Vincent van Gogh: tra arte e turbamento

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Vincent van Gogh oggi è uno degli artisti più apprezzati e, perché no, osannati della storia. Se poi ci aggiungiamo il fatto che soffriva di depressione e che a soli 37 anni si suicida, la pena per lui aumenta e la fama pure. Ma chi ha detto che quest’uomo non possa aver mai provato felicità?

Vignette, racconti, film sono tutti incentrati nel rappresentare la vita di quest’uomo come una tragedia continua. Certo, non possiamo dire che se la sia “passata bene”, ma neanche essere così sicuri che non abbia mai avuto un periodo di serenità.

La verità è che di lui sappiamo veramente poco, conosciamo solo ciò che scriveva nelle lettere a suo fratello Theo, ma ad un lettore neanche troppo attento sembrerà evidente come in alcuni momenti della sua vita Vincent van Gogh abbia potuto tirare un sospiro di sollievo.

Vincent van Gogh iniziò a dipingere tardi, all’età di ventisette anni, perché prima di dedicarsi totalmente alla pittura, sappiamo (da alcune lettere) che nel 1876 a Ramsgate, gli era stato affidato il ruolo di insegnante. Vincent veniva pagato poco, ma nel complesso si diceva lieto del poco che aveva.

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Vincent van Gogh, Pesco in fiore, 1888.

Ad un certo punto la sua vocazione pittorica, che viveva come una sorta di misticismo religioso, si fa troppo forte per non essere ascoltata. La pittura diventa, per Vincent van Gogh, il mezzo tramite cui diffondere il messaggio evangelico e non solo. Tramite essa, si ricongiunge alla natura, alla luce, agli elementi.

Iniziò un periodo di ricerca, in cui l’artista affinò la propria sensibilità, rendendola sempre più dominante e l’intenzione di renderla palpabile attraverso le tele diventa sempre più forte, proprio come un’esigenza. In questa fase Vincent van Gogh decise di lasciare gli ambienti cittadini per trasferirsi nelle campagne della Provenza.

“Non è tanto il linguaggio del pittore che si deve sentire, quanto quello della natura”.

Vincent van Gogh.

Potremmo dire che la mente dell’artista era per lui un tormento continuo, la presenza martellante dei malumori e dei malesseri psicofisici lo logoravano dall’interno, ma c’era una sola cosa che gli consentiva un attimo di tregua: la natura, nelle sue molteplici forme. Numerose sono infatti le parole che dedica a questo amore viscerale con la terra, il cielo, le piante. Elementi che sembrano sempre più essere la sua unica ragione di vita.

Altra passione di van Gogh era quella del viaggiare, l’artista viaggiò continuamente nel corso della sua vita, il suo era uno spostamento irrequieto e allo stesso tempo appassionato, per scovare nuovi paesaggi, nuovi spunti e nuovi brevi attimi di felicità:

Guardare alle stelle mi fa sempre sognare, semplicemente come quando sogno sui punti neri che rappresentano le città e i villaggi in una mappa. Perché, mi chiedo, i puntini luccicanti del cielo non dovrebbero essere accessibili quanto i puntini neri sulla carta della Francia?“.

Vincent van Gogh, Lettere a Theo.
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Vincent van Gogh, Notte stellata sul Rodano, 1888.

Vincent lottava continuamente con i suoi demoni, con il carico di frustrazioni che il mondo gli riservava; lottava nella solitudine con la sua follia.  Sì, la chiamarono follia, la chiamarono schizofrenia. Molte sono le teorie su come possa essere avvenuta la sua morte (alcune delle quali non convinte della storia del suicidio), ma altrettanto curiose sono le teorie a carico del suo stato di salute.

La storia ci ha raccontato un van Gogh depresso, apatico, schizofrenico, psicotico. Oggi la medicina e la psicologia, attraverso attente e scrupolose analisi delle sue opere, compresi gli autoritratti, hanno fatto emergere dettagli a noi sconosciuti, come sottolinea Francesca Granata, ricercatrice del Policlinico di Milano, in un articolo apparso nel 2019 su Blister, la rivista del Policlinico (qui l’articolo completo):

“Tante delle ipotesi formulate nel tempo sono poi state scartate fino a farne emergere solo alcune, tra le quali svetta il nome della “porfiria acuta intermittente”. Si tratta di una malattia metabolica genetica e rara che affligge il fisico e la mente: ai tempi era sconosciuta, ed è una sfida diagnostica anche per il medico odierno, data la varietà dei sintomi che dipendono da innumerevoli fattori genetici ed ambientali”.

Francesca Granata, ricercatrice di Medicina Generale, Policlinico di Milano.

Sembra evidente che l’arte fosse il solo e unico modo per comunicare con sé stesso, con il mondo esterno. La forza del colore si tramuta in tutto questo, in pennellate rigorose, d’impatto, in particolar modo nell’ultimo periodo della sua vita, trascorso nel Nord della Francia, a Auvers-sur-Oise.

Motivo delle numerose variazione di colore presenti nei dipinti è probabilmente un’altra patologia che lo affliggeva: si trattava della xantopsia, un difetto di percezione dei colori che gli faceva vedere tutto giallo.

Il pittore era solito ingerire letteralmente il colore giallo. L’assorbiva per interiorizzare quanto più possibile gli effetti ed acquisire quella felicità che tanto portava ai suoi occhi. Non a caso, nei suoi famosi girasoli ritratti molteplici volte, il giallo cromo ne è il protagonista indiscusso.

Il girasole è il fiore di van Gogh, ciò che caratterizza la sua arte, somiglia al sole per certi versi, non a caso, nella lingua francese, il girasole è indicato anche con il solo termine soleil.

 “Sai che Jeannin ha la peonia, che Quost ha la rosa, ma io ho il girasole”.

Vincent van Gogh, lettera al fratello Theo, 1889.

Un uomo che si slancia verso il sole è un uomo che vuole comprendere il mistero del creato e, nel caso di Vincent, un uomo che tenta di appartenere al creato, di trovare un posto che sia proprio e di nessun altro. Pensiero del tutto legittimo; egli per un’intera vita si è visto erede e sostituto di un fratello morto troppo precocemente.

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Vincent van Gogh, Campo di grano con volo di corvi, 1890, Museo van Gogh, Amsterdam.

E’ da questa continua ricerca di integrità, senza sentirsi paragonato a qualcun altro, che nascono i primissimi squilibri psichici.

Il giallo delle ultime opere del Sud è dunque un giallo che ha intenzioni diverse, che porta in sé necessità nuove rispetto al giallo delle prime opere, ritenuto, per alcuni, un giallo simbolo di felicità e la liberazione di un’idea oltre l’apparenza.

“Nelle ultime opere che Vincent dipinse prima di lasciare questo mondo, il sole scompare totalmente: una mancanza profonda considerando la sua inoppugnabile presenza nella totalità dell’opera dell’olandese. In Campo di grano con corvi, il giallo è ormai riservato al solo grano, scosso violentemente nei campi dal vento e da una tempesta che porta con sé uno stormo di corvi su un cielo terso e tormentato, reso con pennellate ampie e veloci, dai toni scuri e senza alcun tentativo d’inserire un qualche sparuto sprazzo di luce.”

Francesca Granata.

Di lui ci rimane il mistero di un uomo buono la cui unica volontà fu quella di donare la propria arte al mondo. Vincent van Gogh lasciò Auvers-sur-Oise per sempre, nel 1890, sepolto da una coperta di girasoli.

Eleonora Turli ed Erica Trucchia

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