How To Live dei Modern Nature, la recensione

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Capita ancora, nel marasma di uscite, ristampe e cataloghi digitali sbloccati, di imbattersi in qualcosa che possa emozionare: è il caso dell’esordio dei Modern Nature col loro How To Live.

Qualcuno ha parlato – forse ingiustamente – di supergruppo, sulla scia di quello che si faceva negli anni ’70 di fronte a band come Cream e Crosby, Stills, Nash & Young, per dirne un paio. In realtà, pur provenendo tutti da solide realtà ancorate più o meno saldamente alla nuova psichedelica, i componenti dei Modern Nature non hanno forse la statura per poter definire così il progetto.

I Modern Nature: un supergruppo?

Modern Nature

Jake Cooper, Will Young, Aaron Neveau, Jeff Tobias e Rupert Gillett provengono da band come Ultimate Painting, Mazes e Woods, per citarne qualcuno. Il moniker si ispira al poliedrico artista Derek JarmanModern Nature è il titolo dei suoi diari – pioniere della fusione tra le arti più disparate e portabandiera dell’arte come stile di vita.

Le influenze principali

Nel presentare il disco si sono fatti i nomi di Caravan e degli ultimi Talk Talk – a ragione – ma a me sono venuti in mente anche altri accostamenti; e più che alla nuova psichedelica, quella dei Tame Impala, per capirci, i Modern Nature mi hanno ricordato quel breve periodo di rinascita del folk revival inglese quando, attorno al 2010, ci fu un’ondata di band che riportarono in auge quel movimento.

Parlo in particolare dei Midlake, ma anche di progetti minori come Erland & The Carnival o The Espers.

Un periodo breve e fecondo che tuttavia vide sciogliersi come la proverbiale neve al sole i principali artefici, lasciando a proseguire qualche buon gruppo come i Low Anthem e i Fleet Foxes ed epigoni più nefasti ma dal buon riscontro commerciale come Mumford & Sons.

I Modern Nature, nei loro passaggi più folk e meno sperimentali, come le malinconiche Criminals, Oracle e Peradam, fanno proprie le istanze del movimento. Sono due pezzi che fanno venire alla mente anche alcune atmosfere dei Radiohead dei primi duemila, e sono forse la parte migliore del disco. Altrove le atmosfere sono più inclini a certo post rock, ma sempre con un’attitudine positiva che spesso manca al genere.

L’apertura del lavoro è affidata a uno strumentale dove un violoncello traccia una malinconica melodia, retta unicamente da un bordone che ronza in sottofondo.

Sembra quasi l’Adagio di Albinoni – che poi di Albinoni non è, ma magari ne parleremo – nelle prime note, e subito si capisce che non si ha a che fare con un lavoro disimpegnato. Ecco però arrivare i beat elettronici di Footsteps che presto si svela per quel che è, ovvero uno stupendo passaggio di folk jazz, innervato dai fraseggi di un sassofono quasi free. Turbulence sembra l’anello di congiunzione tra l’ambient e la West Coast, coi suoi delicati fraseggi di chitarra elettrica e il cantato sussurrato. Pare quasi di sentire dei Grateful Dead 2.0. I sorprendenti stop and go di Séance aprono alla parte più folk del lavoro dove, oltre ai pezzi citati, spicca la chiusura di Devotee, col fantasma di Nick Drake che aleggia a braccetto di Tim Buckley, e la bella Nature, con tanto di bellissima parte di chitarra acida.

Un lavoro, questo dei Modern Nature, che forse non dice niente di rivoluzionario, in tempi in cui alzare l’asticella della provocazione sembra l’imperativo. Ma lo fa talmente bene e con tale grazia che è impossibile non farsi ammaliare.

Andrea La Rovere
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