“Un anno di scuola” di Laura Samani a Visioni Italiane, recensione.

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Un anno di scuola. Laura Samani, per il suo secondo lungometraggio, realizza un libero adattamento dall’omonimo romanzo di Giani Stuparich (1929) ambientato a Trieste, nel 1909. L’opera cinematografica, premiata a Venezia e presentata in anteprima a Visioni Italiane, tuttavia si discosta da quella di partenza; a cambiare, il periodo storico, e quindi anche i sentimenti, le intenzioni. La Samani coglie l’occasione per trarne spunto autobiografico, attualizzando l’opera negli anni della sua stessa maturità.

Trieste, settembre 2007. Fred (interpretata da Stella Wendick), diciottenne svedese, per l’ultimo anno di scuola superiore si trasferisce a un ITIS, in una classe di soli maschi. Una premessa da cui la narrazione prende le mosse e si sviluppa in modo audace, autentico, lontano da qualsiasi dimensione fiabesca: seppur in difficoltà, Fred si modella, si adatta, accoglie la novità. Senza volerlo, decostruisce la dimensione virile, complice, di un gruppo di tre ragazzi.

A presentare Un anno di scuola in anteprima al Cinema Modernissimo a Bologna, Laura Samani. Al suo fianco la co-sceneggiatrice Elisa Dondi e Nadia Trevisan, co-produttrice dell’opera. Un’occasione per raccontarne i retroscena, i processi artistici: questioni di budget hanno infatti relegato la realizzazione delle riprese alla durata di sole sei settimane. Molto più tempo, invece, è stato dedicato alla scrittura, già per sua natura frutto di maturazione lenta, riflessiva. E infatti in Un anno di scuola nulla viene lascato al caso: la sceneggiatura, mai superficiale, è libera dalle rappresentazioni stereotipate del femminile —spesso vittime, altre volte carnefici. Altrettanta attenzione, cura, è stata posta nei confronti dei personaggi maschili: Antero, Pasini, Mitis. Ben lontane dall’idea di categorizzare, giudicare, Laura Samani ed Elisa Dondi riescono a restituire completezza, complessità, per ogni personaggio. Un approccio, questo, che accoglie le naturali differenze di genere, senza però creare giudizio.

La compresenza della lingua svedese e quella italiana diventa così un pretesto narrativo per raccontare i due mondi. Maschile e femminile si sfiorano, si mescolano, diventano funzionali al rapporto stesso tra i personaggi. Fred infatti ne riconosce le differenze, eppure non si tira indietro: accoglie, assorbe, impara il loro stesso linguaggio. Eppure, è la stessa lingua, alle volte, a farsi linea divisoria tra i due mondi.

Come la scrittura, anche l’interpretazione in Un anno di scuola diventa frutto di conoscenza e profonda analisi. Un lavoro minuzioso, umano, è stato fatto con gli attori; tutti, alla loro prima esperienza: la stessa Stella Wendick (Fred), Giacomo Covi (Antero), Pietro Giustolisi (Pasini), Samuel Volturno (Mitis). La regista ha deciso di spogliarsi di qualunque ruolo, stabilendo un rapporto alla pari con i ragazzi. Di fronte alla macchina da presa, è stato chiesto loro di essere nient’altro che se stessi; non un lavoro immediato, semplice. Per preservare l’autenticità, è stato infatti necessario distaccarsi dalla rigidità del copione. Un lavoro lento di avvicinamento, sperimentazione, improvvisazione. Il risultato è una rappresentazione dell’adolescenza finalmente credibile: adolescenti che parlano, sentono, come giovani adulti.

Le tematiche del film dialogano bene con Piccolo corpo (2021), —opera prima di Laura Samani: la solitudine, la ricerca del sé, la perdita. In Un anno di scuola entrano tuttavia in gioco anche gesti e sentimenti autentici legati all’età dei protagonisti. Momenti di scoperta, sperimentazione, anche lotta con se stessi: due mani che si sfiorano, il primo bacio, il primo amore. Un’attenzione, da parte delle autrici, che restituisce serietà e profondità d’indagine a un’età, a volte, trattata con leggerezza.

A chiudere il cerchio, la scelta musicale contribuisce a rafforzare l’idea di un film privo di ingenuità, ben attento ai particolari. Tre Allegri Ragazzi Morti, Mellow Mood, The Great Complotto. La scelta di band regionali diventa non solo un modo per rientrare nel budget limitato, quanto coerente con la provincia, gli anni rappresentati e l’anima del film: mai banale, mai scontata, capace di chiudere perfettamente il cerchio della narrazione.

Vitrani Valentina

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