Ode a Luis Sepúlveda

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Addio a Luis Sepulveda, importante scrittore dell’America Latina: aveva 70 anni. Anche lui è rimasto vittima di questo Coronavirus, la nuova piaga della società moderna che ormai ha raggiunto ogni angolo del globo.

Lo scrittore cileno era un vero figlio di questo mondo, un cavaliere errante fuggito dalla persecuzione politica del suo paese, il Cile dell’allora dittatore Pinochet, per arrivare poi in Europa, più precisamente in Spagna, in Francia e in Germania.

Nato a Ovalle nel 1949 ma cresciuto a Vàlparaiso (uno dei porti più importanti della nazione cilena) Sepulveda sin da bambino mostra una particolare propensione alla natura delle cose, facendo capire agli altri e soprattutto a se stesso che il suo destino era già segnato: avrebbe scritto.

Avrebbe scritto su tutto: sui viaggi, sull’amore, sulla speranza, sulla lotta per gli ideali, sui poveri, sugli emarginati, sui più deboli. Dopo l’esilio dal Cile, a causa del colpo di Stato di Pinochet, per Sepulveda inizia un percorso tortuoso, che lo vedrà esplorare luoghi sconosciuti e vedere territori e popolazioni di rara bellezza.

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In questa foto Luis Sepúlveda con la prima moglie Carmen Yáñez

È il periodo del suo viaggio all’interno della giungla dell’Amazzonia. Grazie a questa esperienza lo scrittore passa circa sette mesi con la popolazione indigena degli Shuar; ed è proprio alla fine di questa esperienza che Sepulveda pubblica il suo primo libro, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore (1989).

Il viaggio dello scrittore non sembra però fermarsi qui: dopo aver detto addio una seconda volta alla sua terra natìa, Sepúlveda decide di imbarcarsi con l’associazione GreenPeace, con la quale arriverà fino ai gelidi territori dell’Antartide. Grazie a questa nuova esperienza decide di raccontare tutte le cose che ha visto: nascerà così, sempre nel 1989, il romanzo Il Mondo alla Fine del Mondo.

L’impegno civile sarà affiancato anche da un ben più scottante impegno politico, che sarà per Sepúlveda una continua occasione per combattere i potenti che si sono affacciati e che si stanno affacciando tuttora in Sudamerica (e in generale nel mondo).

In La Frontiera Scomparsa (1994) lo scrittore cileno si trova a mettere insieme una moltitudine di racconti, che vanno ad esporre i suoi ideali politici e l’importanza dei ricordi: il nonno anarchico che lo portava davanti ai portoni delle chiese per insegnarli a urinare è uno degli emblemi di questa personale e trasparente raccolta.

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Luis Sepúlveda in una spiaggia in Francia nel 2001. Lo scrittore possedeva la cittadinanza francese.

Leggere Sepúlveda è un esercizio di poco sforzo: non perché la sua scrittura non sia esaustiva, ma perché è immediatamente comprensiva, naturale e poco sofisticata. Non vi è nulla dentro i suoi romanzi, favole e racconti che faccia storcere il naso, che possano portare ad una incomprensione.

Non per niente Sepúlveda è anche uno degli autori contemporanei più amati dai più giovani, grazie anche alla rappresentazione generazionale nelle sue favole: Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare (1996), Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico (2012), Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza (2013), Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà (2015) e Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa (2018).

La prima, che è anche la più famosa, parla con grande realismo e comprensibilità. Questa favola è stata infatti scritta da una penna così attenta ai dettagli e alla storia che riesce a mettere, paradossalmente, in relazione il nostro mondo con quello dei protagonisti, che altri non sono che animali parlanti.

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“Vola solo chi osa farlo”, Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare.

I simboli della morte e della rinascita, della sconfitta e della vittoria fanno di questo libro un emblema di un Realismo tipicamente Sepulvediano, un Realismo che non scende verso compromessi stilistici, ma che rimane invece più su una visione alla Hemingway (Le famose “parole da venti centesimi”), o ancor meglio verso una lirica Carveriana.

Non è estremamente pragmatico e profondo come il maestro del “Realismo Sporco”, ma ha, dalla sua parte, una sorta di aura magica che lo protegge dalle intemperie del tempo, per rimanere immutato così come è. Una grandezza quasi alla Picasso eleva Sepúlveda: come il maestro della pittura, anche lo scrittore ha utilizzato tutta la sua vita per riuscire a pensare nuovamente come un bambino.

Leggere un testo di Sepúlveda significa entrare in un universo pieno di parole limpide, perché i suoi racconti sono la rappresentazione della sua vita, che in un saliscendi di emozioni non crea grandi distinzioni tra ciò che è reale e ciò che finzione, ma che avvicina il lettore verso un sentimento empatico con lui e il suo Mondo. Proprio per questo motivo non posso far altro che ringraziarlo.

Luca Bernardini
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