Vasco Barbieri si racconta a Shockwave a 360°

| | ,

Vasco Barbieri è un giovane cantautore il cui singolo d’esordio, dal titolo A Little Bit of Present,è uscito lo scorso 13 settembre. E’ un brano dalle sonorità pop, nato come reazione ad un momento di difficoltà: attraverso la musica Vasco ha trovato il canale perfetto per dare voce alle proprie inquietudini, imparando ad accettarle e avvicinandosi con più fiducia al mono esterno, che in fin dei conti non è così distante da lui come aveva sempre creduto.

Nell’intervista che segue Vasco ci ha raccontato come sono nati il suo primo singolo e il suo blog di musicoterapia Il Pianoforte Intuitivo, ha parlato del suo rapporto con i social media, la sua idea sui talent show e tante altre curiosità riguardanti la sua vita.

Come è nata “A Little Bit of Present”, sia dal punto di vista musicale che del testo?

A Little Bit of Present è nata per fare il punto. Non è nata come un ragionamento ma più come un impulso… La mia testa era troppo impegnata a farsi domandone esistenziali o di prima necessità, mentre il mio corpo, il mio inconscio, o la mia anima se vuoi, mi volle invece ricordare che dovevo darmi una calmata perché avrei potuto cominciare soltanto dall’adesso. A Little Bit of Present è arrivata, quindi, per darmi una scossa e farmi rimettere i piedi per terra dopo la mia esperienza filosofica dell’università, per confortarmi, per suggerirmi che era il momento di iniziare a prendermi sul serio. E, quindi, come diceva Nietzsche, di cui è stato il 175esimo anniversario l’altro giorno, mi ha aiutato a capire che “maturità significa avere ritrovato la serietà che si metteva nel gioco da bambini”.

Sono in arrivo altri tuoi progetti musicali?

Si, sono in arrivo delle novità. Abbiamo cominciato il lancio con A Little Bit of Present perché abbiamo ritenuto fosse il miglior modo per introdurre quel progetto musicale che mi ha portato a diventare l’uomo che sono oggi. Ed abbiamo deciso di presentarlo progressivamente perché, in questo modo, ogni singolo avrebbe avuto un suo respiro autonomo, sebbene creda che dopo il lancio dell’album nel 2020 ci si renderà conto che i 10 brani che lo compongono sono intrinsecamente legati, come uno scheletro che ha bisogno di tutte le ossa per tenersi in piedi. 

La drammatica esperienza che hai avuto da bambino influisce sulla tua musica?

Faccio sempre più difficoltà a considerarla un’esperienza  drammatica, sebbene mi renda conto che parlare di un trauma cranico e di un coma faccia sempre una certa impressione. Lo considero un dramma alla stregua del mio esame di maturità o della laurea, o come quando sono andato a vivere da solo. Ritengo quell’ ‘esperienza’ come un’opportunità che mi è capitata per risignificare la mia vita, per andare avanti e riscoprire molte cose che avevo dato per scontate. Le sensazioni, più delle memorie, che mi rimangono dell’esperienza extra corpore che ho avuto durante quel coma, sono senza dubbio state il motore iniziale da cui è originato il mio progetto. O, perlomeno, al tempo era piccolo, ma la percezione di avere, in un certo senso, i piedi in due scarpe, mi ha sempre motivato a invitare i miei amici a fare esperienza di quel qualche cosa di meraviglioso che mi era capitato, a voler fargli provare che la vita non è soltanto qualcosa che si percepisce con i sensi e s’intuisce con la mente, ma è molto più ampia e variegata, inimmaginabile, soltanto vivibile, musicabile. E sì, la musica mi è sempre sembrata lo strumento migliore perché è in grado di creare ponti fra più mondi e far viaggiare aldilà del compasso.    

A 9 anni sei andato a studiare in una Summer School in Ohio. Un’esperienza piuttosto impegnativa per quell’età…

Non saprei dirti se sia stata così impegnativa, posso però dirti che il sentirmi sommerso da tutte quelle regole e teorie di musica classica mi fece ritardare l’incontro personale con la musica. Per me la musica doveva essere un gioco, un’esperienza per sognare e stare insieme e, invece, lì rimanevo chiuso in una stanza da solo tutto il giorno davanti a un pianoforte nascosto da pentagrammi pieni di puntini neri. E ciò ritardò senz’altro la mia passione. Con gli anni mi sono reso conto dell’utilità di quell’esperienza e l’ho anche approfondita, però continuo a ritenere, come diceva l’imperatore Giuseppe II a Mozart, che ci siano troppe note, mentre la fantasia ha bisogno dei suoi spazio per collocare tutte le immagini musicali che le arrivano.

E sempre in Ohio hai cominciato a studiare musica classica. Pensi che sia importante una formazione di questo tipo per un cantante che vuole fare pop?

Credo sia utile, non indispensabile, ma utile. Mi è capitato spesso di suonare con, o ascoltare, musicisti che non avevano mai studiato, che creavano soluzioni ritmico melodiche aldilà della prevedibilità classica che conoscevo. Certo, l’universo della musica classica forse è inesauribile e c’è sempre altro da scoprire, ma ogni tanto mi capita di rimpiangere di aver abituato il mio orecchio e le mie mani a specifici meccanismi. Provo allora a fare come i jazzisti che dicono “bisogna prima imparare e poi dimenticare la teoria”. Lo studio della musica classica, nelle sue forme geometrico matematiche, serve per sviluppare se stessi aldilà delle proprie esperienze immediate, come lo studio in generale in fondo, quindi sì, consiglio di studiare per fare esperienza di se stessi in altre chiavi, in altre tonalità e, sopratutto, per capire la storia dell’evoluzione musicale dal Monocordo a Cubase.

Vasco, la società secondo te si compone di un gioco di ruoli e di maschere. A cosa pensi sia dovuto?

E’ come gli scacchi, come un’orchestra o nella gestione della casa: una società funziona se ognuno svolge il proprio ruolo. Se tutti fanno le stesse cose in maniera diversa si crea confusione e altri aspetti, talvolta indispensabili, finiscono per essere trascurati. Credo che durante la Storia ci si sia però un po’ confusi, pensando che i ruoli dovessero essere sempre quelli, per cui Pirandello, Shakespeare, il teatro Greco, erano fondamentalmente un andirivieni di ruoli e maschere sempre ripetuti. Con gli anni e il miglioramento delle tecnologie, più o meno fortunatamente, ci si è emancipati da alcune pratiche iniziando a lavorare in proprio ci si rende conto che alcune cose non sono propriamente automatiche. Sono molto interessato alla nuova imprenditoria che permette ai giovani di diventare self made man attraverso l’uso di internet e del personal computer. Penso che questo gli permetterà di crescere prima e in maniera più completa… sperando che non ci si dimentichi mai, però, che rimaniamo comunque tutti sullo stesso palco.     

I social influiscono in questo? Che rapporto hai con i social?

Personalmente definisco tanto i social, quanto internet, degli specchietti per allodole, ovvero rispondono simmetricamente all’espressione che gli fai. Servono a mantenere un diario dei pensieri che hai fatto, di ciò che ti ha colpito e di ciò che ti serviva. La cosa che mi spaventa di più, perché talvolta io stesso rischio di confondermi, è che si finisce per stare più tempo a gestire le proprie foto, pensieri e commenti online, che vivere la vita reale. Come se uno camminasse nel mondo all’indietro, pretendendo che le cose cambino a seconda della forma della proprie impronte. Certo, molti consigli, tanti spunti e più lavoro, ma onestamente non mi fido fino in fondo.

Pensi che la musica possa aiutare a levare le maschere, mostrando gli artisti per quello che sono, o sono un modo per nascondersi ancora di più attraverso l’invenzione di un personaggio?

Personalmente ritengo artisti soltanto quelli che sanno ascoltare, anche aldilà delle maschere. C’è, certamente, poi un momento della carriera in cui qualunque artista deve occuparsi di più della sua maschera, perché d’altronde è il vessillo che lo contraddistingue e permette di trovarlo. Artista allora lo rimani se riesci a mantenere un piede dentro e un piede fuori dal business. Ascoltare la musica allora, lasciarsi andare ad essa, permette di distrarsi da sé e calare la propria maschera per essere illuminati dalla luce dell’altro. Per questo penso che se si vuole fare il musicista bisogna sempre di più ascoltare musica di altri e studiare quanto più possibile. Io ci provo cercando di rintracciare l’armonia in ogni cosa.

Come è nata l’idea del blog sulla musicoterapia “Il Pianoforte Intuitivo”?

Credo sia nata dall’intenzione che può avere qualunque blog, sperare di trovare qualcuno che la pensi come te. All’inizio però ero come un granello di sabbia, non avevo seguito. Occupandomene allora me ne sono appassionato. Avevo cominciato per raccontare come la musica mi avesse salvato la vita; col tempo è diventato per me anche uno strumento di ricerca e approfondimento, perché mi permetteva di scoprire delle realtà sulla musica che non avrei mai immaginato. Mi fece piacere poi che altri trovassero queste mie indagini utili, così col tempo ho provato a trasformarlo in un vero e proprio sito che offrisse dei servizi. Ad oggi è un progetto che si sviluppa in relazione alle richieste che ricevo, così mi sembra sempre più interessante. 

In che modo la musicoterapia può aiutare le persone?

La musicoterapia, ovvero la pratica di determinate frequenze sul corpo e l’utilizzo di diversi ritmi, aiuta le malattie a guarire, può servire per comunicare con le persone in coma, interagire con i bambini durante la maternità, aiuta a sviluppare rapporti sinaptici abbrutiti da incidenti o dalla routine. La musicoterapia mi sembra un’alternativa meno invasiva della medicina allopatica perché consente di risolvere il problema piuttosto che distruggerlo. Certo è che gli studi vanno approfonditi e adesso la musicoterapia non basta ancora, ma ritengo sia indispensabile per migliorare il proprio benessere.

Sfondare nel mondo della musica oggi è decisamente difficile. Cosa ti spinge ad andare avanti?

Penso che essere i primi sia un’inutile responsabilità, però se è per dare un esempio può servire. Credo che oggi diventare i primi sia impossibile, a meno che non si vinca nell’unica gara che veramente vale la pena competere, la propria. L’ingigantimento del mercato musicale ci sta insegnando una cosa importantissima, l’abilità di sorprendersi di se stessi. Sfondare nel mondo della musica per me significa sfondare il mondo delle mie muse e delle mie illusioni. La cosa che mi spinge a continuare è che per me questo è l’unico modo per andare avanti, l’unico modo per incontrare me stesso attraverso gli occhi degli altri. Voglio mettermi in gioco e l’unico modo per farlo è essere sincero con voi e con me stesso, per cui condivido le mie speranze, le mie paure e la mia umanità, sperando di sintonizzare diversi battiti cardiaci così che questa speranza possa arrivare fino alle stelle. 

Quali sono gli artisti con cui ti piacerebbe collaborare?

In questo eterno presente in cui Spotify e la comunicazione mi permettono di vivere, ti direi Ben Harper, Hans Zimmer, Fiona Apple, Alanis Morisette, e anche, perché no, Bruno Mars, Jason Mraz, Robbie Williams, Leonard Cohen, Marco Mengoni. Sono tutte personalità con cui condivido degli aspetti e da cui mi piacerebbe imparare altro. Mi piacerebbe moltissimo lavorare, in generale, con altri autori e cantautori perché le emozioni scritte a più mani credo risultino più… colorate?

Vasco, hai mai pensato di andare ad un talent? Motivaci la tua risposta.

Certo che ci ho pensato ma ho sempre temuto che con la mancanza di un bagaglio adeguato da presentare, insomma, sarei potuto risultare ridicolo. Poi non credo affatto di essere bravo come molti talenti meravigliosi che ho ascoltato parteciparvi. Sì, mi divertirebbe molto, sebbene abbia paura che ne uscirei profondamente traumatizzato e provato. A questo punto della mia carriera però credo non sia più tempo per un’altro trampolino di lancio, ma debba piuttosto occuparmi di arredare lo spazio che i miei ascolti stanno creando per invitare sempre più persone a fare questo viaggio con me.

Biografia di Vasco Barbieri

La prima volta Vasco Barbieri nasce il 6 agosto 1985 a Roma, la seconda dopo un coma che lo riporta allo stato iniziale, il 30 aprile 1993. A 7 anni ritorna a casa dopo il trauma con gravi danni alla vista, si avvicina al pianoforte e senza aver mai suonato prima esegue ad orecchio una canzone: da quel momento Vasco fa della musica il suo strumento principale per esprimersi e costruire il proprio mondo.

In età più adulta Vasco studia 3 anni presso l’Actor Studio di Roma, dove arriva alla convinzione che la realtà sociale, come nel teatro, si componga di un gioco di ruoli e di maschere. Nel 2013 Vasco consegue una laurea in Filosofia e si appassiona all’informatica: apre Il Pianoforte Intuitivo, un blog sulla musicoterapia e sulle potenzialità della musica in ambito fisico, psicologico e biologico.

Shockwave ringrazia Vasco Barbieri della disponibilità e gli auguriamo un grandissimo in bocca al lupo per la sua musica!

Vasco Barbieri si racconta a Shockwave a 360° 2
Previous

Il Postino, l’ultimo testamento artistico di Massimo Troisi

Sanremo 2020, rivoluzione: anche le cover in competizione. Programma e regolamento

Next

Lascia un commento

Wordpress Social Share Plugin powered by Ultimatelysocial