“Too Mean to Die”, il nuovo album degli Accept (Recensione)

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Il 29 gennaio è in uscita Too Mean to Die, il sedicesimo lavoro dei tedeschi Accept (Nuclear Blast).

Nella storia del rock, è raro trovare lo stesso connubio tra meriti così grandi e riconoscimenti così modesti. Gli Accept sono una delle band più importanti della storia dell’heavy metal – sicuramente la più importante band tedesca – eppure non sempre critica e pubblico se ne sono resi conto. Il gruppo emerge alla fine degli anni ‘70, quando nel mondo della musica rock l’aria che tira non è granché favorevole al metallo. Il mondo angloamericano è in piena stagione punk/post-punk. La Germania è reduce da un lungo decennio di sperimentazione nel campo del ritmo, dell’elettronica, dell’ambient e dell’avanguardia. In questa fase storica, a portare avanti la bandiera dell’hard n’ heavy ci sono, in Germania, soltanto gli Scorpions.

A partire dal 1979 gli Accept – trainati dalla voce graffiante di Udo Dirkschneider e dalla chitarra tagliente di Wolf Hoffmann – sfornano una serie di album che a suon di riff riportano il rock tedesco alle radici più autentiche del rock n’ roll, ma spingendolo allo stesso tempo verso una nuova direzione. Nel compiere quest’operazione, gettano le basi di quella che sarà la scena metal tedesca del decennio: dallo speed/thrash degli Exumer al power metal dei Rage o dei Running Wild, sono pochi i gruppi teutonici che non contraggono, direttamente o indirettamente, un debito nei loro confronti.

accept old band too mean to die

Tra scioglimenti e successive reunion, gli Accept si ripresentano al pubblico nel 2010 con l’album Blood of the Nations, in cui figura per la prima volta la voce di Mark Tornillo. Pur stilisticamente simile al suo predecessore, Tornillo inaugura a tutti gli effetti un nuovo corso. Quattro album schietti, genuini, fatti di riff veloci, chitarre armonizzate, ritornelli efficaci e tutto ciò che appartiene all’heavy metal energico ma ottimista, positivo ma mai inutilmente gioviale.

Too Mean to Die si iscrive pienamente in questo nuovo corso. Arruolati un nuovo bassista (Martin Motnik) e una nuova chitarra ritmica (Philip Shouse), gli Accept presentano undici nuovi brani che forse non dicono nulla di nuovo. Ma chi si fosse mai aspettato dagli Accept qualcosa, in senso stretto, di originale a oltre quarant’anni dalla loro fondazione, non ha ben capito, evidentemente, la loro missione.

"Too Mean to Die", il nuovo album degli Accept (Recensione) 1

L’apertura dell’album è al fulmicotone. Zombie Apocalypse e la title track Too Mean to Die sono da manuale dell’heavy metal, riff perfetti, giusti accenti del drumming, velocità ben dosata nei vari passaggi del brano. Overnite Sensation abbassa lievemente il livello con un riff più canonico, rifacendosi però con un coro divertente e un bel cambio di passo in corrispondenza dell’ottimo assolo. No One’s Master è un brano veloce imperniato su un motivo semplice e cadenzato, che ci riporta ai vecchi fasti del gruppo. Potrebbe trattarsi, in effetti, del brano migliore di Too Mean to Die

Segue il singolo The Undertaker, più leggera e melodica, anch’essa molto corale nelle voci, imperniata su un arpeggio delicato e inatteso. Dopo la più modesta, ma anch’essa godibile, Sucks to Be You, i nostri propongono un validissimo brano come Symphony of Pain, in cui si divertono a giocare con il titolo citando sul finale la nona e la quinta sinfonia di Beethoven (evidentemente un loro vecchio pallino: già nel 1985 le prime note dell’assolo di Metal Heart ricordavano il celeberrimo abbrivio di Per Elisa). Un brano lievemente al di sotto della media, How Do We Sleep, introduce uno dei più riusciti, il veloce e incalzante Not My Problem, prima di concludere Too Mean to Die con la strumentale e classicheggiante Samson and Delilah, che contiene un’altra citazione illustre, stavolta dalla sinfonia “Dal nuovo mondo” di Antonín Dvořák.

Ora, in ogni recensione musicale è abbastanza comune che l’autore ci informi su quali ritiene essere i brani più riusciti e quali i meno riusciti. È del tutto legittimo, e forse ciò che il lettore si aspetta, ma è bene essere onesti. Per un album come Too Mean to Die, ancor più che in altri casi, è un’operazione altamente soggettiva. Ogni brano tocca in chi ascolta corde molto arbitrarie, ed è giusto che sia così.

In Too Mean to Die, ciascuno troverà che l’apice dell’album sia questo o quel brano. Ma il punto essenziale è che gli Accept sono ancora in grado di scrivere heavy metal veloce e incazzato, e di sfornare riff ruvidi e incalzanti, come quelli che nella prima metà degli anni ‘80 posero le basi della prima e fondamentale stagione dell’heavy metal tedesco. Verrebbe da dire che gli Accept sono tornati, ma sarebbe un errore. Perché gli Accept non se ne sono mai andati.

Federico Morganti
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