Empire of the Blind, Heathen: recensione

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Tra i numerosi generi in cui l’heavy metal si è frammentato nel corso della sua quarantennale storia, il thrash è forse quello che si è rinnovato di meno. Non per incapacità dei suoi alfieri, nient’affatto, ma perché strettamente legato a una manciata di caratteristiche essenziali – riff articolati e veloci (che spesso poggiano sulla corda più grave a vuoto), palm-muting, doppio pedale, ecc. – senza le quali non suonerebbe come tale. In parole povere, se vi allontanate da quegli stilemi, vi starete allontanando dal thrash metal stesso. Per altri generi – il death, il black, per tacere del progressive – le cose stanno altrimenti.

Tutto questo discorso – che senza dubbio conta delle eccezioni e che non vuole negare le differenze che possiamo cogliere tra una band e l’altra – solo per dire che, se per qualsiasi genere è difficile mettere a fuoco quali siano i criteri per giudicare un nuovo album, nel thrash sembra che il criterio più importante sia l’aderenza alla vecchia scuola. Se qualcuno vi dicesse che il nuovo album degli Heathen suona come old school thrash metal, capireste al volo che si tratta di un complimento. In fondo non esiste thrash che non sia “old school”. E se esiste, c’è qualcosa che non va.

Se tutto questo preambolo vi ha fatto pensare io fossi sul punto di dire che il nuovo disco degli Heathen, Empire of the Blind, fa eccezione alla regola, beh, come cantava Rob Halford, you got another thing coming.

Per un fan degli Heathen, nutrire delle aspettative circa il nuovo album Empire of the Blind (Nuclear Blast) significa auspicare un album in cui si possano udire echi degli antichi fasti. E, complessivamente, si può dire sia andata così.

La storia degli Heathen è la storia di un gruppo che è riuscito a emergere in quella che nella seconda metà degli anni ’80 era la terra promessa del thrash, vale a dire la California. Quando gli Heathen si ripresentarono al pubblico alla fine del 2009 con The Evolution of Chaos, dopo un lungo periodo di assenza segnato da un decennio di scioglimento, fu un ottimo ritorno: brani di grande freschezza, grazie a un ritrovato talento per la melodia, che non intaccava l’irruenza e l’aggressività che appartengono al genere. Qualche anno di tournée, poi calò di nuovo il sipario.

heathen empire of the blind recensione
Con Empire of the Blind ritroviamo gli Heathen dove li avevamo lasciati, ma con due nuovi elementi (Jason Mirza al basso e Jim DeMaria alla batteria).

L’album prosegue sulla linea del precedente, con una lieve flessione circa la qualità dei brani, ma con un risultato complessivamente più che confortante. Gli album del passato ci avevano abituati a pezzi lunghi e discretamente articolati, spesso al di sopra dei sette minuti (vengono in mente gli undici minuti di No Stone Unturned, forse il loro capolavoro). La durata media dei brani del nuovo lavoro, sia detto nel modo più neutro possibile, segnala invece un gruppo che ha deciso di andare più per le spicce. La domanda da porsi è se gli Heathen sono ancora in grado di sfornare riff veloci ed efficaci. E la risposta è, tutto sommato, affermativa.

Dopo la più classica delle introduzioni strumentali (This Rotting Sphere), le note di The Blight, primo vero brano di Empire of the Blind, lasciano intendere che il gruppo fa sul serio: un riff che non avrebbe sfigurato in un album degli Exodus (dove in effetti Lee Altus milita tuttora), un ritornello orecchiabile in grande stile, assoli chirurgici e chiusura da manuale. Il gruppo c’è. Non c’è tempo per rifiatare, però, perché la terza traccia è nientemeno che la title track, altro efficacissimo brano che mantiene la grinta e la velocità a un livello non al di sotto del precedente. Il ritmo cala con Dead and Gone, un po’ sottotono, e con l’ottimistica ed eccellente melodia di Sun in My Hand, prima di esplodere nuovamente con il riff semplice e diretto di Blood to Be Let e le mitragliate maestose ma asciutte di In Black. Con Shrine of Apathy, malinconica e sofferta, gli Heathen si concedono una ballata degna di Prisoners of Fate. Completano il lavoro Devour, forse il brano meno interessante dell’album; le chitarre duellanti di A Fine Red Mist, brano strumentale con ospiti d’eccezione come Gary Holt, Rick Hunolt e Doug Piercy; e The Gods Divide, ulteriore micidiale riff in stile Exodus che ci accompagna in grande stile verso la conclusione del disco. Complessivamente, un’ottima performance di tutta la band in Empire of the Blind – a cominciare dai veterani, Lee Altus e David White – e, verosimilmente, motivo di soddisfazione per i duri e puri del thrash metal, che all’interno di Empire of the Blind troveranno più di un motivo per scatenarsi. Perché, in fondo, il segreto del buon thrash metal non è diverso da quello che per Duke Ellington era il segreto della buona musica in generale:

If it does not make you bop your head or tap your feet and make you dance, then it is not good”.

Federico Morganti
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