Il 5 agosto si è svolto a Fiesole, al Teatro Romano, il concerto (dell’unico tour dell’artista) di Low Roar, nome d’arte di Ryan Karazija, in chiave totalmente acustica.
Il primo concerto dopo la fase 1 – quando, per un periodo fin troppo lungo, abbiamo pensato che avremmo rischiato di perdere tutto questo per sempre – sarebbe stato qualcosa di magico, mi sono detta, ormai quel distante 9 marzo.
E magico è stato, perché Low Roar, al secolo Ryan Karazija, ha scelto il teatro romano di Fiesole (Firenze) per l’unico concerto del centro Italia del suo tour. Un tour atipico: e, come ha annunciato a metà concerto, l’unico del 2020. Perché, noi, l’Italia, il primo paese investito dalla pandemia del Sars-cov-2, siamo stati anche i primi – e gli unici – a riaprire ai grandi eventi.
Fa freddo, al teatro romano di Fiesole, spira un vento gelato dalle colline boscose tutt’attorno; la coordinazione e l’organizzazione dello staff predisposto al mantenimento delle distanze di sicurezza è assolutamente impeccabile. Ci viene chiesto in quanti siamo, ci viene indicato il posto dove sedere. C’è spazio per tutti, perché, forse, il pubblico pagante ammonterà a duecento persone – il che è triste, da un certo punto di vista, ma è anche positivo: la musica di Low Roar è intima, delicata, appassionata di tinte pastello, inadatta alle grandi folle; necessita di riflessione, di serenità, di calma, di vento fresco e di cielo stellato.

Ci sediamo, dunque, e, puntualissimo, alle 21:30, Ryan sale sul palco. Da solo. Oltre ad una chitarra elettrica, una acustica ed un pianoforte. Si scusa, sorridendo, del fatto che non abbia potuto portare i turnisti islandesi: riduzione di cachet dovuta al covid. Ma che è comunque felicissimo di essere qui, l’unico paese che l’abbia ospitato per il tour. Perché Ross, il suo ultimo album, è uscito a fine 2019: e non c’è stato alcun tour promozionale, ferocemente stroncato sul nascere dalla pandemia.
E si procede a braccio, fra grandi classici, fra i brani preferiti dello stesso Ryan: Slow Down, l’indimenticabile I’ll keep coming – direttamente dalla colonna sonora di Death Stranding (leggi qui il nostro articolo a riguardo), capolavoro di Hideo Kojima. E le più romantiche Waiting e Miserably – che, in chiave acustica, mostra tutta l’elegante bellezza della sua linea vocale – passando, poi, per l’ep quarantiniero, con la splendida The Shepherd.
Ryan è a suo agio sul palco, è accogliente, è incredibilmente affettuoso col suo pubblico: mostra un’intonazione ed un carisma scenico che non gli conoscevo e che non potevo immaginare avesse in un concerto acustico – sul palco, laggiù, a metri di distanza da me, è solo, ma è come se fossimo tutti con lui. A cantare Bones in coro, Just a Habit, dedicando dolcissime parole alla madre; sognando su Dreamer.
Il concerto finisce forse troppo presto, perché, pur essendo uno show totalmente acustico, nell’aria s’era fatto un campo di forza attrattivo, invisibile; mistico. Una liturgia, un’elegia: il ritorno alla vita, il velo di Maya del covid19 che finalmente viene infranto, con incredibile gentilezza, dalla musica delicata di Low Roar. Una magia che ancora permea, da millenni, i teatri romani e greci di tutta Italia.
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