Heaven Forbid, Blue Oyster Cult: recensione

| | ,

Fra le poche, pochissime, gioie che questa pandemia sta portando ce n’è una: Heaven Forbid, nella versione rimasterizzata fresca del contratto con la napoletana Frontiers Music, dei leggendari Blue Oyster Cult.

Ora, chi mi legge già da un po’ sa perfettamente che i BOC siano la mia band preferita. Conoscevo già Heaven Forbid, nella sua versione del lontano 1998, più di vent’anni fa: un disco chiaramente – come l’intera discografia – pretenzioso. AOR, sci-fi oriented nei testi di John Shirley, un po’ prog, un po’ heavy metal (genere creato da loro, eh), Heaven Forbid fu chiaramente stroncato dalla critica alla sua uscita. Curiosità: Shirley è attualmente collaboratore nientepopodimenochè di Mark Tremonti.

Beh, dopo Bad Channels – un film che è un forunculo sulla carriera delle ostriche blu – recuperare crediti sarebbe stato ben difficile.

Andiamo con ordine.

Conoscete Ezechiele? Sì, il profeta dell’anatema – inventato– di Pulp Fiction di Quentin Tarantino. Beh, nella Bibbia c’è un intero libro firmato Ezechiele, che, riletto attualmente, con tutta la fantascienza che da metà diciannovesimo secolo ha invaso la cultura mondiale, suona incredibilmente sci-fi: il libro, diviso in 48 capitoli, si apre con una teofania nella quale il Nostro, più o meno, vede Yahwè.

[16]Le ruote avevano l’aspetto e la struttura come di topazio e tutt’e quattro la medesima forma, il loro aspetto e la loro struttura era come di ruota in mezzo a un’altra ruota. [17]Potevano muoversi in quattro direzioni, senza aver bisogno di voltare nel muoversi. [18]La loro circonferenza era assai grande e i cerchi di tutt’e quattro erano pieni di occhi tutt’intorno. [19]Quando quegli esseri viventi si muovevano, anche le ruote si muovevano accanto a loro e, quando gli esseri si alzavano da terra, anche le ruote si alzavano. 
[20]Dovunque lo spirito le avesse spinte, le ruote andavano e ugualmente si alzavano, perché lo spirito dell’essere vivente era nelle ruote. [21]Quando essi si muovevano, esse si muovevano; quando essi si fermavano, esse si fermavano e, quando essi si alzavano da terra, anche le ruote ugualmente si alzavano, perché lo spirito dell’essere vivente era nelle ruote. Fonte

Il pezzo biblico è fortemente lirico, evocativo, e, criticamente, fra gli esempi più elevati di letteratura antica. Ed in molti hanno cercato di realizzare, nell’arte visiva, la grandiosa visione di Ezechiele. I BOC, dunque, dopo aver trattato la genesi di un supereroe in Secret Treaties prima e nell’opera rock Imaginos dopo, oltre ad aver narrato le avventure di una stazione spaziale in Club Ninja, si sono lasciati ispirare dalla Bibbia, stavolta.

O meglio: da ciò che il passo sopracitato sottende. Apparizioni aliene antelitteram?

John Shirley si è dunque lasciato ispirare da tale passo – che esprime un concept piuttosto moderno e, anzi, visionario – per comporre i testi di Heaven Forbid, che vi invito a leggere nella loro intererezza.

Cominciamo con un assunto: Heaven Forbid è bello. È un disco prodotto in modo magistrale, e la batteria di Chuck Burgi e Bobbi Rondinelli è energetica, potente, calzante. C’è però da dire che il sound hard rock – fantasioso – dei BOC non ha mai avuto seguaci, ed era un po’ retrò già nel 1998, non proponendo sostanziali evoluzioni da Agents of Fortune – se non una semplificazione, sebbene elegante, del sound, che si allontana ovviamente dalle psichedelie degi anni ’70 e si avvicina maggiormante a ciò che, nel 2020, chiamiamo musica fusion. Il trio delle meraviglie, come sempre, ha precorso i tempi.

Eccola, la formazione ai tempi di Heaven Forbid: il solito Buck Dharma e il solito Eric Bloom, assieme al compianto Allen Lanier, mentre new entry sono il bassista Danny Miranda, e Burgi e Rondinelli alla batteira.

Heaven Forbide parte fortissimo con la blueseggiante See You in Black, elegante brano hard rock gestito come un valzer, cui segue l’estatica Harvest Moon.

Estatica per la sua costruzione: un semplice tappeto di batteria, su cui si instilla una melodica linea vocale ma, all’improvviso, assolo di chitarra quasi thrash per l’accordatura, per una soluzione stilistica assolutamente pregevole. E quel tocco di hammond, di sottofondo, che fa da preludio al prog moderno. Echi maideniani, sorprendenti, però, per la capacità di fondere il NWOBHM con il prog che i BOC hanno contribuito a creare, in un altro brano splendido: Power Undearneath Despair. Non c’è pasticcio, non c’è Long Island mal riuscito: l’effetto finale, nell’ispiratissima voce di Dharma, che si concede a qualche vibrato, è epico ed evocativo – un infinito tappeto di chitarre ed una batteria a condire. Per ristabilire l’equilibrio, melodia e cattiveria, che i BOC hanno sempre perseguito, ecco che giunge X-ray Eyes. L’equilibro, però, più che essere inseguito, è effettivamente creato dalla band di Pearlman, quel geniale uomo di cultura che li mise assieme negli anni ’60: Hammer Back è un brano prog ed AOR, un tappeto di chitarra jazz, un ritmo ripetitivo ma non per questo ossessivo o noioso; tutto sta nel contesto, e quei piccoli accorgimenti di produzione – i tappeti di tastiera lontanissimi ed i cambi di ritmo – alleggeriscono il peso di un riff volutamente monotono.

Il ruolo da regina, in Heaven Forbid, è lasciato a Damaged, che, nella versione 2020 remixata, ottiene un’espressività teatrale assolutamente sorprendente.

Avantgarde e fusion, Damaged, contappunti di Hammond e sequenza blues, mostra quanto di buono i Boc siano riusciti a fare, a rivoluzionare – eredità che gli Architetecs stanno ottimamente portando avanti. La solenne Cold Gray Light of Dawn, che ci ricorda un po’ Astronomy e tutto Imaginos per atmosfere, si snoda ritmata su piatti di batteria ed un basso insistente – le aggiunte strumentali successive, hammond, seconda chitarra, il famoso tappeto di tastiera, non fanno che acuirne il sentore di cattedrale gotica illuminata da un pallido sole.

Altro brano geniale, oltre a Damaged, è Real World: evocativa, sfaccettata, sia nella linea vocale che in quella di chitarra e nella sezione ritmica, è un mini mondo western in sé. Bluegrass si fonde col prog e con l’heavy metal, in un risultato ottimale. In un’amalgama quasi perfetto.

 Un tocco funky è lasciato con Real World, mentre la vera sorpresa, FOR FANS ONLY, che Heaven Forbid ci riserva è il seguto di Burning for You, da Agents of Fortune. Sì, avete capito bene. Stavolta, però, con tanto di doppia cassa e cori, nonché stop&go che aggiungono dinamismo a ciò che il primo episodio aveva in sonorità catchy. Ecco, forse Heaven Forbid si sarebbe potuto concludere qui: invece, purtroppo, vai a capire perché, anche nella versione remixata Frontiers Record, ci ritroviamo l’acustica, countryggiante, In Thee, che forse è un po’ troppo Beatles per ritrovarcela in un album dei Blue Oyster Cult del 1998.

Ora. Heaven Forbid non è Fire of Unknown Origin, non è Secret Treaties, non è Imaginos: non è un pezzo di storia della musica. Ma è un album pregevole, perfetto nella produzione e nelle soluzioni stilistiche eterogenee, originali, fatte di anni d’esperienza e di studio – anche di ciò che avveniva tutt’attorno – ma forse poco ispirato nel contenuto, nella coerenza, nello storytelling. Heaven Forbid è da riscoprire, da ascoltare durante un lungo viaggio in macchina: un album, in poche parole, per intenditori – non tacciatemi di snobismo, è un semplice dato di fatto.

I Blue Oyster Cult, forti del contratto con la Frontiers, speriamo, ci auspichiamo, abbiano ancora molto da dire.

Giulia Della Pelle
Latest posts by Giulia Della Pelle (see all)
Previous

Heaven Shall Burn – Of Truth and Sacrifice

Western Stars, da oggi disponibile la versione digitale del film di Springsteen

Next

Un commento su “Heaven Forbid, Blue Oyster Cult: recensione”

Lascia un commento

Wordpress Social Share Plugin powered by Ultimatelysocial