Sottocoperta – Chiara Migliorini: il teatro è qui e ora

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Sottocoperta è una rubrica pensata come un “rifugio” per le lavoratrici e i lavoratori dello Spettacolo, duramente provati dal Covid 19 e dalle sue ripercussioni. Vuole essere un concentrato di arte e cultura in un momento in cui l’arte e la cultura sono viste come superflue o sacrificabili, vuole dar voce a tutti quegli artisti “invisibili” (si fa per dire) che tutti i giorni combattono per poter lavorare in questo campo al meglio. Artisti, attori, formatori, danzatori, registi che contribuiscono a rendere, con molta fatica, il nostro piccolo mondo più bello. Oggi incontriamo una forza della natura: Chiara Migliorini.

Buongiorno Chiara e benvenuta! Ti va di presentarti e di parlare della tua esperienza di artista poliedrica (formatrice, danzatrice, attrice…)?

Ciao e grazie per l’opportunità! Mi chiamo Chiara Migliorini e sono principalmente un’operatrice e formatrice teatrale poi sono un’attrice e una regista indipendente. 13 anni fa ho creato un’associazione culturale che si chiama Lotus, con il mio ex compagno Fernando Giobbi e con la quale abbiamo intrapreso un’attività di avviamento alle discipline dello spettacolo che comprendeva: corsi di teatro, teatrodanza, corsi di flamenco e arti circensi. Avevamo una scuola che abbiamo gestito per 3 anni poi ci siamo spostati in altri spazi, la scuola è tutt’ora attiva anche se più nomade ed è la mia principale attività.

Con l’associazione abbiamo creato anche delle produzioni fuori dai circuiti “ufficiali” muovendoci tra le province di Livorno, Pisa e Grosseto in spazi off sia come attori che come registi. Io ultimamente ho vinto un premio nazionale con uno spettacolo nato nel 2014 ispirato alla figura di una partigiana della Maremma, Norma Parenti. Spettacolo con cui sono riuscita a tornare in scena dopo il 15 di giugno 2020, dopo la semi riapertura dei teatri a Follonica sotto la direzione artistica di Eugenio Allegri e che poi ho replicato in provincia di Salerno dove ho partecipato ad un premio nazionale di teatro contemporaneo che si chiama Sele D’Oro e dove ho vinto il premio del pubblico e come miglior allestimento. Ci sono voluti degli anni per esportare lo spettacolo fuori, nei circuiti ufficiali però, quando è successo, c’è stata una bella soddisfazione.

Come formatrice, oltre ai corsi ho lavorato tantissimi anni nelle scuole e da tre anni lavoro nei contesti carcerari ho lavorato al minorile a Napoli e adesso sto lavorando alla Casa di Reclusione di Gorgona collegata con il Carcere delle Sughere di Livorno e lavoro con il Teatro Popolare d’Arte diretto da Gianfranco Pedullà. Ho anche una formazione come danzatrice e ultimamente mi sto avvicinando alla scrittura e alla drammaturgia.

Come hai vissuto questo anno di chiusura del teatro, questo “lockdown della cultura”, sei riuscita a fare qualcosa, come hai reagito? Raccontaci.

Questo lockdown è stata una botta micidiale all’inizio si diceva che saremmo stati chiusi per un mese invece poi è passato un anno. Io mi sono sentita molto sola e ho cercato di fare rete con chi si trovava nella mia stessa situazione, attori, formatori che avevano un’associazione culturale. E come Eresia, un coordinamento nazionale nato sui social da un’idea di Francesca della Monica, è stato il primo porto dove mi sono rifugiata in questa tempesta. Mi sono iscritta ad un tavolo di discussione, il Tavolo 7 -Rapporti con il pubblico e ho conosciuto tante persone con cui continuo a sentirmi dopo un anno nonostante Eresia abbia cambiato modalità e tutti i gruppi si siano disciolti. Credo che questa sia una delle poche cose buone nate dal lockdown: una rete di artisti che cercano di creare un progetto.

Durante la chiusura forzata ho fatto molta fatica a tenere in piedi i miei corsi che si sono un po’ smembrati, ho perso molti allievi e per la prima volta mi ritrovo a non poter campare con l’attività corsistica che invece era il mio pane quotidiano. Durante lo scorso lockdown ho lavorato all’unica progettualità concreta che avevo che era il Festival Contamina organizzato dalla mia associazione a Piombino (Li).

Chiara Migliorini

Festival che si è svolto regolarmente e con grande successo l’estate scorsa. Descrivici com’è andata e se c’è l’idea di replicare il festival anche nell’estate 2021.

La possibilità di rifarlo c’è stata grazie all’amministrazione di Piombino, all’Assessorato alla Cultura che ha avuto una grande fiducia. Questo progetto dura da 7 anni però il 2020 è l’anno in cui è stato maggiormente supportato e questo è dovuto un po’ anche all’esperienza di Eresia e del Tavolo 7 perché, nel momento in cui ho trovato questo porto sicuro e questa rete di artisti, immediatamente ho preso il telefono e ho chiamato l’Assessore alla Cultura per dire che stava accadendo qualcosa.

Gli ho detto che c’erano delle persone che si stavano confrontando ed era importante che le istituzioni sapessero che c’era gente del settore estremamente preparata ma anche estremamente smembrata che si stava muovendo per dare voce ad una situazione di emergenza e questo credo che abbia smosso molto tanto che, non solo mi è stata confermata l’edizione 2020 ma, insieme al Vicesindaco, abbiamo strutturato tutta una novità all’interno del programma del festival: una parte dedicata al dibattito tra pubblico, artisti e istituzioni che io reputavo importante ricostruire in questo momento storico.

Quest’anno c’è l’intenzione già concretizzata, se i DPCM ce lo permetteranno, di avere un edizione 2021 ancora più grande e rinnovata. Inoltre sono molto felice di annunciare in anteprima che al festival 2021 avremo il piacere di ospitare lo spettacolo Happy Hour con Silvia Gallerano e Stefano Cenci.

L’edizione 2020 aveva un sottotitolo: Le voci stanno uscendo fuori riferendomi alle voci degli artisti mentre quest’anno il sottotitolo è Qui e ora perché qui e ora è il teatro che accade solo nel momento ma significa anche che o agiamo adesso o non agiamo più.

Esatto. Proprio perché  l’essenza del teatro è hic et nunc: qui e ora e a tal proposito cosa ne pensi del teatro in streaming?

Non so, io lo definirei come una breve masturbazione, un tentativo un po’ avvilente e assolutamente fallito. Non funziona. Lo vediamo anche nella voglia di uscire delle persone che non hanno più la forza di rinchiudersi dentro casa davanti ad uno schermo. Se all’inizio ci avevano fatto credere che tutto si poteva risolvere dal divano con una “Netflix della cultura” i fatti ci dimostrano che non se ne può più e che si sente il bisogno della presenza fisica delle persone.

Qual è secondo te il modo per reagire a queste ingiustizie o imposizioni che come categoria state subendo, a queste chiusure forzate a queste difficoltà di un settore che già prima aveva moltissimi problemi che però sono venuti a galla solo ora?

Insistendo. Nel primo lockdown c’era più voglia di rimanere uniti mentre durante questa seconda chiusura la nostra volontà si è un po’ affievolita, gli artisti si sono un po’ arresi. La mancata riapertura del 27 marzo era già stata data per scontata perché senza una programmazione o con delle regole così stringenti alcuni spazi, soprattutto quelli dove di solito lavoro io, teatri più piccoli, faranno molta fatica a riaprire.

Bisogna insistere con più caparbietà nel parlare con le persone comuni e far capire loro che esiste un mondo teatrale “sommerso” che non è quello fatto dagli abbonati (sistema che era già in crisi da tempo). C’è bisogno di un po’ di aggressività sana, bisogna insistere pur resistendo ma la resistenza non deve diventare un adattamento. Dobbiamo continuare a parlare con il pubblico, a spiegare.

Chiara Migliorini

Collegandoci a questa “resistenza” tu in questo periodo hai deciso di “resistere” anche organizzando uno spettacolo “clandestino”. Hai resistito creando. Com’è nato questo esperimento?

Questo esperimento nasce da un grande buio nato in me durante il lockdown, da una sorta di depressione che mi portava ad avere difficoltà ad alzarmi dal letto la mattina e a fare cose. L’unica spinta che avevo era la scrittura su quello che stava vivendo e quindi ho scritto (un mio monologo è stato anche selezionato alla Biennale College di Venezia nella sezione Autori under 40)  e, come mi succede sempre, ho sentito subito il bisogno di vedere la carne che si fa scena.

Quindi ho coinvolto i ragazzi più appassionati che fanno teatro con me da diverso tempo, ragazzi giovani dai 20 ai 25 anni, in questo testo che abbiamo deciso di rappresentare a casa mia “trasgredendo” le regole. Io ho una casa molto grande e abbiamo agito rispettando le distanze e le norme di sicurezza che avevamo messo in pratica quest’estate. Abbiamo continuato a fare teatro per 4 spettatori alla volta dentro casa mia. Lo spettacolo si chiama Red Room ed è una metafora del rapporto che c’è tra l’intimità, la sessualità e il fare teatro.

Parlando di femminilità, sensualità, corpo. Un mese fa era l’8 marzo, la festa della Donna. La figura femminile a teatro e nel lavoro in generale: quali sono ancora le tappe da fare per giungere un po’ ad una parità (che secondo me è ancora lontana) e come una donna può affermare il suo ruolo nella società e nell’arte senza estremizzare le sue ragioni né rimanendo succube di una volontà patriarcale?

Io da attrice porto spesso in scena storie di donne, oltre a Norma Parenti, uno degli ultimi spettacoli che ho portato in scena è ispirato alla figura di Alda Merini. Donne che hanno subito violenze, soprusi. Io penso che si debba cercare una chiave contemporanea soprattutto nella scrittura, una chiave originale, giusta, quella che si adatta a questa “serratura”, coinvolgendo il pubblico non solo donne ma anche uomini perché, raccontando la storia di una donna che ha avuto dei diritti violati, tu riesci a spiegare che questi diritti riguardano tutti.

Bisogna far capire che nella società siamo tutti in bilico tra i ruoli di vittima e carnefice, siamo tutti coinvolti nel racconto, è un racconto sociale sempre. Non intendo etichettare questa modalità definendo il “teatro sociale” o il “teatro civile” o il “teatro contemporaneo” o quello “di prosa” mi viene solo da raccontare la contemporaneità delle cose.

Ultimamente ho visto Comizi d’amore di Pasolini e l’ho fatto vedere ai miei allievi. Un documentario che parla dei tabù e della sessualità. Se tu facessi oggi le stesse domande di allora avresti difficoltà ad ottenere delle risposte dalle persone anche se siamo una società dove il sesso è presente dappertutto (tv, pubblicità) e, nonostante questo, facciamo ancora fatica ad inserire l’educazione sessuale come materia scolastica. Come materia di civiltà. Il teatro è corpo, ed è bello vedere un corpo anche nudo in scena ma ciò non deve essere frainteso, deve avere una sacralità contestualizzata.

Facciamo un gioco. Se tu fossi il ministro della Cultura cosa faresti per l’Italia?

Mi prenderei un bel tempo per conoscere più realtà possibili del mio settore, lascerei da parte i teatri ufficiali che già conosco e andrei alla scoperta di quelli non ufficiali e cercherei di collegarmi a tutte quelle associazioni che si occupano di teatro, scuola-teatro, carcere e a tutte quelle realtà che non si occupano solo di intrattenimento ma anche di sociale. Ci vorrebbe un po’ di tempo ma cercherei prima di tutto di andarci a parlare, di conoscere perché, nonostante io sia già una teatrante, penso avrei molto da imparare riguardo il mio settore figuriamoci se fossi un Ministro della Cultura. E poi cercherei di trovare il modo di dare spazio e e di dare soldi mettendomi in contatto anche con realtà europee.

Un modello europeo che hai conosciuto e che potrebbe essere ideale per l’Italia?

Io mi sono fatta una breve formazione nel 2014 a Berlino. Qui in Italia non ho frequentato un’Accademia ma ho lavorato in contesti in cui c’erano diplomati delle varie Accademie Nazionali di Teatro e ho notato una bella differenza con l’estero che sta nell’innovazione. In Italia si è ancora molto legati alla tradizione della Commedia dell’Arte invece l’immagine che ci dà la Germania è di un teatro molto molto innovativo nella creazione e nella scrittura.

Addirittura quando tornai in Germania, dopo qualche anno, assistetti ad una prova aperta della stessa accademia che avevo frequentato davanti ad un pubblico fatto solamente di direttori di teatri i quali provinvavano in diretta gli allievi che si stavano diplomando e valutavano chi prendere poi a lavorare. Un altro mondo. Dare l’opportunità a chi si diploma di essere visto, notato e preso a lavorare per merito.

Collegamento forte tra studio e lavoro mentre in Italia spesso studi ti diplomi e poi il vuoto.

Si, qui manca proprio quest’aggancio tra questi due mondi che è fondamentale.

E tu da formatrice cosa vorresti dire a dei ragazzi che si approcciano a questo mestiere? Cosa consiglieresti?

Io penso di essere una delle poche, rispetto agli altri colleghi insegnanti, che incoraggia gli allievi che vogliono intraprendere questa carriera a farlo. Ho avuto degli allievi che hanno tentato: alcuni hanno preso la strada teorica facendo dei bei percorsi all’università, a Roma alla Sapienza, ad esempio, altri hanno tentato i provini delle Accademie. Io sono sempre riuscita a vivere del mio lavoro quindi perché non consigliarlo ai miei allievi. Io dico che se c’è una voglia, una passione sana, suggerisco di insistere in quella invece di seguire il consiglio di chi ti dice: <<trovati un lavoro stabile>> e poi essere veramente infelice nella società. Io difendo la passione e la difenderò sempre nonostante tutto.

Grazie Chiara per queste tue ultime bellissime parole legate alla passione del fare questo mestiere, ti auguro di riprendere a lavorare molto presto!

Grazie a voi!

Elena Fioretti
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