Ezio Falcomer, il dono e la poesia

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La poesia è soprattutto un dialogo col passato, una possibile visionaria immagine del futuro. Ma è anche peso, siccità, impossibile luogo oltre il quotidiano dove soggiacere nei propri panni. O senza di essi. Calmamente. Una volta Ezio Falcomer mi disse “prendo tutto come un dono”.

Lui, Ezio Falcomer, nato vicino Venezia nel 1962, con esperienze importanti come attore, a teatro e in televisione, è la contraddittoria e silenziosa rappresentazione del dono poetico; quel dono che si spinge a respirare l’usura dei malanni e le vivacità segrete sotto il mistero.

La sua è una poesia dell’altrove, ma colloquiale, animosa. Leggendo i versi di Ezio Falcomer si potrebbe pensare a un Bukowski colto, ma anche a tanta poesia umoristica/ironica, e a dell’altro. Echi decadenti battezzano il mal de vivre non più come una suggestione narcisistica di maniera: in Falcomer la sofferenza è un gioco con cui scherzare, un imbroglio da sputtanare. La chiamata ultima verso il cielo.

È qui che torna il dono: il dono per Ezio Falcomer è anche esperienza estrema di fede. Ancor meglio contaminazione e conoscenza della religiosità. Così in ogni frammento del suo scrivere, un termine ultimativo, un’immagine, un non detto, riportano a quell’assolutezza di chi vede oltre il visibile, una luce, sempre giocando, mai prendendo nulla sul serio.

Buongiorno, Ezio. Sono ormai diversi anni che scrivi poesie e il tuo stile da La vita Picara sino alle più recenti poesie si è molto modificato. Potresti dirci qualcosa a riguardo? Come è cambiato il tuo modo d’intendere e fare poesia nel tempo?

È aumentata in generale la consapevolezza degli stili, del mezzo espressivo, della possibilità di ironia sui temi e sulla forma.

Bene. Ma che ruolo ha la poesia nella tua vita? E quali sono gli autori (non solo poetici) dai quali prendi ispirazione?

È un luogo di decantazione di molte emozioni, soprattutto le più disagevoli. È un luogo di ascolto dell’essere, di riscrittura del paradosso, dell’esistenza, del mistero. I modelli sono tantissimi: Rimbaud, Buadelaire, Majakovski, Campana, Plath, Sexton, Bukowski, Sanguineti.

Tra i poeti che hai citato c’è un filo che li collega tutti- il disagio esistenziale, mentale- che forse attraversa in certa parte tutti gli artisti, soprattutto quelli che si affacciano all’arte poetica, vera esemplificazione dell’irrazionalismo. Come vivi tu il tuo disagio esistenziale e quanto questo è d’ispirazione per i tuoi versi?

Il disagio mentale menoma la mia vita ma è al contempo mezzo di conoscenza, punto privilegiato di osservazione della realtà, fucina dove si forma il linguaggio poetico. Filosofie negative, irrazionalismo sono il punto privilegiato per passare al vaglio quella società del normale da cui mi sono sentito escluso. E sono l’elemento di deflagrazione del linguaggio come ordine e attendibilità.

Il periodo, come tutti sappiamo, è molto critico. Le tante restrizioni in ogni ambito animano il dibattito creando pareri discordanti sulla gestione di tali criticità. Cosa ne pensi tu a riguardo?

È una prova durissima per tutti. Non mi sento esperto di gestione di tali problemi. Posso però mettere alla prova il linguaggio artistico. Esistenzialmente questo è un tempo sospeso, di solitudine, di fragilità di fronte al male, che noi sempre abbiamo ma che nascondiamo sotto tutti i rumori. La poesia si incarica di ricordare l’area della fragilità

Cosa ne pensi, più nello specifico, delle restrizioni in campo culturale? È azzardato, secondo te, dire che la cultura su cui si fonda il mondo occidentale e in particolare la nostra Italia, sia agli occhi di chi ci governa, una ricchezza rinunciabile?

È una ricchezza rinunciabile non solo da parte del potere ma anche dalla massa delle persone. La cultura tecnologica è scissa dalla cultura umanistica. E la cultura umanistica tende ad essere emarginata. Forse come nel V o VI secolo. L’occidente in mano ai barbari e la cultura appannaggio esclusivo del clero, dello zero virgola, senza nessuna apparente importanza.

L’amore e i girasoli – Ezio Falcomer
(La vita picara edizione NeP. Narrativa e Poesia, 2010)

Dentro te
l’imbroglio
i miei pori subiscono

i vizi e i gigli miei
fascinati dal tuo dono
appassiscono
donando sangue al tuo odore

scandalo di segreto assioma
inizio tossico
di febbre mattana

puttana
giochi tu coi girasoli
miei

tossisco di una voglia vaga
su campi d’amore
entro te
o nel cielo di dei
trafitto da maga

ebbra
nascondi dio fra le tue grandi labbra.

Ti respiro, mia onda – Ezio Falcomer
( Rottami d’oro, Edizioni ilmiolibro, 2012)

Ti respiro, mia onda,
ai liquori del denso plenilunio.
Alla festa della madida pelle
andiamo, equanimi i petti o esaltati.
Ti penso, sponda del mio infrangermi
saturo di mari d’amore,
d’oceani d’aspri tremori,
di silenzi dove ulula il solo sentire,
dove giocan gli sguardi
complici assassini,
avidi di preda.

Quel tabaccaio di mio cugino – Ezio Falcomer
(“Luna comica”, di prossima pubblicazione presso Puntoacapo Editore)

Quel tabaccaio di mio cugino
è un tipo strano, una volta mi ha steso
col karate rompendomi quattro costole
e non si è mai scusato.

Quel tabaccaio di mio cugino
è anche un barista,
mi spaccia la Nardini alle sei di mattina.
Una volta s’è fatto in moto
la 66 da Santa Monica a Chicago.

Eppure non è mai uscito dalla sua cittadina,
un buco di culo della Louisiana
o forse un sobborgo ancora in stile sovietico
della cintura di Minsk.

Quel tabaccaio di mio cugino
ti dice che va a rilassarsi e pregare
quindici giorni dai cistercensi,
poi vieni a sapere che si scatenava
nelle discoteche di Ibiza o San Pietroburgo.

Mio cugino è capace di riscuotere
il pizzo perfino a se stesso.
Mio cugino è un personaggio
di Steinbeck, Hemingway o Fante.

E ho il sospetto che sia solo un fake
di Facebook, per fotterti.

Quel tabaccaio di mio cugino
io non ricordo di averlo mai visto.

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