Alice Cooper: Detroit Stories [Recensione]

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L’horror rock di Alice Cooper torna sulla scena rock internazionale con il suo nuovo album Detroit Stories. Un vero e proprio tributo alla sua città natale, città che gli permise di arrivare sulla grande scena musicale internazionale.

Di solito, quando mi appresto a parlare di un album di un artista di vecchia generazione, non mi faccio mai prendere dalla nostalgia, o meglio, rimango sempre molto scettico, a prescindere dal “nome”, sapendo che, in molti casi, questi artisti continuano la loro carriera anche dopo che se essa si possa considerata “finita” da anni. Nel caso di Alice Cooper però mi sono ritrovato in un mondo del tutto diverso, ma soprattutto inatteso.

Ma con Detroit stories, Alice Cooper mi costringe, ma con molto piacere, a ripensare al modo in cui affrontare l’ascolto di un album di un’artista di vecchia generazione (ma che si comporta ancora come se fosse giovane, senza perdere mai la forza e la passione, a differenza di tanti suoi colleghi). A questo punto, prima di cominciare a parlare delle tracce presenti nell’album, mi sento di mettere subito le mani avanti, dicendo che si può inserire questo album nella lista degli “album dell’anno”.

Ognuna delle tracce delle rappresenta un periodo della carriera di Alice Cooper, da quel sound che lo fece grande quando erano gli “Alice Cooper”, a quello di quando diventò un progetto solista

Alice Cooper decide di fare un tributo alla sua città natale, quella città che non solo lo ha lanciato, ma che ha anche lanciato un vero e proprio “Detroit Sound”. Infatti negli anni ’70, il sound che Alice, e tante altre band di Detroit, portavano per la città, era un rock che andava contro le sonorità hippie che tanto andavano in quegli anni negli Stati Uniti, un rock che piano piano cominciò a farsi spazio. Ed è proprio con Detroit Stories che lo zio Alice torna alle origini, anzi, a tante origini, visto che potremo trovare delle tracce che riportano ad ogni periodo del rocker.

Alice Cooper

Ed è proprio dalla prima traccia, “Rock and Roll”, che Alice Cooper ci riporta verso il primo Alice, un blues rock che però già veniva contagiato dall’hard rock, ma senza mai lasciare indietro le caratteristiche più importanti del blues rock, un ritornello facilmente riconoscibile, tastiere ed un solo di chitarra da cantare. Come dicevo precedentemente in Detroit Stories si possono trovare tutte le sonorità che lo zio Alice ha sempre portato in scena, come, per esempio, il punk rock riproposto nella seconda traccia “Go Man Go”. Però di solito l’Alice Cooper che si tende a ricordare di più è quello della sua carriera da solista, l’Alice di album come Trash e Hey Stoopid, e a questo ci pensano “Social Debris” e “I Hate You”.

In Detroit Stories trova spazio, giustamente, anche l’Alice Cooper più “oscuro”, quello che ho sempre apprezzato di più, con “Hanging on by a Thread-Don’t Give Up”. Per il resto delle tracce si nota una prevalenza dell’Alice del suo, lungo, periodo Hard Rock, ed oltre a quelle già elencate spiccano tracce come “Hail Mary” che si avvicina quasi completamente al sound di Hey Stoopid, e “Wonderful World” che ci riporta più a Welcome To my Nightmare.

Alice Cooper resiste mentre tanti suoi altri colleghi mollano, torna alle origini e non fallisce, cosa che spesso, per altri si rivela fallimentare. Insomma, tutto, perfettamente, bilanciato e perfetto

Come dicevo all’inizio, è sempre difficile che un certo artista di vecchia generazione, a maggior ragione se è uno di quelli che ha fatto la storia, riesca a stupirmi. Spesso molti dei grandi artisti di vecchia generazione continuano a fare album per inerzia riuscendo a vendere solo grazie al nome. Nel caso di Alice Cooper invece ci troviamo di fronte ad un artista che, seppur “mantenuto” dal suo nome e dalla sua storicità, continua a mettere passione in quello che fa, dando luce a Detroit Stories, un album che da una parte sembra di facile presa (visto le tracce che aiutano a tornare al passato), ma dall’altra stupisce proprio perchè era molto difficile cercare di tornare alle origini senza far passare le tracce come una “minestra riscaldata”.

Alice Cooper
Marco Mancinelli
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