“An Hour Before It’s Dark”: l’ultimo album dei Marillion (Recensione)

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C’è qualcosa che i Marillion possano dire che non abbiano già detto? Probabilmente no. Vogliamo per questo rinunciare a goderci i loro nuovi lavori, incluso An Hour Before It’s Dark, uscito lo scorso 4 marzo per Ear Music? Nemmeno.

Potrà forse l’immenso amore che nutriamo per loro oscurare il nostro giudizio mentre ci apprestiamo a valutare i sette brani che compongono il nuovo album? Il rischio c’è. Anche perché, mentre il mondo là fuori si fa più oscuro e inospitale, la necessità di bellezza si fa per questo più pressante. E a chi a chiederla, la bellezza, se non agli autori di Seasons End, Holidays in Eden e Marbles?

I Marillion an hour before it's dark recensione

I Marillion hanno vissuto due vite, la prima di più breve durata, la seconda tutt’ora in corso e sempre nel solco – come stile, non sempre, ahimè, come risultati – di quell’incredibile capolavoro che fu Marbles. Ancora all’insegna di un prog-rock blando, dagli echi floydiani e ricco emotivamente, un’appartenenza di genere che ancora possiamo cogliere nella ricerca di grandi narrazioni, a dispetto della totale assenza di virtuosismi e vistose strumentalità. 

Lo vediamo già nel brano di apertura di An Hour Before It’s Dark, “Be Hard on Yourself”, e nei tre movimenti che lo compongono. Un inizio in sordina, un piano che detta la linea e una pièce che si costruisce con gradualità. Ma come nei romanzi, persino nei migliori, non tutti i capitoli mantengono lo stesso ritmo. Forse l’aver spezzettato il brano in più parti ha inflitto una certa frammentarietà, e il passaggio tra le parti non sempre appare musicalmente giustificato. Normalmente, anche nei brani più lunghi, temi utilizzati all’inizio possono essere abbandonati e ripresi in altri frangenti del brano: nel momento in cui questo è suddiviso in più tracce, ciò non è più possibile, e questo può a sua volta dare l’impressione di una minore coesione.

Le stesse considerazioni valgano per le tre parti di “Reprogram the Gene”. Rispetto al precedente, il brano riduce il livello di “dramma” risultando maggiormente (eccessivamente?) easy-listening. La narrazione è più omogenea, senza momenti apicali, e in essa è facile scorgere scelte stilistiche comuni ai vecchi album dei Marillion.

Archiviata “Only a Kiss”, una piccola gemma di poco più di quaranta secondi dal vago retrogusto western/tarantiniano, è la volta di “Murder Machines” – secondo singolo, dopo “Be Hard on Yourself” – ad avviso di chi scrive il brano migliore dell’album, e uno dei pochi a non essere suddiviso in tracce. Cadenzato, quasi incalzante – per gli standard della band – certamente non originale ma in grado di far riecheggiare i Marillion di inizio millennio. L’altro brano di An Hour Before It’s Dark a non essere suddiviso in tracce è il successivo “The Crow and the Nightingale”, un lento privo di idee memorabili, in cui prevale un senso di stanchezza e di noia.

Altra narrazione in più movimenti, stavolta cinque, è “Sierra Leone” – sulla vicenda di un uomo che trova per caso un enorme diamante e ha la possibilità di venderlo e diventare ricco – più ricercata nelle soluzioni armoniche e melodiche, principalmente per merito delle tastiere di Mark Kelly. Al netto di uno storytelling privo di particolari guizzi, ma stavolta meno frammentario che in altri brani dell’album, è l’unica traccia che può contendere il primato a “Murder Machines”. 

Il brano in quattro parti che chiude il lavoro, “Care”, soffre ahimè di tutti i limiti osservabili nel resto dell’album. C’è un tentativo di offrire momenti di maggiore pathos, in cui la firma dei Marillion è particolarmente riconoscibile. Ma anche questo brano, come la maggior parte degli altri, sembra trovare il suo senso e la sua dignità con estrema fatica.

Steve Hogarth dei Marillion

Non c’è nulla che non va in An Hour Before It’s Dark, ma è come se tutto fosse eccessivamente ovattato, prevedibile e confortevole. I Marillion scelgono di prenderci per mano e condurci lungo un sentiero senza curve, privo di rischi, più facile da seguire, totalmente indolore, ma anche più difficile da ricordare. Come la strada per tornare a casa che percorriamo ogni giorno: la conosciamo a menadito, ma più passa il tempo e più fatichiamo a mettere a fuoco i singoli dettagli. Le emozioni si affievoliscono e il tutto si riduce ad abitudine.

Federico Morganti
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2 commenti su ““An Hour Before It’s Dark”: l’ultimo album dei Marillion (Recensione)”

  1. Finalmente una persona fuori dal coro, quest’ultimo aggiungerei formato (as usual) da pappagalli piuttosto incompetenti… Concordo, nessun capolavoro acclamato anzi: suono privo di dinamica ed ovattato (adesso va di moda il master a -1db…), peccato che la Loudness War al rovescio appiattisca troppo la dinamica, ma specialmente la mole di suono necessaria. Serviva proprio un disco quasi interamente dedicato a sto ca**o di corona virus? No, era tranquillamente evitabile per scongiurare il patetico, auspicabile era invece chiudere gli aeroporti quando sarebbe servito e fare tutto il non fatto subito anzichè dopo… Detto questo, la voce già rovinata di Hogarth purtroppo adesso risulta anche troppo invecchiata. Questi “ragazzi” sono anziani e purtroppo si vede e si sente anche se essere maturi non comporta necessariamente non suonare più bene. Le melodie sia vocali che strumentali sono sempre le stesse trite e ritrite da almeno vent’anni, la tecnica, già da sempre così-così ridotta all’osso, il “cuore” di solito presente risulta di “plastica”. Un disco che non comunica molto se non noia, per una band che tristemente non ha più molto da dire ma che molto ha “parlato” in passato. Chi ha sputato con sufficienza su “Afraid of Sunlight” forse farebbe bene ad ascoltarlo con più attenzione per trovare le differenze come sulla “Settimana Enigmistica”…

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