The Quest degli Yes: recensione

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Mi stupisce sempre come vecchie glorie possano rimanere ancora sul mercato, sebbene chiaramente profondamente rimaneggiate: è questo il caso dei Kansas e lo è anche e soprattutto degli Yes, storica band prog che ancora rilascia album – e che album.

Nell’ottobre 2021 è uscito per l’appunto The Quest degli Yes (Inside Out) che, utilizzando il font originale dei grandi classici degli anni ’70, ne è appunto un tuffo – una dichiarazione d’amore ad un tempo che non c’è più.

Ci sono ancora Alan White alla batteria e Steve Howe alla chitarra, mentre il resto della formazione è composto da Jon Davison alla voce (presente sin dal 2012), Geoff Downes (il mastermind dietro le tastiere degli Asia) alle keyboard, e Billy Sherwood al basso. The Quest si configura come un concept album narrativo, che parla delle bellezze del nostro pianeta e di come esse siano minacciate: isole di corallo – le Barbados, dove il vocalist Davison ha la fortuna di abitare – ghiacciai che scompaiono; l’ultra-antropizzazione e il pericolo delle IA impazzite (?) in Minus the Man e così via.

Ecco, The Quest ha un grossissimo problema fin dall’inizio. L’intro, The Ice Bridge, è un tipico pezzo degli Yes. Potrebbe tranquillamente provenire da Tales From Topographic Oceans, e nessuno si stupirebbe – se non per la voce di Davison. Ottimamente composto, fra complessi riff e curatissima produzione, nonché un pregevole crescendo di hammond in sottofondo, ma mancante di mordente. Non la migliore delle intro, vista peraltro la concorrenza agguerrita nel genere, che continua ad innovarsi e a produrre materiale eccellente (leggi Aphelion dei Leprous). La successiva Dare to Know vede un grande lavoro di Sherwood al basso e di White nella ritmica – spazzolata ed elegante. Ma estremamente anni ’80.

Viene dunque da domandarsi se gli anni ’80 fossero in fondo così male. C’era una certa ricchezza media diffusa e le classifiche erano capitanate dai Queen. Forse erano bei tempi.

the quest yes recensione

L’ispirazione fantasy retrò forse troppo retrò, il voler ritrarre il nostro pianeta da un punto di vista lontano e idealizzato, di base a The Quest, è fermamente espressa in Minus the Man, ballad dalle complesse e raffinate intelaiature di chitarra elettrica e acustica intervallate da orchestra e archi.

C’è però da dire che in The Quest gli Yes hanno tentato quantomeno debolmente di rendersi conto di trovarsi nel 2019 (all’epoca della composizione: per una volta non ci troviamo di fronte ad un Covid album) ed esso privilegia la diversità compositiva e i singoli episodi più che l’unità monolitica: Leave Well Alone inizia con un flamenco, continuando con un cantato gloomy di Davison che evolve in begli intermezzi strumentali di chitarra pulita e non distorta, in crescendo strumentali corali. Un brano ben calibrato dal punto di vista emotivo e ricco di ispirazioni moderne – evidentemente, nella vecchia guardia, è Howe quello più interessato agli eventi recenti in casa Inside Out. Lo stesso tentativo di svecchiamento è presente in The Western Edge, ricca di cambi di ritmo e tempi dispari in stile The Architect e Dream Theater ultima maniera, divertente ed affascinante nella sua varietà interna. Non ultimo, il sentore pop degli ultimi lavori della nostrana PFM si odono distintamente nella produzione di Downes, ricca di piccolissimi dettagli sonori che contribuiscono ad un lavoro di grande equilibrio.

Future Memories ritorna all’essere una ballad proveniente da un tunnel spazio temporale, nel cui tempo originario il compositore Davison non era neppure ancora nato, gradevole all’ascolto ma che pare semplice esperimento acustico privo di pathòs, e lascia rapidamente il passo a Music to My Ears, piano driven e delicata. Quest’ultima è, forse, assieme a Leave Well Alone, fra i brani migliori dell’album: l’ottimo lavoro ritmico di White garantisce dinamismo ed emozione (finalmente!) ad un lavoro altrimenti, finora, totalmente privo di saliscendi emotivi ed incapace di catturare pienamente l’attenzione dell’ascoltatore. La barbadosiana Living Island conclude degnamente il cd 1, un po’ caraibica, molto Asia, molto Geoff Downes e dunque eccellente (il mio feticismo per Downes continua a rivelarsi esatto e meritato).

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C’è però un cd 2, in The Quest, di cui, fuori dai denti, posso dirvi che non si sentiva minimamente il bisogno. Si tratta di tre brani, Sister Sleeping Soul, Mystery tour, e Damaged World. Nel primo caso potrete facilmente confondervi con un brano christian rock (non ho nulla contro il christian rock ma il feeling da oratorio è potente). Nella seconda, Mystery Tour, ci spostiamo, invece, verso la colonna sonora di gita per signori pensionati, quei brani country tanto cari agli anziani americani ritratti ottimamente in Nebraska, narrativi di personaggi di vita vera (un certo “John” è protagonista del brano), e neppure DAvison sembra credere più di tanto in ciò che canta. L’ultima bonus track è Damaged World, che inizia con un po’ di synth spaziali casuali, in quanto sembra che Downes si fosse stancato di sperimentare ed ha semplicemente utilizzato i suoni predefiniti della sua Korg. Un bel ritorno è quello di Howe alla voce, graffiante ed espressiva, contraltare al falsetto ormai opprimente di Davison. Al quale consiglierei fortemente di ampliare le proprie vedute, vista, appunto, l’attuale concorrenza nei vocalist odierni del genere (coff coff Daniel Tompkins).

The Quest è ovviamente un album ben suonato e ben prodotto. Ma è anche caratterizzato, che gli dei del prog mi perdonino, da un’atmosfera da centro anziani che è impossibile da ignorare.

Piacerà ai vecchi fan, piacerà a coloro che sono privi di ironia ed immaginazione, e piacerà soprattutto a chi finora è vissuto su Marte insieme al Dottor Manhattan e si è perso la nuova wave del prog europeo. Dire sia un disco brutto sarebbe una bugia ed una cattiveria: del resto, le vecchie glorie necessitano di musica da balera di qualità.

Giulia Della Pelle
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