentale che banale. Femi Kuti, figlio del leggendario Fela, e Stromae fanno da guest star su un tappeto afro beat tellurico quanto basta e svisate di sax. Proprio non sembra di sentire i Coldplay, una salutare boccata d’aria fresca.

Il secondo disco – ha senso definirlo così? – sembra aprirsi alla grande con Guns, pezzo che sta a metà tra i primi Coldplay e Bob Dylan. Purtroppo finisce per perdersi in un ritornello senza personalità; riuscita a metà.

Èkó è di nuovo una ballata che vanta forti commistioni africane, non del tutto riuscita, mentre Cry Cry Cry, nonostante un titolo che fa tanto Johnny Cash, è una sorta di ballata tra soul e doo-wop. Riciclata dai tempi di Viva La Vida, suona sorprendentemente bene, come ogni volta che i Coldplay fanno un po’ meno i Coldplay.

Il disco si trascina un po’ stancamente verso la chiusura giocando l’asso del piano di Alice Coltrane in بنی آدم, dal titolo di un poema iraniano.

Dei Coldplay più tradizionali, quelli da stadio, rimangono Orphans, la classica Champion Of The World e la conclusiva Everyday Life. Note di piano, woo woo e vocalizzi ben oltre i limiti consentiti e ritornelli solari che i fan potranno cantare a squarciagola.

Everyday Life è insomma il tipico esperimento riuscito a metà. Troppo lungo, a tratti pretenzioso, ma anche sperimentale e coraggioso nel non offrire ai fan la solita pappa pronta. Comunque i Coldplay più ispirati da almeno dieci anni a questa parte, e non è poco.

Andrea La Rovere
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