Il Viaggio di Celine

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Mentre in Francia ci si leccava le ferite della Grande Guerra e i più curiosi s’imbottivano della “bella letteratura” di Proust o Flaubert o Balzac, nel 1932 un uomo dal cinismo beffardo, medico e intellettuale, miserabile e rabbioso osservatore della realtà, dava alle stampe, mediante l’editore Gallimard, un libro che avrebbe cambiato, nel mondo, il modo di intendere, leggere e fare letteratura.

Il libro è “Viaggio al termine della notte” e lo scrittore è il dottor Detouche, che si firmerà col nome Louis-Ferdinand Celine

Celine è una figura da subito entrata negli obiettivi della critica, vuoi per il gigantesco affresco di un’epoca che il viaggio ne consegna, vuoi per certe posizioni estreme, politiche, ma anche semplicemente anti-umanitarie, che confinano costui in questa o quell’etichetta.
Ma Celine non può essere racchiuso in un’etichetta, perché in tutta la sua produzione letteraria e, in particolare, nel Voyage, egli strapperà la varia umanità che si spiega nella sue parole di tutti gli stigmi, sino a offrirci un ritratto nudo e meschino, una radiografia organica delle bruttezze del mondo e dell’uomo, ma anche parole appassionate circa l’amore e la devozione dell’uomo verso l’uomo.

Il Celine del viaggio è il più autobiografico, se possiamo considerare autobiografica una storia che seppur per larga parte davvero vissuta, allo stesso tempo distorta sino alla deformità del grottesco, quasi a radiografare l’anima degli uomini celata in convenevoli e prudenti falsità.
O almeno è questo che il dottore Parigino fa, deviando sino a un nichilismo disilluso i suoi propositi. Scrivendo, come dirà in un’intervista, solo per far soldi.

E già dall’incipit di “Viaggio al termine della notte” che ci rendiamo conto di come Celine intenda privare il lettore di appoggi e indirizzarlo verso il mare delle possibilità e delle scelte, laddove il protagonista Bardamou (alterego di Celine) subisce le onde e annaspando tra un capriccio e l’altro, tra una deviazione e l’altra, rotola nel mondo crudele degli uomini, senza scopo o possibilità.

Così, nella primissima scena del libro, ci troviamo a Parigi, dove Bardamou, studente di medicina, parla di vacuità con Arthur Ganate “un fagiolo anche lui” e, tra una quisquilia e l’altra circa il modo dei parigini di vivere Parigi, si arriva a parlare della patria, del senso patriottico che ogni francese dovrebbe avere. E Bardamou, vedendo un gruppo di militari, marciare lungo la strada, deciderà o meglio, sarà la decisione a coglierlo, di arruolarsi.

Celine

L’epica di Bardamou passerà attraverso l’orrore sconfinato della guerra, narrata a tratti con un realismo crudo di odori, sensazioni e vuoti

a tratti seguendo un’orda metafisica e grottesca, con personaggi spinti sino al caricaturale, ma non per questo meno ripugnanti. Su tutti brillerà la meschinità del colonnello Pynchon.

“Il colonnello, era dunque un mostro! Adesso, ne ero convinto, peggio di un cane, non s’immaginava la sua dipartita! Capii al tempo stesso che dovevano essercene molti come lui nel nostro esercito, dei prodi, e poi di sicuro altrettanti nell’esercito di fronte”

Le vicende della guerra e in seguito del colonialismo e poi del lavoro come medico dei poveri saranno il pretesto per raccontare altro; sicuramente le bassezze degli uomini in questa presa di coscienza paralizzante: “mi faceva paura la galera” dirà Celine “è che non avevo ancora conosciuto gli uomini”. Ma anche un modo ululante e non troppo romantico di celebrare l’amore( “quest’infinito abbassato a livello dei barboncini”.)

Ma bisogna necessariamente soffermarsi su un altro aspetto, non meno importante rispetto alla incredibile esaustività del soggetto, ovvero lo stile. Celine ha inventato un modo di scrivere. Celine sarà ricordato, soprattutto, per il suo modo di scrivere.

La ridondanza barocca efficace perché sempre fedele a un controllo che ne evita le sbavature, fa della cifra stilistica di Celine un must fin troppo imitato senza grossi risultati. Egli parte da una tradizione nobile, ne rovescia le austerità e rende il suo scrivere fulente e morbido. Quasi rotolante. Il suo uso celebre dei tre punti, ricorda molto il Dostoevskij de “Memorie dal sottosuolo”; vi è, rispetto allo stesso libro, lo stesso cicaleggio, la stessa inquietudine, ma ora rimodernata, in una lingua (il francese) dai suoni dolci e musicali.

Leggi anche: L’esistenzialismo di Sartre (Link)



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