Manifest, Amaranthe: recensione

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Manifest è il nuovo album degli Amaranthe, che segue Helix del 2018. E’ uscito il 2 ottobre 2020 per Nuclear Blast.

La vita è strana. Ti costringe a percorsi stranissimi, tortuosi, complessi, inaspettati. Chi mai si sarebbe aspettato che avrei ascoltato il nuovo album degli Amaranthe guidando verso lo stato estero in cui vivrò nei prossimi anni?

Nessuno.

Una premessa doverosa: gli Amaranthe sono una band unica nel proprio genere, che si rifà più al mondo della musica orientale, in quanto a ricchezza di sonorità – synth ispiratissimi e stratificazioni, ben tre voci (oltre alla Ryd, Nils Molin e Henrik Wilhelmsson, insignito dell’onore del growl) di intelaiature che concorrono a creare un sound pienissimo e, in un certo senso, anche ipnotico. Indubbiamente, unico, se si eccettuano gli X-Japan e derivati vari.

C’è però un certo “ma” nella discografia degli Amaranthe: la mancanza d’innovazione. Una volta lessi una critica, piuttosto surreale, alla saga di Harry Potter, in tempi non sospetti di transfobia di J. K. Rowling: l’autore adduceva ai motivi per i quali non amava tale storia il fatto che, in tale mondo, il concetto di “innovazione” è totalmente assente; non vengono inventati nuovi incantesimi, nuove tecniche, per migliorare il benessere, sconfiggere le malattie, creare una società ideale. Beh, per gli Amaranthe si può dire lo stesso: identici a se stessi, cristallizzati, da dieci anni.

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Manifest, che si riferisce probabilmente al suo essere un vero e proprio manifesto programmato del sound della band, propugna un sound che, se possibile, è più semplice e diretto di Helix, e, dunque, più efficace.

Va però detto che la considerazione è puramente personale: non ho apprezzato i virtuosismi complessi del precedente album, che lasciavano in secondo piano il significato, il messaggio, l’emozione. In Manifest, già da Fearless, l’opening, chiara e d’impatto, si crea un sound maggiormente unitario, maturo. Ugualmente dance, ugualmente esplosivo, ma abbiamo qui a che fare con dell’elegante fulminato di mercurio, più che con del banale C-4. Folkeggiante è Make it Better, secondo brano, col suo trascinante chorus, catchy e capace di risultare indimenticabile; passando per Scream my Name, furibonda power ballad interpretata dalla Ryd e da Wilhelmsson che narra d’amori finiti e oltraggiosi per l’onore. Viral, scelta come singolo – cui vi invito fortemente a guardare il videoclip, frutto dei nostri tempi di covid19, di quarantena casalinga e di binge watching di notizie negative, mentre tutto ciò che la band vorrebbe è tornare sul palco – risulta essere uno dei brani migliori dell’album, per semplicità compositiva e cura nelle orchestrazioni da parte di Olof Morck, seguita poi dalla trascurabile (in confronto) Adrenaline, nulla di diverso da quanto già abbondantemente espresso dagli Amaranthe. La carichissima Strong – un inno per chi si sente insicuro, in duetto fra la Ryd e Noora Louhimo – prosegue sul percorso tracciato, pregiandosi stavolta di maggiori ispirazioni power metal nella struttura del brano

I colpacci di Manifest sono riservati alla chiusura dell’album: Crystalline, ottavo pezzo (e uno dei migliori), viene infatti impreziosito dalla viola di Perttu Kivilaakso degli Apocalyptica e dalle tastiere di Elias Holmlid dei Dragonland e dalla voce di Elize, che è carezzevole, dolcissima, un lago di montagna; Archangel si mantiene su livelli elevatissimi, fondendo una grande tensione al’epico, al gotico, al dark, complice anche una gestione dei synth e della batteria eccelsa – organi, voci campionate, ritmo cadenzato quasi ecclesiastico. Su Boom! vorrei purtroppo evitare di spendere parole: bolliamo il brano – ad ora il più ascoltato in assoluto degli Amaranthe – come divertissment nu-metal, composto in un istante in cui la band ha sentito la mancanza dei Limp Bizkit e dei System of a Down.

Arabeggiante, Myrath-like, è invece Die and Wake Up, fenice che è penultimo album di Manifest, e che crea una frase di (quasi) senso compiuto con la successiva Do or Die – sarà un messaggio in codice dalle tinte filosofico escatologiche? Probabilmente no, solamente un filler per dare spazio alla semiscomparsa Angela Gossow – Do or Die chiude (trionfalmente) Manifest.

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C’è epicità, ci sono esplosioni e pirotecnia, ci sono stelle cadenti ed elettricità; danze scatenate e irresistibili melodie. Cosa manca in Manifest? Niente. E proprio per questo sarà un album che diverte, ma che si discosta poco, in termini di ricerca e di qualità, dalle precedenti puntate della saga dei ragazzi di Goteborg. Un album leggero, colorato, frizzante: forse ciò di cui c’è bisogno in questo periodo.  

Giulia Della Pelle
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