Extreme Power Metal, Dragonforce: recensione

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I DragonForce annunciano il loro ottavo album Extreme Power Metal, in uscita il 27 settembre. Prodotto a Los Angeles da Damien Rainaud, l’album fatica a slegarsi dalla strada già tracciata tempo fa dai musicisti londinesi.

Esistono molti tipi di artisti, quando si guarda al panorama culturale. Se si tratta del mondo dell’arte figurativa, Daverio elenca artigiani, guru e sciamani; se si tratta di letteratura, Nabokov (l’autore di Lolita, per capirci) parla di affabulatori, maestri e incantatori. E nella musica?

Fare classificazioni nette è difficile, ma alcuni concetti si possono prendere in prestito: l’artigiano è colui che ogni settimana costruisce la stessa sedia per venderla al mercato, senza preoccuparsi di cambiarla di un millimetro; il maestro è quello che invece fa i suoi ragionamenti e porta avanti un prodotto a metà strada tra innovazione e successo di pubblico.

Ora, i DragonForce sono almeno quattordici anni che si presentano alla scena con la stessa sedia lucidata e messa a nuovo. Poco male, dirà qualcuno, è la vocazione inglese per la catena di montaggio: vince il prodotto ben studiato, ben confezionato, che incontra un successo di vendite più o meno sicuro in base all’andamento di mercato.

Per questo, in un’epoca dove il power metal sembra finito definitivamente in soffitta – con rare eccezioni felici – l’idea della bottega Li-Totman & soci è quella di uscire con ‘Extreme Power Metal’, ottavo studio album della loro carriera.

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La cover (esplicativa del contenuto) di Extreme Power Metal dei Dragonforce

I nostri arrivano da anni difficili, caratterizzati da diversi cambi di line-up, ultimo dei quali l’abbandono del talentuoso tastierista Vadim Pruzhanov; a prendere il posto dello shredder ucraino, è comparso un altro musicista dalla forte personalità, Coen Janssen, già noto come mastermind degli Epica. Si tratta di un tastierista più attento ai suoni che non agli assoli a cento all’ora, e che – allarme spoiler – rappresenta uno dei pochi elementi positivi del nuovo album. In effetti, la sua presenza sembra essere stata importante in fase di registrazione, come Totman ha ben riassunto:

“We worked really closely with Coen on this new album. We are so happy with what he has brought into this new album. Every fan will be so happy to hear his majestic playing!”

Purtroppo, non basta un’influenza esterna a smuovere la band dalle strutture compositive, e dall’immaginario, portati avanti fin dal successo dell’iconica Through The Fire and Flames.

La sedia è ben assemblata, ha i riff power come struttura, i lunghi assoli che ne sostengono il peso, le liriche fanta-chiptune come schienale, e un mastering ad alto budget che, come una buona passata di lacca, la rende scintillante e appetibile. Rimane però un problema: il design è lo stesso di vent’anni fa, quello derivato direttamente dai maideniani anni Ottanta, e felicemente riproposto dieci anni dopo da band come Helloween, Stratovarius, e avanti con tutto il filone.

Se possibile, nel 2019, questo ennesimo ritorno suona ancora più citazionista dei precedenti Maximum Overload del 2014 e Reaching into Infinity del 2017.

Il singolo di lancio, che è anche opening del disco, che è anche colonna sonora di un videogioco, è Highway to Oblivion. L’intro spudoratamente AOR, caratterizzato da suoni di ottima fattura, suona interessante; purtroppo l’ingresso del comparto elettrico caratterizza invece la prima delle diverse auto-citazioni della sovrascritta iconica canzone del 2006. Il testo è un tripudio di self-motivation che spinge a farsi coraggio e a combattere il male, pesantemente spolverato di motori à la Mad Max e neon cyberpunk. Il video del singolo segue alla precisione il compitino.

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Mad Max II, Mel Gibson e la sua Interceptor.

La musica è di buona fattura, ma pre-chorus e chorus sono davvero ai limiti del cliché sia per il testo sia per il tappeto rhapsodyiano di doppia cassa:

In flash of blue steel, to the far horizons

Supersonic power, on the wings of a dream

Sensazione di già sentito che prosegue già dal titolo della seconda traccia: Cosmic Power of the Infinite Shred Machine. Usiamo la scusa dell’ironia per non commentare ulteriormente la scelta (che sembra uscita dalla testa dei Nanowar Of Steel).

Il sound, i testi, le ritmiche, le linee melodiche, sono tutte una raccolta di quel power metal “galattico” che fece Luca Turilli già nel lontanissimo 2002.

Da salvare la prima parentesi strumentale intorno al terzo minuto per i synth direttamente ispirati dal retrogaming, azzeccati come non mai.

The Last Dragonborn inizia con uno shamisen, scontato e pacchiano proprio come erano certi videogiochi di arti marziali; il brano riesce a essere il primo con una certa freschezza dall’inizio dell’album, per quanto molto classico: forse è il fatto di essere un mid-tempo e non un’inutile sbrodolata di note. Sei minuti di ritornelli però sono troppi.

Heart Demolition è il secondo titolo estratto per anticipare la release di Extreme Power Metal. È il brano più hard rock di tutta la compagine, nei suoni, nei piani elettrici, nelle linee melodiche, e può essere apprezzato dagli amanti del genere. Ancora una volta, fuori tempo massimo: la rinascita del filone AOR risale a quindici anni fa, basti vedere il momento apice di band come Brother Firetribe, Hardcore Superstar e Backyard Babies.

Il testo gira intorno a una delusione d’amore, a coltelli piantati nel cuore, e poco altro. Il video trasuda cultura pop, quella che da qualche anno è tornata alla ribalta – fin troppo, secondo chi vi scrive – con remake di film d’epoca, serie TV imbevute di sale giochi e canzoni trash, citazionismo spinto per nerd che quell’epoca non l’hanno vissuta.

Andiamo avanti veloci in Extreme Power Metal: Troopers of the Stars vanta un’intro discutibile, con un blast beat gratuito prima dell’ennesimo coro ottantiano. Sezioni strumentali salvabili. Razorblade Meltdown noiosa. Strangers richiama, nei suoni e i particolare nell’attacco del ritornello, un’altra band che negli eighties firmò le colonne sonore di alcuni videogiochi: i Journey, ormai nella seconda fase della loro carriera. Lontane eco anche di un’altra band seminale del power heavy, i Queensrÿche.

L’inizio di In a Skyforged Dream si può giustificare solo con la poca voglia di comporre. In Remembrance Day, e siamo ormai in chiusura, le cornamuse del funerale del commissario Gordon di Batman portano a un ritornellone da saga epica. Presumiamo che la battaglia contro il male sia stata vinta, e che – parafrasando il ritornello – un paradiso di onore e gloria sia sceso sulla terra.

Come riempitivo, necessario per arrivare alle fatidiche dieci canzoni di un album power che si rispetti, arriva My Heart Will Go On – senza transatlantici di mezzo, stavolta. L’inizio in 8 bit dà finalmente qualche soddisfazione agli amanti di quel filone, ma dura poco.

È tempo per le considerazioni finali. Quando certe sonorità sopravvivono oltre il tempo massimo, la domanda da porsi è una sola: come un ragazzino di quindici anni fa si entusiasmava di fronte agli assoli sbrodolati, anche oggi è probabile che esista una fetta di pubblico che stravede per questo tipo di prodotto; e se fare i nostalgici degli anni Ottanta paga ancora, è davvero da biasimare l’artigiano che produce da decenni lo stesso mobile, sempre uguale a se stesso? Ci sono diverse carriere che vivono da tempo, e dignitosamente, su queste premesse.

Probabilmente aveva ragione Arbasino, scrittore coltissimo e sornione, quando fece un’ulteriore tripartizione degli artisti in circolazione: giovani promesse, soliti stronzi, venerati maestri. Un cammino che è segnato per tutti: l’innovatore alla lunga diventa ripetitivo, il giovane cresce e diventa adulto; ma dopo l’esplosione iniziale e dopo il momento della vergogna, segue sempre la consacrazione.

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