AC/DC: “PWR UP”, ma non dovevamo rivederci mai più?

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Fino a qualche anno fa sembrava che gli AC/DC dovessero finire la loro carriera, a maggior ragione dopo i problemi che si sono susseguiti dal 2014. Sembrava tutto finito ma, quasi all’improvviso, la band australiana è uscita allo scoperto con il nuovissimo “PWR UP”.

Nel corso degli scorsi anni la carriera degli AC/DC ha avuto molti stop, alcuni che non hanno avuto grandi influenze, altri hanno letteralmente cambiato la storia della band. Visti quegli eventi si parlava della band australiana come ormai “finita”, anche senza avere l’ufficialità. Ma nell’ultimo anno qualcosa ricominciò ad accendersi, e quelli che erano solo dei rumors piano piano cominciarono ad essere confermati, portando speranze di “ritorno”.

Le ufficialità importanti però sono arrivate sono in questi ultimi mesi, tra cui è presente quella del loro nuovo album, PWR UP. Diciamocelo, ci si aspettava tutto tranne che un album, ma attenzione a parlare di “album della reunion” degli AC/DC, visto che la band non ha mai parlato di scioglimento vero e proprio, c’era solo da aspettare che le cose si calmassero. Ma attenzione anche a non cadere nella trappola della “nostalgia”, che in questo caso potrebbe fare brutti scherzi nel valutare oggettivamente l’album.

Purtroppo parlare di AC/DC non è mai facile, e diventa ancora più difficile se si parla di un loro nuovo album, come nel caso di PWR UP.

E’ facile farsi prende dalla nostalgia con gli AC/DC, è facile parlare di capolavoro o di ottimo album solo per il nome che portano. Ma non nel mio caso, perchè in questa recensione non troverete tante belle parole per PWR UP e per la band australiana. Sia chiaro, anzi, diciamocelo, tutti noi abbiamo avuto a che fare con gli AC/DC, nel bene o nel male, ed almeno per me, fino a tanti anni fa, erano la mia band preferita, ed ancora oggi, quando capita, non mi tiro indietro dal sentirli, ma giusto se si tratta delle solite canzoni, ma la mia “attenzione” per la band finisce lì.

AC/DC

Con gli AC/DC (ma come con tante altre band “storiche”), non ci si può far prendere dalla nostalgia e non si può cadere nella trappola del pensare al nome che portano, c’è bisogno, ripeto, di essere oggettivi. Non ci si può tirare indietro di fronte a PWR UP, non si può mettere da parte la critica pesante, solo per il nome, anche nel momento in cui, comunque, ci sono dei lati positivi nell’album. Potrei chiudere questa recensione dicendo la solita frase “sono canzoni tutte uguali”, ma non me la sento, e sarebbe anche poco professionale.

Non ci siamo neanche a livello tecnico, o meglio, non ci siamo mai stati. Ogni strumento ha i suoi difetti in ogni canzone, dai fill di batteria sempre uguali, in cui l’unica cosa che cambia sono i BPM, come tra “No Man’s Land” (più lenta) e “Money Shot” (più veloce), alle linee di basso definibili “mono-nota” come in “Wild Reputation”. Ed infine ci sono le chitarre, che girano sempre intorno allo stesso riff, ormai il povero Angus Young sembra diventato schiavo di se stesso e di chi vuole sentire, ormai da anni, lo stesso giro di accordi.

Per i fan degli AC/DC probabilmente PWR UP sarà un altro album da consumare e lodare, ma la domanda sorge spontanea; siamo sicuri che convenga fare tutto questo? Siamo sicuri che queste canzoni verranno ricordate?

La prima cosa che mi venne in mente quando uscì il primo singolo, “Shot In The Dark”, fu quella di pensare al tanto hype creatosi attorno alla canzone, che in realtà era più per il ritorno degli AC/DC che per la traccia. La domanda venne spontanea: Quante di queste tracce di PWR UP verranno ricordate? Insomma, come già detto in precedenza, ne avevamo veramente bisogno di un nuovo album? La risposta, in tutti e due i casi, è “no”.

Come si può parlare di grande ritorno degli AC/DC o dire frasi del tipo “ci sanno ancora fare”, quando in PWR UP ci sono letteralmente “gruppi” di tracce molto simili tra loro, come nel caso della prima e seconda traccia, rispettivamente “Realize” e “Rejection”, o quando, complessivamente, l’album rimane un nulla di fatto anche di fronte alle uniche due note positive, che si meritano di essere trattate “bene”, vista la loro importanza.

La prima delle due note positive di PWR UP, è una traccia, di cui mi sono stupito, di cui mi sono detto tra me e me: “ma sono veramente gli AC/DC?”. Si tratta di “Demon Fire”, che oltre al riff di chitarra, molto distante dal resto dell’album, ci porta ad una delle tante ottime prestazioni vocali di Brian Johnson, e questo ci porta al secondo punto positivo dell’album, ovvero la prestazione del front-man nell’album. Sembra che Johnson non abbia mai avuto quei problemi all’udito che, nel 2016, lo videro costretto a lasciare la band che lo sostituì con Axl Rose.

Quindi, per farla breve, non avevamo bisogno del ritorno degli AC/DC con PWR UP, ma sono consapevole che per molti questo album sarà un capolavoro a causa della loro, lunga, assenza, dalla scena.

Probabilmente, anche questa volta, gli AC/DC, la passeranno liscia, sicuramente, per molti PWR UP, sarà l’ora di urlare al capolavoro, al grande ritorno sulle scene presi troppo dal fattore “nostalgia” e dal fatto che ci si è quasi abituati alla retorica delle band “intoccabili”. Ma per chi non è cascato in queste trappole sarà facile mollare l’ascolto già al primo minuto della prima traccia, o magari non ascoltare proprio l’album. Infondo, siamo di fronte ad un album e ad una band, che riesce rendere inutile anche l’unica traccia ascoltabile dell’album, che si ripresenta (camuffata) sotto altro nome, “Code Red”, e con qualche accorgimento in più.

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4 commenti su “AC/DC: “PWR UP”, ma non dovevamo rivederci mai più?”

  1. Sai, quello che dici da una certa prospettiva può essere anche vero, ma ti faccio un esempio molto semplice : se vado al supermercato e prendo una bottiglia di jack daniel’s, mi aspetto che dentro ci sia il jack daniel’s. Altrimenti prenderei un Rum. 😉

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  2. Le differenze di opinione ci stanno, trovo però piuttosto arrogante da parte tua dire a chi, come me, trova che questo sia un grande disco, che la sua opinione è dettata solo da un approccio nostalgico. “Black Ice” è un disco per metà riuscito male e troppo lungo. “Rock or Bust” non ha un bel suono, ha riff poco interessanti e canzoni mal sviluppate. “Power Up” ha canzoni che mi si infilano nella testa e non riesco a fare a meno di ascoltarle. Non è che forse a te non piacciono perché ami altre fasi del gruppo (non so, quella più grezza e blues con Bon Scott per esempio) o semplicemente perché il tuo gusto musicale si è evoluto verso altre direzioni? Questo fa di me e di chi come me trova questo un grande album dei nostalgici? Su un punto ti do ragione: ami creare polemiche.

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