Intervista a Marco Baliani: l’attore contemporaneo

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Abbiamo intervistato Marco Baliani, artista teatrale a tutto tondo che ha debuttato alla regia lunedì scorso con lo spettacolo: L’attore nella casa di cristallo, una produzione Marche Teatro. Un lavoro con cui prosegue la sua ricerca nel teatro di “post-narrazione” quel teatro, come ama definirlo lui, dove il linguaggio orale del racconto non riesce più a dispiegarsi in un andamento lineare, ma si frantuma, produce loop verbali in cui il tempo oscilla, senza obbligati nessi temporali.Un turbine linguistico sostenuto da un corpo che agisce l’evento in maniera performativa.

Com’è nata l’idea di questo spettacolo?

L’idea è partita da Velia Papa, direttrice artistica di Marche Teatro che mi ha contattato e mi ha chiesto di fare un lavoro con una teca di cristallo e dentro degli attori, come se fosse una richiamo alla fine del mondo. Attori che stanno lì, fermi e gli spettatori passano e vanno, possono fermarsi oppure no, molto random una performance, lei l’ha sentita come performance e io ci ho pensato e poi ho risposto: “perché no?”

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Ho accettato la proposta e l’ho poi, via via, trasformata, uno perché gli spettatori con tutti i problemi di sicurezza non possono passare e andare, devono fermarsi in certe postazioni fisse e poi, invece di fare la performance quasi solo visiva e sonora, ho cercato di costruire una vera e propria drammaturgia. Quindi abbiamo individuato 4 attori: 3 che hanno partecipato con me al progetto Paragoghè, il risultato di un laboratorio che ho tenuto con Marche Teatro e che è andato in scena al Tribunale di Ancona, Michele Maccaroni, Eleonora Greco e Giacomo Lilliù e la quarta è Petra Valentini che tutti abbiamo conosciuto per lo spettacolo Elvira di Jouvet con la regia di Toni Servillo.

Ognuno di loro ha iniziato a proporre del materiale: poesie, ricordi d’infanzia, canzoni, testi teatrali e, a partire da questi, ho montato quattro testi diversi. È stato un vero e proprio lavoro di scrittura, in questo caso più scrittura che altro perché poi abbiamo lavorato on line praticamente, ho diretto gli attori con una camera a distanza. Cosa mai fatta, una sofferenza totale.

A tal proposito le chiedo cosa ne pensa del teatro on line e di questa proposta che è stata fatta dal ministro Franceschini della “Netflix della cultura”?

È come l’insegnamento a distanza, non funziona. Io sono un fondamentalista, per me non esiste teatro in questo senso, senza la presenza fisica di attore e spettatore nello stesso luogo e nello stesso momento. Per questo dirigere questi quattro attori che provavano nelle loro case mentre io ero a casa mia è stato davvero faticoso, per certi versi, in questo modo, il testo è diventato molto più beckettiano, è un testo molto freddo se vogliamo.

Abbiamo limato le parole, abbiamo lavorato sull’interpretazione, sul modo di dirlo, sul modo di farlo e poi abbiamo iniziato a fare dei micro-movimenti è solo quando, poi, ho avuto davvero le teche che è cominciato il teatro vero per me. Quando abbiamo iniziato a provare dentro le teche, in presenza, ho visto tutto quello che si poteva aggiungere in più e che prima non avevamo previsto.

Come si svolge lo spettacolo?

Il pubblico entra e trova due teche con due attori chiusi dentro che iniziano i loro monologhi, il pubblico può decidere chi ascoltare attraverso una radiolina e delle cuffiette, non ci sono applausi alla fine: si spengono le luci dentro e loro ricominciano, è un loop come immaginando che siano lì, come in uno zoo, in eterno.

Quindi lo spettacolo rappresenta un po’ la metafora della condizione dell’attore, dell’artista in questo momento, cosa ne pensa di questa riapertura dei teatri non effettiva, un po’ “a metà”?

Noi abbiamo messo in scena questo spettacolo proprio per questo perché non si poteva far ripartire il teatro con uno spettacolo qualsiasi come hanno fatto quasi tutti. Noi abbiamo pensato di creare una drammaturgia che parli di quello che è successo e di quello che succederà. Niente è come prima e non sarà come prima. Essere con la contemporaneità e quindi trovare linguaggi che riescono a far parlare il contemporaneo. Questo non vuol dire occuparsi solo del coronavirus però, sicuramente, dobbiamo renderci conto che antropologicamente è cambiato qualcosa.

Nello spettacolo, infatti, in ognuno di loro, vengono fuori le mancanze, uno parla del bacio, l’altro parla della carezza, dell’abbraccio, del sospiro, del fiato che non si stampa sugli altri, si parla di tutto quello che è venuto a mancare in questo periodo e di come l’altro sia diventato un pericolo. Petra Valentini, all’inizio, dice: <<l’empatia è andata a farsi fottere>>. Questo è quello che è successo, una società che non si guarda più, siamo costretti a capire dagli occhi se uno ride o se è triste, non vediamo più l’espressione.

E così anche il rapporto attore/spettatore che nel teatro è fondamentale, viene meno…

Si, in questo progetto questa mancanza viene esaltata.

Com’è stato lavorare con questi giovani attori? C’è speranza per il futuro?

Ma io lavoro sempre con i giovani. È bello vedere come si formano, guidarli, trasmettergli le cose che so, che ho maturato con anni di esperienza. È stato un bellissimo percorso, devo ringraziare Marche Teatro e Velia Papa che è sempre all’avanguardia. Io ho fatto già due spettacoli con loro, ho iniziato tutto il percorso di teatro di post narrazione partito con Trincea e poi con La notte sbagliata sta continuando con questi quattro testi. Insomma posso affermare con certezza che è un percorso di ricerca teatrale che difficilmente avrei potuto fare in altri teatri d’Italia.

Intervista a Marco Baliani: l'attore contemporaneo 1

Cosa ne pensa delle varie manifestazioni  e proteste in Italia agite da lavoratrici e lavoratori dello spettacolo che chiedono un miglioramento della loro condizione sia attuale che futura?

Penso che siano tutte coerenti e giuste. Tutta la parte delle rivendicazioni sindacali, amministrative e politiche va benissimo, in fondo il teatro è stato abbandonato, da tempo se ci pensiamo. È significativo quando hanno detto: <<il 15 riaprono i cinema>>, <<riaprono le discoteche>> e il teatro non è stato neanche nominato. Il pubblico va informato. Anche il pubblico dovrebbe fare degli atti di eroismo per venire a teatro, questo potrebbe muovere una partecipazione del pubblico ancora più forte, chissà… vedremo, il futuro è veramente incerto…

Progetti futuri?

Ho una cosa che farò a Parma che era già prevista per Parma città della cultura 2020 che poi è saltata (Parma sarà città della Cultura nel 2021) ed è stata spostata a ottobre quando porterò in scena un Rigoletto che, però, non è un’opera lirica. Porto in scena una mia idea di Rigoletto. È un monologo con quattro musicisti, riprendo la storia di Rigoletto applicata ad un clown degli anni ’30, clown di periferia, la storia è affine. Il protagonista matura una vendetta, è molto dark, è un Rigoletto/Joker. Poi riprenderò anche Una notte sbagliata a novembre ad Ancona e spero di recuperare tutte le altre repliche che ho perso, vedremo come.

Parlando di monologhi, cosa pensa di questa forma di teatro tanto criticata in questo momento?

Quando si fa una cosa bella sia che sia un monologo che un’altra cosa è comunque bella solo che dire che fare teatro è fare i monologhi è triste, il teatro è gruppo, è comunità. C’è un’iniziativa ora della Rai (forse sto anticipando troppo) faranno un crowfunding e raccoglieranno dei soldi da distribuire alle piccole compagnie teatrali che lavorano sui territori, alle piccole realtà. Aiutarle mi sembra davvero una bella iniziativa, giusta da fare, bisogna tornare al teatro dal basso.

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