“In Finitude”, l’esordio dei Wooden Veins, tra alti e bassi

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Il prossimo 4 giugno vedrà la luce In Finitude, prima fatica dei cileni Wooden Veins, rilasciato per l’etichetta All Noir.

L’heavy metal è ormai da considerarsi un fenomeno globale: le sue manifestazioni sono pressoché infinite, i suoi fan disseminati in ogni angolo del pianeta. Dal Canada all’estremo oriente, ogni paese ha le sue band, talvolta le sue scuole. Non di rado album di alto livello fanno la loro comparsa in paesi un tempo esclusi dal mainstream, quali ad esempio l’Argentina, l’India, Israele, o la Russia. In Iran gli Arsames lottano da anni contro il regime teocratico per il diritto di suonare una musica giudicata blasfema (in realtà, comunissimo death metal). In effetti, oggi è davvero difficile parlare di mainstream, quantomeno a livello geografico. Quanti tesori sepolti si nascondono nei luoghi più insospettabili, in paesi e province lontane? E ancora, è possibile che da questa marea insormontabile di nuove pubblicazioni emerga qualcosa di innovativo?

Un’interessante proposta arriva oggi dal Cile con In Finitude, il primo album dei Wooden Veins. Autoproclamatisi “avant-garde metal act”, i Wooden Veins contano al loro interno alcuni membri di band doom metal ben note nel panorama locale (in particolare Juan Escobar, oggi al basso e chitarra, è l’ex voce e tastiera dei Mar de Grises, mentre il tastierista Eduardo Poblete proviene dai Mourning Sun). I Wooden Veins sembrano aver afferrato un concetto essenziale: una delle poche possibilità di offrire qualcosa di originale è puntare su nuove contaminazioni, ma compiendo lo sforzo di dare al prodotto finale la giusta compattezza. Sì, insomma, ibridiamo gli stili, ma gli elementi ultimi di questa ibridazione non devono essere eccessivamente ovvi a chi ascolta.

La musica dei Wooden Veins ha una chiara impostazione doom metal: c’è una marcata lentezza che attraversa tutto il lavoro, un profondo senso di gravità, la tendenza a sopire ogni parvenza di vigore, ogni accelerazione incipiente, ogni possibile ricerca di un climax che non arriva mai. Ad addormentare ulteriormente il feeling, la voce estremamente grave di Javier Cerda, dotato di un timbro assimilabile a quello di Dave Gahan.

L’altro versante della musica dei Wooden Veins è il frequente innesto di effetti elettronici, sia pur senza un’eccessiva enfasi, che ne avvicinano il sound a un rock alternativo un po’ dark dal sapore vagamente “ottantiano”. Tali elementi concorrono alla ricerca di un’intensità emotiva che possa sopperire al senso di pesantezza che pervade il lavoro. Questa la ricetta, all’interno della quale si fa onestamente un po’ fatica a trovare qualcosa che giustifichi l’etichetta di “avant-garde metal”.

Wooden Veins In Finitude recensione

La ricetta è ben esemplificata dal brano d’apertura, Thin Shades. Un delicato tappeto ritmico contornato da impulsi elettronici dà il la a un brano di estrema lentezza, pervaso dalla costante ricerca di un effetto drammatico che fatica a emergere. Le cose iniziano ad andar meglio con Beyond Words, più vicina a un rock alternativo versione “dark”, almeno finché non sopraggiunge un perentorio blast beat che i Wooden Veins sanno ben amalgamare con il tono complessivo del brano.

Herradura (By the Sea) si fa notare per un riffing più articolato, ma il soundscape complessivo non fa registrare cambiamenti. Il drumming sembra avere la funzione di addormentare il brano, finché non cala il silenzio e alcune note di pianoforte riducono il tutto a pura atmosfera, la risalita dalla quale sarà molto graduale. Mirages, assieme alla title track il brano più lungo dell’album, è anche il più interessante. La chitarra definisce con delicatezza il perimetro armonico del brano, basso e batteria subentrano con dei colpi che suonano come rintocchi di campane, mentre gradualmente si aggiungono altri elementi. Improvvisamente la canzone si ferma su degli accordi di chitarra (possiamo persino sentire il rumore delle dita che si spostano lungo il manico) e una batteria jazzata riprende in mano la situazione conducendo il brano alla sua conclusione.

Se The Veiled Curse stenta a introdurre nuovi elementi, Invern, con le sparute note di chitarra introduttive, potrebbe quasi sembrare un brano ambient. La voce di Cerda si fa addirittura più grave e sussurrata, al limite del parlato. Con Empty Arcs i Wooden Veins ci portano in piena musica elettronica: la strumentazione rock è mero contorno, e in alcuni frangenti non ha nemmeno questo ruolo. La chiusura è affidata alla title track In Finitude, la cui maggiore lunghezza (otto minuti) permette uno sviluppo narrativo più articolato, una maggiore efficacia e un principio di vigore che ogni album heavy metal (non importa se “doom” o “avantgarde”) dovrebbe possedere.

Ai Wooden Veins non mancano le idee, certamente non manca l’esperienza, e la commistione di doom/elettronica/dark rock della loro proposta non manca nemmeno di originalità. C’è tuttavia un che di aleatorio nel loro risultato che fa quasi pensare a un errore di marketing, anziché a un difetto di natura strettamente musicale. Un ascoltatore a cui In Finitude sia presentato come un album avant-garde metal non potrà che restare perplesso, a prescindere dalla bontà del lavoro. Pur non privi di elementi di interesse, per i Wooden Veins sarà forse il caso di sospendere il giudizio e rimandare la valutazione a un’eventuale seconda pubblicazione.

Federico Morganti
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