La Preda e il valore catartico della scrittura nel romanzo di Donato D’Aiuto [Recensione]

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“La Preda” è la storia di un ragazzo, delle sue paure, delle sue debolezze e dei suoi limpidi sentimenti. Jack è costretto ad un viaggio forzato attraverso la sua mente per ritrovare ciò che di più importante aveva ed oramai sentiva di aver perso: il suo equilibrio.

Terapia, tempo libero, autocommiserazione, viaggio nei meandri del proprio inconscio e subconscio. La scrittura ha molti volti. Poesie, diari, racconti, lunghe lettere. È spesso nell’adolescenza che quasi tutti scriviamo. Da lì a far leggere questi scritti a potenziali lettori, c’è comunque spesso un vero abisso che pochi osano attraversare.

Tuttavia, ciò evidenzia che queste sono le fasi della vita in cui la visione della realtà è più in contrasto con il mondo che ci circonda e per questo sentiamo maggiormente il bisogno irrefrenabile di esprimerci. E la scrittura appare come la più pura delle terapie, risulta un po’ come il nostro specchio. Verbalizzare i nostri sentimenti è un modo per controllarli.

Anche la rilettura delle proprie parole, spesso scritte di getto come un fiume in piena, è un modo per rendere le nostre parole concrete e gli obiettivi chiari. È un’espulsione intima, un esorcismo. Trascrivere odio, rabbia, tristezza o rifiuto porta a quella che viene chiamata catarsi, cioè la purgazione. Lo stesso Aristotele ha già definito questo termine in relazione all’antica tragedia in cui gli spettatori hanno scoperto personaggi con cui si sono identificati.

Al tempo di atti oscuri, omicidi, vendette, preghiere appassionate o maledizioni, questi stessi spettatori sentivano i loro impulsi più intimi interpretati dagli altri e svuotati da soli senza alcuna catastrofe sociale o morale: era solo teatro e, in un certo senso, terapia collettiva. È anche per questo motivo che la tragedia è alla base di una certa forma di legge. Le passioni sono soddisfatte dalla finzione, il teatro pacifica la società avendo un valore persino edificante.

La Preda: il viaggio di Jack nel suo incoscio

Un abisso che pochi osano attraversare da adulti, dicevamo, uno di questi impavidi è Donato D’Aiuto, autore del terzo racconto della sua carriera, La Preda, che dal teatro ha preso molto, così come dalla catarsi interiore e dal bisogno di scavare nelle viscere della propria anima umana e tormentata, per provare a capire sè stesso, attraverso il peso delle proprie parole.

Disponibile in e-book su Amazon Kindle e tradizionalmente anche in versione cartacea, questo libro chiude una trilogia di romanzi che potremmo inanellare nel settore thriller psicologico, per il carattere giallo che hanno l’ambizione di perseguire ma in cui il protagonista è sia reo che vittima. Ed è così la psicologia il vero motore che tiene vive le tre storie, in particolare quest’ultima.

Andando nel cuore della storia, questo romanzo potrebbe sembrare il racconto di una storia d’amore interrotta a causa di un tradimento che investe inaspettatamente Jack, un giovane e brillante avvocato con gli occhi azzurri e il suo proverbiale ciuffo ricciuto. Una storia che si tinge di giallo, quando il villain si palesa in tutta la sua fisicità sgradevole (come potrebbe mai essere il contrario? Ve lo immaginereste Thanos affascinante e muscoloso come il giunonico Thor, o agile e intraprendente come Iron Man? Beh suonerebbe quasi ridicolo) e da il via ad una serie di vicende in un via vai di scontri esacerbati, inseguimenti, armi e l’immancabile tecnologia.

Quel dannato smartphone a cui tutti siamo così legati ma che si scarica sempre nel momento determinante e che può essere quello della svolta (mentre aspettiamo una risposta da un colloquio di lavoro, il messaggio di scuse dal proprio ex o addirittura quando in ballo c’è la vita nel senso stretto del termine). Per poi scoprire, quasi alla fine, che nessun tradimento è mai accaduto, e nessuno scontro ha mai preso piede nella realtà ma il tutto è avvenuto solo nell’iperuranio del giovane Jack.  

Gelosia, paura del tradimento, solide radici famigliari sono i sentimenti intorno a cui muove tutto il racconto, particolarmente emozionante è l’omaggio al ricordo del nonno

 “Jack si era sentito solo ed abbandonato – per la prima volta – quando era morto suo nonno. […] Il giorno in cui morì suo nonno, Jack non l’avrebbe mai dimenticato”

Una figura chiave che ha contribuito alla crescita umana del giovane protagonista e che ha infuso a lui i valori di un tempo, compresa la moralità e la difesa delle proprie origini. Ma evidentemente ciò spesso non basta, non serve assicurarsi un nido, un posto sicuro dove tornare, per essere anime appagate (Jack era sempre allegro ma mai felice), il malessere speso cova nelle viscere e le insicurezze si tramutano in profonde angosce e così l’inconscio ci pone davanti ad un aut aut kierkegaardiano, quando sostiene che la malinconia è solo l’isterismo dello spirito.

E in queste anime inquiete è proprio la scrittura – il riesumare di una abitudine tipicamente adolescenziale – ad assumere spesso i fasti della psicanalisi. Pertanto, uno degli obiettivi non riconosciuti della scrittura potrebbe essere proprio questo. Mettere in parole impulsi, odi, ossessioni o rimpianti, andare oltre la realtà visibile e, attraverso la finzione, sfogarsi senza limiti morali o legali dando voce al proprio inconscio.

Perché nella finzione, puoi dire qualsiasi cosa. Possiamo anche parlare con una persona scomparsa alla quale ci dispiace di non aver dato abbastanza il nostro cuore durante la nostra vita. Possiamo dire a un bastardo tutto ciò che non avremmo mai osato urlare in faccia nella vita reale, come fa Jack con il suo Mick. In breve, la scrittura rende possibile situarsi in un contesto fuori portata, nella realtà, perché è troppo tardi o perché non è possibile per mille altre ragioni.

Uno dei capitoli più significativi, complice anche l’indubbia capacità descrittiva dell’autore di cui gli va sicuramente dato ampiamente atto, è il ventesimo, quasi interamente dedicato al legame tra tradimento e libertà.

Il tradimento è una cicatrice che resta lì sulla pelle per tutta la vita. […] Oppure, talvolta, un sollievo. Una scusa. Un pretesto per trovare il coraggio di fare ciò che non si è mai avuto il coraggio di fare.”

Il tradimento, quell’azione che rientra nel registro dell’inconcepibile, dell’imprevedibile, dell’innominabile, con il quale si rischia di rafforzare il lato distruttivo di sé stessi. Certo, i tradimenti chiudono qualcosa, pongono fine a un’era passata in modo violento, brutale e ardente, ma possono altrettanto facilmente essere una nascita, un nuovo inizio. Perché sì, dopo il tradimento, può esserci una possibile rinascita, persino una vera realizzazione di sé. Più si acquisisce familiarità con questo processo, più si possono mettere in evidenza le forze emergenti.

E provare ad essere felici. Vero Jack?

Fabiana Criscuolo
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