Il cinema italiano non è morto. Per anni, la cecità produttiva, la burocrazia e la paura dei numeri hanno soffocato la creatività, lasciando spazio a cliché stanchi e a storie già viste, piegate ai dettami delle piattaforme. Poi è arrivato Paolo Strippoli. Con Piove e La Valle dei Sorrisi aveva solo accennato la sua visione autoriale, ma è con L’Estranea – presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia – che il suo cinema è sbocciato pienamente. Strippoli si muove in uno spazio tutto suo, propone un linguaggio nuovo, radicato in un mondo cambiato per sempre, capace di scavalcare la polvere dei racconti convenzionali e di aprire a un immaginario fresco, privo di compromessi.
L’Estranea è un thriller psicologico soprannaturale che si insinua con precisione chirurgica nel cuore marcio della famiglia borghese, utilizzando una satira sottile intrisa di umorismo caustico.

Diviso in quattro capitoli – la figlia, il figlio, il padre, la madre – il film segue una struttura narrativa circolare e ossessiva. Si apre con il ritorno di Anna (Jasmine Trinca) nella vita della figlia Alice (Romana Maggiora Vergano), proponendo fin da subito un’atmosfera di tensione cupa e incombente, dove la Roma contemporanea, buia e tempestosa, diventa cornice di una favola nera.
La struttura episodica permette di scandire progressivamente le confessioni inquietanti di Anna, che riportano lo spettatore alla Bari del 1999, in un passato apparentemente dorato ma zeppo di presagi nefasti. Strippoli e Salvatore de Chirico firmano una sceneggiatura che brilla per la capacità di fondere horror, dramma familiare e satira sociale. La famiglia Colonna è il microcosmo di una borghesia ipocrita e fragile, che si sgretola sotto il peso di aspettative e segreti.
Il momento di rottura – l’aggressione del cane ai danni di Alice, arrivata durante una festa organizzata dalla famiglia nella loro grande villa e alla presenza della crème de la crème della Bari bene – non è solo l’innesco narrativo, ma la crepa attraverso cui si insinua l’orrore soprannaturale incarnato dall’estranea Valeria Bruni Tedeschi, una forza inquietante che entra terribilmente nelle vite dei Colonna. La sua figura, in bilico tra realtà e allegoria, diventa il catalizzatore di scelte estreme e irreversibili.
Anna è sospesa in un silenzio che pesa come il piombo. La stanza attorno a lei sembra trattenere il respiro, mentre nella sua mente si accavallano pensieri che oscillano tra l’amore più puro e la paura più cupa. Vuole proteggere sua figlia da un dolore che non dovrebbe mai esistere, da un futuro che si annuncia spietato. Vuole sostituire l’incertezza del destino con la certezza di una scelta, anche se terribile. Ma ogni gesto che sfida il destino ne crea uno nuovo, una tela di conseguenze che nessuno può prevedere. In quel momento, Anna comprende che non esiste via d’uscita senza ferite, che il cuore umano è condannato a soffrire per ciò che ama.
La regia si distingue per un uso sapiente della suspense: ogni sguardo, ogni silenzio, ogni dettaglio diventa un indizio di colpe e paure rimosse. La tensione psicologica è incessante, amplificata da una fotografia livida di Cristiano Di Nicola, e da un design sonoro – le musiche originali di Rob e il sonoro di Marc Bastien e Quentin Collette, con una soundtrack eccezionale – che accompagna la discesa nell’incubo familiare. Il climax, quasi biblico, non concede facili catarsi: il destino si compie come un meccanismo ineluttabile, ricordando che ogni tentativo di sfidare la vita e la morte ha un prezzo carissimo.

Sul piano interpretativo, Jasmine Trinca offre una performance di altissimo livello, confermando ancora una volta la sua capacità di dare vita a personaggi complessi e sfaccettati. La sua Anna emerge come una madre profondamente ferita, sospesa tra sentimenti contrastanti: l’amore viscerale e la vanità, il senso di colpa e la volontà di controllo. Questa vulnerabilità, velata da un egoismo sotterraneo, rende il personaggio insieme disturbante e commovente. A completare il quadro emotivo, la presenza magnetica e intensa di Valeria Bruni Tedeschi, favolosa come villain, introduce una dialettica scenica di rara potenza, amplificando la tensione e l’impatto angosciante del film.
L’Estranea non è un film che cerca di rassicurare: è un viaggio nell’orrore metafisico della famiglia, dove il desiderio di salvare chi amiamo si trasforma nella condanna più crudele. Strippoli riesce a costruire una parabola inquietante sulla maternità, sul senso di colpa e sulla fallacia del controllo umano, offrendo un’opera che lascia lo spettatore turbato, ma anche affascinato dalla sua lucidità spietata.
Un’opera intensa e disturbante, che conferma Strippoli come una voce originale nel panorama del cinema psicologico e soprannaturale italiano. In uno scenario spesso anacronistico, L’Estranea non odora di muffa né di naftalina: è l’esempio concreto di come il coraggio possa restituire al nostro cinema la dignità di un’arte viva.
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