L’attacco dei giganti, il manga di Hajime Isayama: la fine di un’era

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Nel 2009, Hajime Isayama decise di sconvolgere il panorama dei manga con un’opera entrata, sin da subito, nell’olimpo delle grandi classifiche commerciali: Shingeki no Kyojin. Conosciuto in Italia con il nome “L’attacco dei Giganti”, il fumetto giapponese ha conquistato tutti gli appassionati di questa particolare sezione della Nona Arte.

Grazie alla sua storia intrigante e ad un world building di grande caratura, L’attacco dei giganti ha rivoluzionato la concezione stessa del manga, non visto più come un elemento di nicchia, bensì come una vera e propria opera d’arte su carta stampata.

Ma quali sono i pregi e i difetti di quest’opera? Se vogliamo infatti considerare, in maniera oggettiva, un’opera di finzione, bisognerà necessariamente andarne a descrivere le sue parti positive e le sue parti negative, senza scadere in un fandom esagerato e destabilizzante.

LO STORYTELLING E IL WORLDBUILDING DE L’ATTACCO DEI GIGANTI

Tra i pregi più grandi di quest’opera troviamo, indubbiamente, quel worldbuilding citato in precedenza. La forza più grande de L’attacco dei giganti è sicuramente la complessità della storia dei nostri protagonisti, presentati al lettore con un’immancabile vena misteriosa.

la trama del manga è semplice: all’interno di un’immensa cinta muraria vive una popolazione rappresentata da tre ragazzini, i protagonisti della vicenda. Nonostante questo apparente clima di serenità, la quiete della civiltà è costantemente bersagliata dalla presenza di orribili giganti al di fuori delle mura. La grande minaccia rappresentata da questi corpi immensi diviene infine realtà con l’arrivo di un nuovo gigante, ancora più grande dei suoi simili, che con un calcio distrugge una parte delle mura, scatenando così il panico nella popolazione.

Oltre ad aver distrutto la principale difesa dei personaggi de L’attacco dei giganti, il calcio di questo anormale antagonista scuote anche la mente stessa del lettore, abituato per un primo momento ad un clima di calma e monotonia.

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Un panel del capitolo uno de L’attacco dei giganti.

Il manga di Isayama parte quindi con l’idea di essere il classico battle shonen, ovvero un fumetto incentrato sull’azione, sulla crescita del personaggio e sulla realizzazione di un obiettivo attraverso numerose peripezie (Dragon Ball docet).

In verità L’attacco dei giganti, come si vedrà poi ad un certo punto della storia, diventerà un manga fantapolitico. Sempre un manga d’azione, quello sì, ma con una matrice distopica che ha fatto fare il definitivo salto di qualità ad un’opera certamente incredibile.

Il merito di questo successo è dato proprio da uno stupendo worldbuilding, caratterizzato da un’ampia lore densa di significati e figure retoriche moderne ed immediate. La suddivisione del mondo in tre cerchi concentrici, dove al centro si trova la parte più ricca e privilegiata della popolazione; l’immagine della dittatura e della distopia, vero leitmotiv dell’opera. Per non parlare delle gerarchie dei corpi militari, diventate ormai delle icone della cultura otaku.

IL CHARACTER DESIGN

Altra caratteristica fondamentale de L’attacco dei giganti è la profonda caratterizzazione dei personaggi. Nel manga di Isayama infatti la fisicità e la bellezza lasciano spazio ad un approfondimento psicologico di notevole fattura, facendo così capire una complessità ricercata e ben studiata.

Tutti i personaggi de L’attacco dei giganti hanno una linea emotiva ben marcata, cosa non semplice da trovare in un manga shonen, destinato quindi a dei lettori adolescenti. Ogni personaggio è un tassello fondamentale per la storia, al punto da diventare dei singoli protagonisti. Ne L’attacco dei giganti non esistono solo Eren Jaeger, Mikasa Ackermann e Armin Arlert, il vero successo dell’opera è dato dalla bellezza psicologica dei “personaggi secondari”, se così li vogliamo chiamare.

Come accaduto ad esempio per One Piece, anche per L’attacco dei giganti i fan si sono gettati a capofitto nell’esaltazione di quei personaggi non considerati come dei main character. Il comandante Erwin, il capitano Levi, Jean, Annie hanno avuto lo stesso impatto, se non addirittura maggiore, dei personaggi della mastodontica opera piratesca di Eichiiro Oda.

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Una delle splash page de L’attacco dei giganti.

La grandezza del manga di Isayama si vede proprio da questo: non si vuole lasciare nulla al caso, ogni azione ha una motivazione ed una conseguenza. Da questo punto di vista si capisce come la maturità de L’attacco dei giganti riprende le linee epiche dei seinen, accostandole però ad una linearità tipica di un manga per ragazzi. C’è una critica alla società contemporanea, come accaduto in Devilman prima e poi in Berserk, la differenza tra le classi diviene uno degli argomenti principi dell’opera, come accaduto anche in Alita, l’angelo della battaglia.

L’attacco dei giganti ha certamente creato i dettami per una nuova concezione artistica, dove un manga può essere, allo stesso momento, un luogo per rappresentare scene d’azione dure e crude ed essere un sistema per parlare di determinati aspetti della natura umana, come il desiderio della libertà, oppure un modo per criticare apertamente la segregazione razziale o la guerra.

LA TECNICA REALIZZATIVA

Se si vuole parlare di un difetto presente ne L’attacco dei giganti è impossibile non parlare della tecnica di disegno del maestro Isayama. In particolar modo, nei primi volumi dell’opera la tecnica realizzativa del mangaka era fortemente carente, soprattutto nei panel di minor spessore.

Concentrandosi maggiormente sulle splash page (le tavole magne di un manga) presenti nei primi volumi, Isayama aveva dato un’impressione negativa del suo stile di disegno. Le linee sembravano come impazzite, i volti dei personaggi si confondevano tra di loro: i primi volumi de L’attacco dei giganti sono la perfetta rappresentazione di un eccezionale lavoro psicologico e pessimo dal punto di vista stilistico.

Tuttavia, con l’andare avanti dei capitoli, il buon Isayama ha innalzato il tiro evolvendo la sua tecnica realizzativa, la quale troverà il suo apice proprio nei volumi finali del manga. In particolar modo, le linee sporche e confusionarie presenti ne L’attacco dei giganti continuano ad esserci, ma invece che continuare ad essere un difetto si trasformano, al punto da diventare uno dei marchi di fabbrica dello stesso Isayama.

Nonostante questo, L’attacco dei giganti rimane un must da leggere e memorizzare, sicuramente uno dei manga “moderni” più innovativi in assoluto, entrato di diritto nella storia del fumetto per essere stato uno degli spartiacque della Nona Arte, un mondo di immedesimazione per una generazione che ancora non aveva trovato un’ancora alla quale aggrapparsi. Shinzou wo Sasageyo, offrite i vostri cuori alla lettura di questo capolavoro.

Luca Bernardini
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