Fish, “Weltschmerz”- Recensione

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È inevitabile, anche se un po’ ingiusto, che nell’immaginario musicale Derek William Dick, in arte Fish, sia ancora ricordato come “il primo cantante dei Marillion” (in realtà fu il secondo), benché quell’esperienza musicale occupi meno di un quarto del suo percorso artistico e il resto sia una carriera solistica di tutto rispetto.

Gli oltre ottanta minuti di Weltschmerz – rilasciato lo scorso 25 settembre per Chocolate Frog Records – stanno a dimostrare che siamo di fronte a un artista che ha raggiunto e confermato la piena maturità. Fish è peraltro ormai disinteressato alla tradizione neo-progressiva del suo vecchio gruppo. I suoi lavori, specialmente gli ultimi, sono “progressive” solo in un senso molto minimale, quello di includere pezzi di oltre dieci minuti, che contano al loro interno diversi episodi che si alternano tra loro.

Il loro intento, tuttavia, è soprattutto raccontare delle storie, il più delle volte autobiografiche. Fish è un cantautore che ambisce a riallacciarsi alla tradizione del folk britannico molto più che a quella progressiva che lo ha visto emergere nella prima metà degli anni ‘80, un passato lontano che ormai lo riguarda poco.

Basterebbe forse il titolo a definire il tono dell’album. Weltschmerz, in tedesco “dolore cosmico” o “stanchezza del mondo”.

Sono passati sette anni dall’ultimo album (A Feast of Consequences), anni segnati dalla perdita del padre e dalla lotta contro la demenza senile della madre. Drammi che hanno spinto l’uscita dell’album sempre più in là e forse rafforzato il desiderio di Fish di allontanarsi il prima possibile dal music business.

Fish Weltschmerz disco copertina

Difficile non chiedersi se non sia proprio il padre l’uomo che nel brano di apertura, The Grace of God, si chiede in punto di morte cosa ne sarà di lui: “I’m here to answer questions, for a judgement on my soul / Clinging to a lifeline, holding onto hope / Pinned down on a table at the mercy of machines / The software coldly calculates, no bargaining or pleas”.

C’è la dimensione coniugale di Walking on Eggshells, vista nel suo lato più drammatico, attraverso gli occhi di un artista che di matrimoni ne ha avuti tre: “He’s always there for you, she’s always there for you / He could never live without her, he could never walk away / He can only hope for healing and hope for better days / He’ll replace the broken china, repair the broken frame”.

C’è il momento degli amori perduti, Garden of Remembrance, una splendida piano ballad che costituisce verosimilmente uno dei momenti più lirici dell’album, nonché una tra le canzoni più belle di questo 2020. Ci sono i dieci minuti di Little Man What Now?, segnati dallo splendido e drammatico sassofono di David Jackson, subissato verso la metà del brano da un blues-rock determinato in cui è la chitarra a condurre le danze, prima che la disperazione più cupa prenda di nuovo il sopravvento.

C’è il momento di rivalsa di C Song (The Trondheim Waltz), uno dei pochi momenti in cui Fish decide di non limitarsi a cantare gli eventi, ma lanciare il guanto di sfida (“I won’t let you bring me down / Not today”), e c’è persino spazio per raccontare la guerra in Siria, con gli ambiziosi quindici minuti di Rose of Damascus.

E infine, c’è il contrasto lirico e musicale di Weltschmerz, con cui Fish decide di chiudere l’album. Una canzone sul “dolore cosmico”, per l’esigenza di Fish di ribadire a se stesso, e solo indirettamente al proprio pubblico, che ha ancora fiato per gridare la propria delusione nei confronti di un mondo da cui si sente tradito. E avverte che il suo dovere è ancora quello di raccontare il mondo attraverso i propri occhi: “Please let me introduce myself I’m simply a man of our time / Confused and bewildered I seem to live without reason nor rhyme / Betrayed by a system I’d given up trying to change / Let me tell you now for nothing, I’m back in the game”.

Fish gioca consapevolmente con l’incertezza tra il tono di rimpianto e di rassegnazione per com’è andata la propria vita e quello di rivendicazione e sfida che gli fa dire di essere ancora in pista, per un’ultima volta. Non soltanto con le parole ma anche con la musica, in particolare nel refrain, Weltschmerz è un pendolo che che oscilla inesorabilmente e incessantemente tra due opposti stati emotivi. Un’incertezza che ci accompagna verso la conclusione dell’album.

Nella cura, nel lavoro artigianale, nella lunghezza che caratterizza il lavoro, che diventa spesso prolissità, si avverte il senso di responsabilità dell’artista rispetto alla sua opera, le aspettative nei confronti di se stesso, l’importanza attribuita a quello che Fish stesso descrive come il lavoro conclusivo di una carriera. “È il mio ultimo album e voglio che sia il migliore dei miei progetti solistici”. “Migliore” non per chi ascolta, ma per l’artista.

Weltschmerz è il tentativo ultimo e consapevolmente fallimentare di ricomporre i cocci della propria vita attraverso la musica.

I pezzi sono lunghi, è vero, ma qual è il tempo giusto per raccontare la propria vita? È come se ogni fibra di questo album gridasse: Amo il mio pubblico, ma non scrivo per loro, lo faccio per me. Ed è così che nella maggior parte dell’album, la musica – splendida e triste, malinconica e solenne, pieno di rimpianto e di speranza – ha una e una sola funzione, che è quella di sorreggere il racconto. Annunciato come l’ultimo album, passerà alla storia come il più consapevole e maturo. C’è da augurarsi che l’ultimo non sia, ma se lo fosse sarebbe uno splendido commiato.

Federico Morganti
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