Christo, viaggio nella poetica dell’artista che “mostrava celando”

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Sono ormai diversi giorni dalla scomparsa dell’assai noto ed eclettico Christo. Ciò che mi ha più colpito sono state le notizie sui giornali, magazine, una sorta di esamina sulla vita e la formazione dell’artista senza però andare a decostruire la sua poetica, ed ecco qui che si prova in poche righe a riassumere questo potente vate dell’ultimo secolo. Il lettore che si troverà a leggere questo articolo, probabilmente, saprà che è famoso per i suoi impacchettamenti e per la condizione di temporaneità che li contraddistingue.

Ma quando si parla di arte performativa, qual è quell’elemento che continua a dare linfa vitale all’opera, se materialmente non esiste più?

Ciò che risulta in questi casi decisivo è una sorta di autorizzazione all’esistenza che il fotografico esercita nei confronti di tali operazioni rendendole progettabili e poi eseguibili.

Il senso delle opere di Christo, oltre allo svelare occultando, è la consapevolezza che tale operazione possa, seppur virtualmente, essere mantenuta e riproposta, continuare a vivere in eterno, oltre la contingenza dell’azione stessa, tendendo così all’infinito. Il mantenimento fotografico costituisce quindi una sorta di prolungamento dell’opera stessa.

christo

Quelli di Christo, prima che molte persone si apprestino ad esibirsi nella solita manfrina “Ma posso farlo anche io”, sono in realtà progetti di ampio respiro, che hanno richiesto anni e anni di progettazione, attuazione realizzazione e, dulci sin fundo, trafile burocratiche. Fondamentale è stata quindi la tenacia dell’artista, e il pensare in grande senza fermarsi dinnanzi agli ostacoli per raggiungere la meta.

La sua tenacia è stata data probabilmente da una giovinezza passata sotto un regime sovietico che lo ha portato a concepire l’arte come un’operazione dell’individuo sull’ambiente.  Quello che apprende durante il suo periodo da studente d’Accademia è l’importanza della propaganda, fatta di elementi monumentali e celebrativi, esposizioni provvisorie per esaltare i risultati del socialismo reale.

Nel ’56 emigra a Parigi dove incontrerà la sua compagna di vita, Jeanne Claude,  con cui nascerà un’intesa sentimentale e artistica che porterà i due a diventare i maggiori esponenti della Land Art. La coppia inoltre ha rivendicato costantemente il carattere temporale delle loro opere affermando che sarebbero continuate anche dopo la scomparsa degli artisti.

La loro arte era nascosta. La loro arte era eclisse, gaiezza realizzativa, pura estetica, ma anche memoria. Dopo la morte di Jeanne-Claude difatti, Christo realizza a Londra, sul Serpentine di Hyde Park,  una sorta di monumento funerario che richiamante la cultura egizia, in onore della compagna.

“Christo ha vissuto la sua vita in pieno, non solo sognando ciò che sembrava impossibile, ma realizzandolo

Dalla fusione delle due anime l’arte diviene inconfondibile. Il loro vero obiettivo era dare vita e concretezza alle immagini che danzavano nelle loro fervide menti. L’obiettivo era quello di mutare l’immagine del mondo, anche solo per poco tempo. Dare la possibilità di creare un punto sui cui convogliare l’attenzione come la cornice su un dipinto, o uno squarcio sulla tela, una sorta di filtro.

Christo

L’opera di Christo conserva quindi una sorta di  velo, un medium che presiede il fare pittorico e ne permette la concretizzazione, è lo strumento che hanno sempre utilizzato gli artisti per riprodurre il mondo

E l’artista quindi con il suo occhio individua una porzione di mondo, la seleziona e al contempo focalizza l’attenzione. Cerca quindi di mostrarci il mondo attraverso i suoi occhi, come se ci desse degli occhiali speciali per osservare la realtà, e lo strumento che utilizza quindi è proprio l’impacchettamento temporaneo.  L’artista quindi proietta sulla realtà la sua idea, inquadrando e segmentando il reale. L’impacchettamento è come un velo interposto tra la nostra visione e visione dell’artista.  

Christo con le sue opere non ci pone di fronte alla questione “pillola rossa o pillola blu” ma crea il presupposto profondo che permette al fruitore la percezione, la comprensione, l’accoglienza empatica della sua opera. Crea l’occasione di vedere, celando. Svela, occultando. E cosa c’è di più politico di questo?

L’arte di Christo non è quindi pura speculazione metafisica,  ma è concretezza. Visualizzabile ad esempio a tutta la trafila burocratica che doveva attraversare per arrivare alla realizzazione, centimetri e centimetri di fascicoli contenenti pratiche che ha affermato di conservare nel suo studio.  L’obiettivo del suo lavoro ha quindi una forte valenza politica, “ Se vogliamo è politica in sé”  – afferma lo stesso. Come si fa infatti a convincere a votare qualcosa che non esiste ancora se non nell’immaginazione? Questa è vera dimensione politica, non illustrazione della politica, ma pura visione politica”.

Christo

Viene da sé che per far fronte alla immensa burocrazia serve una forte tenacia, una delle sue caratteristiche principali. Per questo la sua arte è politica.  Christo vuole far scattare quel processo di comprensione che passa dall’intelletto e mediante l’astrazione, che passa dall’impacchettamento, assicura la rappresentabilità stessa del mondo; e anche se fosse che non tutti conoscano il nome dell’artista, è indubbio tutti conoscano le immagini di un monumento o una scogliera impacchettato, che diventerà poi sua cifra stilistica.

E mai quanto in questo momento storico serve riscoprire un artista capace di rilevare la disattenzione umana e indirizzarla alle cose importanti

Christo come metafora di una lente d’ingrandimento per mostrarci una realtà che davamo per scontata, e che allo smantellamento dell’opera, potremmo vedere in maniera diversa. E  forse è anche il senso che è stata la nostra quarantena. In questi due mesi a casa siamo stati privati della libertà di fruire di luoghi, emozioni, meravigliose che soltanto ora, che abbiamo di nuovo il permesso di goderne possiamo apprezzare davvero. Ma allo stesso tempo ci è stato mostrato “grazie” alla pandemia come e quanto il nostro sistema si stia andando a reggere sempre di più sulla presenza del privato. Non dovremmo quindi tutti riflettere sul concetto di mancanza/assenza?

Martina Trocano
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