Alberto Burri: l’artista che causò una disputa parlamentare

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Alberto Burri è oggi considerato uno dei principali maestri di arte contemporanea italiana, ma per un periodo, fortunatamente breve, la sua arte era contrastata dalle forze politiche predominanti e vittima di scherno da parte di giornalisti e addetti ai lavori, ma perchè?

Quella di Burri è stata una vita estremamente avventurosa, fatta di guerra, prigionia e orrori. Serve il fascismo come medico in varie spedizioni della Seconda Guerra Mondiale, per poi essere catturato e imprigionato dalle truppe alleate. Alla fine della prigionia, quello che vuole fare è dimenticare il suo passato e ricominciare a vivere portando avanti la sua più grande passione: la pittura.

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Alberto Burri in una fotografia di Nanda Lanfranco.

Le ricerche di questo artista attraversano varie fasi e sperimentazioni. Calatosi nel grande contesto culturale dell’Informale italiano, Alberto Burri è oggi famosissimo per le tele con plastiche bruciate, che non passano davvero mai inosservate all’interno di qualsiasi mostra e museo. Tuttavia, esse sono solo una delle tappe raggiunte da Burri nel corso della sua vita artistica.

Da cosa sono caratterizzate le sue ricerche?

L’arte di Burri, a partire dagli anni ’40 del XX secolo, supera la continua diatriba tra realismo e astrattismo (che infiammava i dibattiti culturali e politici dell’epoca) presentandosi come puramente astratta. Quello che la caratterizza è l’abbandono dell’uso di supporti e strumenti convenzionali come pennelli, acquerelli, colori e tele, spostando la propria attenzione su altri materiali come colla, muffe, iuta, plastiche e cemento e sperimentando in certi casi la curvatura delle tele. Alberto Burri credeva molto nella potenza espressiva delle proprie opere, motivo per il quale odiava rilasciare interviste e dichiarazioni, credeva infatti che non avessero bisogno di essere motivate, ma che si esprimessero in maniera autonoma solo con la loro presenza.

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Alberto Burri, Muffa, 1951, olio e pietra pomice su tela.

Burri propone allo spettatore un coinvolgimento non solo visivo, ha l’intenzione di mostrare l’opera d’arte come opera vivente, non più superficie passivamente osservabile, ma come organismo in vita, in cui si affastellano strati di materia, che creano vari spessori e su cui, per esempio nel caso della serie delle “Muffe“, si generano piccoli organismi vitali: le muffe appunto.

Il periodo degli “Stracci

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Alberto Burri, Sacco e Oro, 1956, Fondazione Palazzo Albizzini, Collezione Burri, Città di Castello.

Con l’inizio degli anni ’50, Alberto Burri concentra le sue ricerche su nuovi materiali, iniziando con la iuta. Opere come Sacco e Oro, dimostrano il definitivo abbandono del disegno e dell’elemento iconografico. L’artista cuce e incolla il materiale direttamente alla tela, dando esclusivamente alla materia il compito di creare la composizione.

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Alberto Burri, Sacco, 1954 – Parma, Fondazione Magnani Rocca © Fondazione Magnani Rocca.

La direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Contemporanea di Roma, Palma Bucarelli, nel 1959 decide di acquistare una delle opere della serie “Sacchi” di Alberto Burri, per esporla nella galleria, suscitando polemiche per niente silenziose. L’accaduto scatenò una vera e propria disputa parlamentare. Palma fu una delle prime direttrici a comprendere l’esigenza che l’arte stava vivendo, di rivalutare i propri parametri a partire dalla fine del Secondo Conflitto Mondiale. Proprio per questo sostenne le correnti di Astrattismo e Informale che all’epoca cominciavano a farsi strada.

Diverso era invece il punto di vista politico del partito comunista che, all’epoca, scatenò una disputa sull’efficacia di questi nuovi linguaggi sul popolo, mettendolo a confronto con un linguaggio ancora realista e di più facile comprensione. Immediatamente si generarono nei confronti di Burri e Palma Lucarelli una serie di beffe. Quest’ultima venne chiamata “la regina degli stracci” proprio per ironizzare sull’utilizzo da parte del pittore di tessuti poveri per le sue tele.

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Palma Bucarelli viene definita “signorina degli stracci”, Gnam.
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Vignetta ironica sulla poetica di Alberto Burri: “per i suoi quadri il pittore cerca nei bidoni delle immondizie i resti di cose che -come si legge nel catalogo della Mostra- hanno avuto una lunga consuetudine con gli uomini e da questi sono stato poi abbandonato”!

Nonostante in Italia l’opera di Burri non destò particolare successo, non passò inosservata all’occhio americano, che, invece, l’apprezzò al punto da esporla al MoMa di New York. Opere di ricerca di combustioni con materiali plastici affascinano il contesto culturale americano, parlando un linguaggio crudo e innovativo, con cui Burri non lascia veramente niente al caso.

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Alberto Burri: Rosso Plastica M3, 1961, Plastica, combustione su tela, cm 121,5×182,5 (127,5×188,5×5,5). Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri.

Vista la scarsa propensione di Burri a rilasciare interviste, Emilio Villa tentò un’analisi della sua poetica parlando di una “Dimessa Cosmogonia“, ovvero una pittura proiettata a parlare ai cinque sensi dell’osservatore. Più emotiva e sensibile è la linea tratta da Maurizio Calvesi sull’arte di questo artista, che ancora oggi riesce a comunicare solo con le sue tele, molto più di quanto possano fare milioni di parole.

…Resta comunque una costante, pur nell’alternarsi e rinnovarsi delle materie, il robusto impaginato compositivo e spaziale; e si tratta di qualcosa di strettamente complementare alle lacerazioni inflitte alle materie: è come un orizzonte fatale di fissità e quasi d’eternità con cui si confronta la relatività temporale del logoramento e dell’azione. E’ il momento costruttivo che entra in dialettica con quello “distruttivo”, formando una serrata unità. […]Maurizio Calvesi.

Eleonora Turli

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