Il Vecchio e il Mare, l’Immortalità delle parole

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Il Vecchio e il Mare – Il silenzio di questi difficili giorni aumenta la nostra solitudine, lasciandoci lo spazio per poterci immergere nei nostri pensieri più profondi: c’è chi decide di passare il suo tempo leggendo o guardando film o serie tv, c’è chi ha la possibilità di lavorare da casa, c’è chi sta studiando attraverso nuove esperienze tecnologiche.

Trovare un modo per poter sfogare il nostro impeto per poter continuare a vivere come abbiamo sempre fatto è il nostro reale obiettivo, ed è proprio per questo che, mentre sto scrivendo, cerco di trovare un nesso che unisca la nostra contemporaneità con l’Immortalità delle parole.

E poi ecco accendersi una lampadina, che quasi sembra poter illuminare il buio del silenzio della strada di fronte casa mia: posso essere io, possiamo essere noi, considerabili come i protagonisti di una Storia che ci appassiona? Nel mio caso vi dico di sì, vi dico di sì perché questa idea che si manifesta nella mia mente ha un titolo ed anche un autore: Il Vecchio e il Mare di Ernest Hemingway.

Il Vecchio e il Mare, l’Immortalità delle parole 1
Ernest Hemingway nel 1950

Il romanzo che ha portato il Nobel allo scrittore americano trascina il lettore in una situazione di scoperta, di disagio, di perseveranza. Il protagonista è un uomo di nome Santiago, un preistorico pescatore di Cuba che, dopo ottantaquattro giorni di pesca sterile decide di tentare un’ultima volta una sfida con se stesso e con il mare.

Credendo fermamente nelle sue capacità e nella resistenza della sua piccola barca a vela saluta il suo amico, un ragazzo di nome Manolin, e si avventura verso il lontano orizzonte marino. Quello che avverrà sopra l’imbarcazione riassumerà tutta la vita di una qualsiasi persona, che essa sia un personaggio di finzione o che sia un vero essere umano: tutti noi siamo infatti uno sviluppo finale di momenti positivi e di momenti negativi, sta ad ognuno di noi decidere di apprendere o meno dai nostri errori. Come una sorta di verità assoluta.

Il Vecchio e il Mare, l’Immortalità delle parole 2
Questa foto è tratta dal film Il Vecchio e il Mare del 1958, con Spencer Tracy nel ruolo di Santiago

Ed è proprio questa fragile e potente umanità che scorre per tutto il romanzo che emoziona, che fa capire come un libro di novantacinque pagine sia effettivamente un testamento di una vita, riassumibile in quella di un giovane appassionato di lettura o in quella di un impiegato costretto alle ferie a causa di quello che sta accadendo oggigiorno.

Il vecchio pescatore, incurante della sua possibile sconfitta, decide lo stesso di non mollare la lenza che lo tiene unito alla sua più grande preda, un pesce Marlin di oltre cinque metri. Egli decide di non demordere alla fatica, al peso della solitudine che lo avevano attanagliato per giorni interi in mezzo a quella distesa infinita di acqua salata: il suo compito è quello di dimostrare che, anche da solo, un uomo può sconfiggere ogni ombra possibile se ha, al suo interno, una grande forza inamovibile (Discorso tanto caro anche al Joker nolaniano).

Certo, il silenzio e la solitudine non aiutano il vecchio Santiago durante il suo percorso ma vedendo bene lo svolgimento della storia, capiamo come egli non faccia altro che continuare a parlare, a raccontare, a noi lettori e al Marlin appena catturato, i pensieri che lo colpiscono come lance sul costato. Il vecchio racconta dei suoi ricordi, di quando era giovane, di quando era andato in Africa e aveva visto i leoni, di quando batteva tutti quelli che lo sfidavano a braccio di ferro: i ricordi riescono a tenerlo a galla, tanto quanto la sua piccola barca a vela.

Quanti come lui hanno fatto uso almeno una volta nella vita dei ricordi per alleviare una particolare ferita o più semplicemente per ridere un po’ con gli amici? Non è forse questa la funzione del ricordo? È una specie di stamina extra che ci dona nuove energie in modo tale da poter continuare a raccontare.

Tutto questo viene utilizzato, ne Il Vecchio e il Mare, dal vecchio pescatore, il quale riesce a non sentirsi più solo, solo in mare aperto, in mezzo ai pescecani.

il vecchio e il mare

Ecco che si manifesta il secondo problema per il pescatore, la forza incontrollabile della natura, estremamente violenta e cieca se vuole. I pescecani attaccano ferocemente il Marlin catturato dal vecchio Santiago e, piano piano, iniziano a spolparlo; vedendo ormai la sua preda trasformata in compagno, il pescatore decide di combattere contro la natura stessa pur di portare in salvo il corpo del Marlin mutilato.

Dopo giorni e notti di attacchi contro il pesce catturato e contro la sua barca, gli squali devono arrendersi di fronte al pescatore che, dopo averli tramortiti più e più volte con bastoni e remi, riesce a tornare vincitore/sconfitto sulla terraferma grazie alla guida formata dalle luci del suo paese. La pazienza è stata la chiave di volta per l’esito della Storia, e la fiducia nelle proprie capacità l’arma più tagliente: forse è proprio questa la soluzione adottata da Santiago per ritornare a sognare i leoni visti in Africa nel letto della sua casa.

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E lo stesso Hemingway, che da giovane partecipò alla Prima Guerra Mondiale, sa benissimo che ciò che porta a far sopravvivere un uomo è la scoperta della resistenza, sia fisica ma soprattutto morale. Che non sia mai che tutto questo possa essere la spiegazione a questo isolamento temporaneo, contro il quale tutti quanti stiamo lottando con umana forza. Non bisogna far altro che seguire l’Immortalità delle parole, e grazie ad esse poter tornare a riveder le stelle.

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Luca Bernardini
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