NAZA, la denuncia di Yuval Abraham e Rachel Szor sui terrificanti crimini di Israele a Gaza – Recensione

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Non mi serviva un documentario per mettermi di fronte all’orribile portata della campagna genocida di Israele, ma il lavoro fatto da Yuval Abraham e Rachel Szor è così potente e terrificante da lasciare senza parole. NAZA è un film eccezionale per la lucidità nel racconto e per la sua incredibile umanità nello scoperchiare il progetto meticolosamente pianificato per la distruzione di un intero popolo, quello palestinese.

Abraham e Szor hanno raccontato il genocidio di Gaza da un punto di vista inquietante: dall’interno della macchina dello Stato responsabile di morte e distruzione. NAZA – presentato all’83ª Mostra del Cinema di Venezia – fa riferimento a un acronimo militare ebraico con cui l’intelligence militare israeliana indica quello che è il “danno collaterale” di un raid aereo: il numero di civili che potrebbero morire, senza distinzione tra adulti e bambini, uomini e donne. 

Quando la vita umana diventa una semplice questione di numeri, nessun numero è troppo alto o troppo basso per non avere importanza. La Germania di Hitler lo fece, e in un sorprendente parallelismo storico, Israele di Netanyahu sta facendo lo stesso a Gaza.

Sin dalle prime sequenze, NAZA costruisce un’atmosfera di inquietudine. Le interviste a 24 agenti dell’IDF, raccolte nell’arco di tre anni, si svolgono sui tetti di Tel Aviv in una notte qualunque, a soli 60 chilometri da Gaza. Le sagome anonime degli intervistati, avvolte nell’oscurità e rese indistinguibili l’una dall’altra, suggeriscono l’idea di un ingranaggio industriale, dove l’individualità cede il passo alla meccanica ripetizione della violenza.

La città, ripresa nelle sue tranquille routine domestiche, diventa a sua volta personaggio muto di un dramma che si consuma altrove, in un contrasto feroce tra normalità e devastazione. La vita di una città è la morte di un’altra, a pochi chilometri di distanza, con indifferenza o addirittura compiacimento da parte di chi la perpetra. 

Le testimonianze dei militari diventano un racconto lineare e agghiacciante. Gli agenti parlano apertamente dell’obiettivo genocida delle operazioni, consapevoli della lucidità dei metodi del governo Netanyahu. Il linguaggio è clinico, quasi asettico. Il sistema di intelligence Lavender, che identifica i presunti membri di Hamas e li elimina senza distinguere tra adulti e bambini, diventa il simbolo di una guerra calcolata, dove la morte è un numero accettabile e le vite civili sono sacrificabili, meri “danni collaterali”. 

In nessuna circostanza le persone prese di mira vengono considerate come persone, sono solo un insieme, una statistica. Una volta individuato un obiettivo, le forze israeliane colpiscono, e non si tratta di un attacco chirurgico. Possono bombardare interi piani o edifici senza curarsi se le persone al loro interno siano a loro volta bersaglio: la quantità ha la precedenza sulla precisione.

NAZA, la denuncia di Yuval Abraham e Rachel Szor sui terrificanti crimini di Israele a Gaza
Fotoramma presa dal documentario Naza

NAZA è un incrocio tra documentario angosciante e thriller voyeuristico, che osserva dall’alto una società che si vanta della sua ricca cultura, pur continuando a dipingersi come l’unica vittima della guerra dopo i fatti del 7 ottobre. Il film infonde un senso di nausea e vergogna, soprattutto quando arriva la Giornata della Memoria con una retrospettiva su Lanzmann, suggerendo che la maggior parte dei membri della piccola borghesia della città sia del tutto incapace, o non disposta, ad applicare i parametri dell’Olocausto al genocidio contemporaneo perpetrato per loro conto.

L’uso sapiente del montaggio, supportato dal corrispondente del The Guardian Harry Davies, alterna le voci fuori campo alle immagini di Tel Aviv e al materiale d’archivio. Uno dei momenti più incisivi arriva verso la fine, quando Abraham e Szor mettono in dialogo le parole del passato di Netanyahu, autore di una definizione precisa di terrorismo come “l’omicidio, la mutilazione e la minaccia deliberati e sistematici di innocenti al fine di incutere timore e ottenere vantaggi politici“. 

C’è qualcosa di fastidiosamente azzeccato in questa giustapposizione: l’uomo che un tempo offrì al mondo una perfetta definizione di terrorismo come attacco sistematico contro gli innocenti, adesso è l’artefice di una guerra i cui metodi, secondo i suoi stessi servizi segreti, hanno reso la morte dei civili non un’aberrazione, ma una conseguenza prevista e normalizzata. La contraddizione non viene mai sottolineata in modo esplicito: è lasciata parlare da sola, ed è devastante.

L’impianto visivo e sonoro di NAZA amplifica il senso di sorveglianza e alienazione. Le finestre illuminate di Tel Aviv, le voci filtrate, le sagome indistinte creano un universo voyeuristico in cui tutti guardano e nessuno si espone davvero. La scelta di evitare eccessi melodrammatici rende l’opera ancora più incisiva: il pathos nasce dalla precisione e dal rigore, non dall’enfasi. All’interno del film ci sono persone che scelgono deliberatamente, eseguono ordini, le razionalizzano, a volte se ne pentono o si rifiutano di pentirsene. 

NAZA non è solo un documentario: è una testimonianza storica, un atto di accusa e un monito. Non è un film urlato, è silenzioso, distaccato, rabbioso. Raramente il cinema documentario ha mostrato con tale chiarezza come la burocrazia della guerra possa trasformare il genocidio in routine, e come l’indifferenza sociale ne favorisca la perpetuazione. È un film che lascia attoniti, un’esperienza che costringe a guardare l’abisso senza filtri. Per la sua lucidità, la sua umanità e il coraggio di chi lo ha realizzato, si colloca tra le opere più importanti del nostro tempo.

Isabella Insolia
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