Leonardo Sciascia, lo scrittore indaga

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Cent’anni fa nasceva Leonardo Sciascia, siciliano con un profondo senso delle istituzioni, deputato dal 1979 al 1983. Scrittore scomodo per aver pestato i piedi alla mafia, fu anche un appassionato lettore di gialli. Di questo vogliamo parlarvi.

Il fascino del mistero

Perché ci piacciono i gialli? Perché una storia avvolta in un’aura di mistero ci rapisce e ci intriga? Potete anche essere parenti di don Abbondio, il pauroso curato di campagna de I Promessi sposi, potete essere fedeli adepti del quieto vivere: non importa, senza che ve ne siate resi conto è proprio questo che vi fa dei lettori ideali di gialli.

Il mistero ha un fascino irrazionale e ci incanta proprio per il rischio che corriamo nel farci troppo vicini a lui. Pensate alla zanzara che infesta il vostro giardino in una calda sera estiva. Crede di potersi muovere libera, indisturbata, quasi il suo ronzio fosse solo una semplice fantasia di chi sente. E in quella stessa sera, simile per atmosfera a tante altre, vede una luce insolita, bluastra, brillare nel buio. Ha qualcosa di irresistibile, magnetico, quel luccichio, non sa che la condurrà alla morte. Eppure le va incontro, rapita, perché non può farne a meno. Questo è il mistero. Una luce nel buio che si accende per voi e vi aspetta.

Leonardo Sciascia, attento lettore di gialli

Leonardo Sciascia è noto per aver scritto molti romanzi, la maggior parte dei quali incasellabili in ciò che un tempo veniva definito un “sottogenere”, un puro diversivo alla noia, un campione della letteratura d’evasione. Il romanzo poliziesco, però, è qualcosa di più di un semplice intrattenimento per il lettore e proprio Sciascia ha contribuito a far sì che uscisse dalla prigionia in cui per lunghi anni era stato relegato. Da autore, certo, ma anche da accanito lettore.

Dai primi anni Cinquanta alla fine degli anni Ottanta, Leonardo Sciascia ha messo su un’imponente produzione saggistica di settore. Ha pubblicato le sue considerazioni sui principali autori di gialli del secolo scorso su varie riviste, non lesinando giudizi trancianti su coloro che, a suo dire, avrebbero determinato una dannosa deriva per il genere poliziesco. Quegli articoli sono oggi facilmente consultabili in un volumetto edito da Adelphi a cura di Paolo Squillacioti dal titolo Il metodo di Maigret e altri scritti sul giallo.

Alle origini del giallo

Non è impresa facile individuare il momento storico in cui il romanzo poliziesco si afferma. Molti potranno pensare che basti andare indietro nel tempo agli anni in cui si istituzionalizzarono i primi corpi di polizia, e il gioco è fatto. Niente di più sbagliato. Sarebbe come seguire una falsa pista creata ad arte. Perché la polizia, a cui si fa riferimento nell’identificare il genere in francese col termine roman policier, non è il solo soggetto che può dedicarsi alle indagini. Anzi, inizialmente non è neppure contemplata.

Leonardo Sciascia è del parere che i primi antenati del romanzo poliziesco possano ritrovarsi in certe favole esopiche, poemi dell’antichità, come l’Eneide, o addirittura nella Bibbia. Perché prima ancora di essere un genere letterario, il poliziesco è un modo di essere, di comportarsi: un furto di bovini e abbiamo uno dei primi reati della storia; un senatore romano ritrovato in una pozza di sangue e abbiamo uno dei primi omicidi politici; due madri che si contendono lo stesso figlio e abbiamo il primo processo. Ma sarebbe esercizio inutile e perfino sterile, avverte Sciascia, andare troppo indietro nel tempo. Seguendo questa pista non si arriverebbe mai a identificare il colpevole.  

Dalla letteratura gotica ad Edgar Allan Poe

In accordo con altri studiosi del genere, Leonardo Sciascia fa risalire la nascita del giallo alla letteratura gotica di fine Settecento. È nei tales of terror, nei racconti del terrore, che si ritrovano gli ingredienti fondamentali del romanzo poliziesco. Gli ingredienti, badate bene, non il cuoco che sappia combinarli assieme per dar vita a un piatto nuovo.

Arriverà, ma solo ad Ottocento inoltrato, con uno scrittore americano, Edgar Allan Poe, che sarà acclamato come maestro dagli intellettuali europei, soprattutto francesi, si pensi a Baudelaire (leggi anche “Baudelaire – La penna più affilata di una spada”) e Mallarmé, e respinto come un visionario in patria. Forse anche per questo, ipotizza Sciascia, Poe decise di prendersi la sua rivincita creando il personaggio di Auguste Dupin e ambientando I delitti della Rue Morgue proprio a Parigi. Lo scrittore americano non lo sapeva ancora ma di lì a poco, da quel 1841 che vide la pubblicazione su rivista di questo racconto, sarebbe stato incoronato padre del romanzo poliziesco.

Sherlock Holmes Jeremy Brett Leonardo Sciascia

È in Europa che nasce il poliziesco

“Se Inghilterra ed America sono la patria del poliziesco, senza dubbio la Francia è stata la parrocchia in cui il genere ha avuto battesimo e cresima letteraria”.

Sono contenute, in queste poche battute, le coordinate spaziali per individuare i centri in cui il giallo acquisì una sua dignità letteraria.

Dalla seconda metà dell’Ottocento e fino agli anni Venti del Novecento sarà infatti il Vecchio Continente a plasmare il poliziesco. Inglesi furono i primi grandi autori del genere, con Arthur Conan Doyle ed Agatha Christie in testa (anche se Doyle era di nascita scozzese); inglesi i loro migliori prodotti letterari, con Sherlock Holmes divenuto oggi il massimo esempio di acume e di capacità investigativa. Di lingua francese, anche se di nazionalità belga, era il baffuto Hercule Poirot, figlio della penna della Christie, e il commissario Maigret, dato alla luce da Georges Simenon negli anni Trenta.

Leonardo Sciascia e la popolarità del giallo

Tracciata a grandi linee la storia del genere, rimane un dubbio in sospeso: perché il poliziesco gode di tanta popolarità? In molti suoi articoli Leonardo Sciascia riprende una citazione tratta dal Sistema delle arti di Alain:

“L’effetto certo dei mezzi di terrore e di pietà, quando li si adopera senza precauzione, è lo sgomento e la fuga dei pensieri”.

Alla base del successo del genere starebbe lo sfogo a cui qualsiasi lettore può andare incontro sottoponendosi a letture di questo tipo. Ci piace restare col fiato sospeso, ci piace sgombrare la mente da preoccupazioni e crucci che tanto torneranno ad affollarla voltata l’ultima pagina del libro. Ma fino ad allora, sussiste uno stato di meditazione, un’alienazione benefica dalla realtà che solo la letteratura sa dare. Per questo il vero lettore di gialli non si sognerebbe mai di precorrere i tempi e scoprire prima della conclusione l’artefice del delitto. Per quanto difficile da manovrare, la pazienza è la migliore arma di cui disponga.

A braccetto con l’investigatore

Il lettore non può porsi in competizione con l’investigatore, deve seguirlo nei suoi ragionamenti, ma non anticiparlo, altrimenti sfuma l’incanto. E il vero giallo è pensato proprio per non permettere uno scatto in avanti che rovinerebbe lo stato di esaltazione. Il detective è superiore ad ogni altro e il lettore lo sa. Per non escluderlo del tutto, l’autore del giallo classico pone accanto al nostro eroe un aiutante, come il dottor Watson per Sherlock Holmes o Della Street per Perry Mason, un uomo comune come il lettore, che permette all’appassionato di vivere la vicenda da vicino, senza lasciarsi condizionare più di tanto da un senso di inferiorità.

Il lettore segue con interesse i fatti narrati perché al loro interno c’è la giusta dose di trasgressione e rispetto delle regole. Ma, fa notare Sciascia, non è un caso che i primi protagonisti del genere siano investigatori privati, si muovano cioè al di fuori dell’ufficialità. Come a dire che i poliziotti sono i difensori della legge, ma come la legge mal interpretata, anche loro possono fare danno ed è bene tenerli fuori dalle indagini.

La delusione di Leonardo Sciascia

L’interesse di Leonardo Sciascia per il poliziesco si fece più sfumato via via che si avvicinava la sua fine. A voler fare una considerazione puramente quantitativa potremmo dire che il numero di articoli che scrisse fu notevole dagli anni Cinquanta alla prima metà degli anni Settanta per poi scemare negli ultimi dieci anni di vita. Lui stesso dichiarerà pochi anni prima di morire di non aver più letto gialli di nuova uscita, preferendo tornare ad esaminare i misteri della sua giovinezza. La spiegazione sta nel nuovo tipo di investigatore che si affermò con Mike Hammer, concepito dallo scrittore statunitense Mickey Spillane, e che, da lì in poi, si imporrà nell’immaginario collettivo. Un poliziotto privato che non ha fiducia in giudici e giurie, che punisce i ricercati in maniera sbrigativa e per certi aspetti sadica. Un uomo violento, giustiziere più che garante della giustizia. Un criminale dalla parte dei buoni, insomma. E questo a un uomo come Leonardo Sciascia, che credeva in una legge che fa tutti uguali, per quanto ravvisasse anche lui certe stonature, non poteva andare giù.

Massimo Vitulano
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